Il tema non è fondamentale, ma aiuta. Si può essere impegnati senza trasmettere nulla, e si può essere leggeri trasmettendo tutto. Questioni di prerogative, di sensibilità. Ecco, in Nessun dolore, il tema diventa lo spazio narrativo perfetto per porre la domanda che sembra inseguire Gianni Amelio fin dai tempi di Lamerica: chi sono gli immigrati?
Il finale sospeso di quel vecchio film del 1994, nel pieno del flusso migratorio albanese, torna a dialogare con un'opera che va ben oltre il "viaggio". Qui si parla di ciò che avviene dopo: di un'integrazione impossibile.
Poco importa se Nessun dolore è un'opera probabilmente sbilenca, a tratti poco credibile, artigiana e basilare: dall'altra parte c'è una scrittura arrabbiata (nonostante un protagonista mite), emotiva, sociale e politica. Viene da dire: era ora. Grazie al filtro della narrazione, Amelio gioca sull'allegria di una casa piena di libri e di persone per illuminare l'esasperazione ideologica che ruota attorno alla figura del migrante.
Nessun dolore: Alessandro Borghi è il protagonista
Scritto da Amelio insieme a due ottime penne come Davide Serino e Andrea Quetti, Nessun dolore ha per protagonista Davide (Alessandro Borghi). Ha trent'anni, vive da solo e vende (pochi) libri nella sua bancarella a Piazza Risorgimento, Roma. La sua unica amica è Elsa (Valeria Golino), professoressa universitaria che, portandogli vecchi romanzi, gli consiglia di leggere Furore.
Davide è un uomo buono e puro ma, per uno strano destino, sarà in qualche modo complice della morte di un bambino nordafricano. Dilaniato dal dolore, decide di ospitare Aminah (Beidja Yahiaoui), una giovane algerina incinta e senza un tetto. Presto, la sua casa stracolma di libri si riempie di persone in cerca di un posto dove stare.
Un tema polarizzante
Amelio sostiene che il nodo attorno all'immigrazione si è ormai "sciolto" senza che ci sia una vera soluzione al problema. Un tema polarizzante che sta plasmando pericolosamente il dibattito politico, pieno di slogan e vuoti pretesti. Il regista, però, ricorrendo a un cinema semplice e quindi accessibile, parla di individui inseriti in un contesto reale: Roma è lo specchio di un urbanesimo in cui gli ultimi sono sempre più ultimi, invisibili nonostante riempiano (letteralmente) gli spazi (nonostante la miopia delle amministrazioni).
L'autore, seguendo l'odissea al contrario di Davide (straniero in casa sua), pone lo sguardo sull'individuo come base della società, cogliendo l'esasperante cappa di intolleranza (magari un filo didascalica) che sembra segnare il nostro strano e inquietante presente. Eppure, nella stessa esasperazione tramutata in immagini (la casa che si riempie di gente estranea, come fosse un incubo onirico), Amelio pone l'accento sulla ragione e sul cuore, in un dialogo di un'ora e mezza capace di mostrare quanto la soluzione sia all'interno di ciascuno di noi. Per questo Nessun dolore parla di esseri umani e della capacità di saperli riconoscere. Ai margini del marciapiede o nelle pagine ingiallite di un vecchio romanzo.
Conclusioni
Gianni Amelio riprende idealmente il finale di Lamerica illuminando cosa sia oggi l'immigrazione clandestina. Dietro Nessun dolore c'è una storia attuale, arrabbiata, che non ha paura di essere politica e sociale. Tuttavia, affianco al tema portante, il regista si concentra su cosa possa voler dire essere umani, e di quanto ogni cambiamento parta sempre dall'individuo. Un film semplice, ma che ha il merito di raccontare qualcosa. E non è poco, visti i tempi.
Perché ci piace
- Lo spunto funziona.
- La presenza di Valerio Mastandrea in un piccolo ma significativo ruolo.
- La prova di Borghi.
Cosa non va
- ... tuttavia fin troppo costretto in una specie di "costume".
- Alcuni passaggi sfidano la credibilità.