L’angelo del crimine, la recensione: Il ladro ha il volto innocente

La recensione de L'angelo del crimine: dall'Argentina arriva la storia di un ladro diversa da tutte le altre, prodotta da Pedro Almodovar.

RECENSIONE di 30/05/2019
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L'Angelo del crimine: Lorenzo Ferro in un momento del film

"Il mondo è dei ladri e degli artisti". È una frase che sentiamo dire a Carlitos, il protagonista de L'angelo del crimine (El Angel in originale), il film di Luis Ortega prodotto da Pedro Almodovar, in uscita il 30 maggio. Riccioli d'oro, labbra carnose, volto pulito, una vaga somiglianza con Luis Miguel (ve lo ricordate?) Carlitos è un ladro non troppo gentiluomo che nella Buenos Aires del 1971 entra nelle case delle persone e inizia a rubare: prima lo fa un po' per gioco, poi sempre più assiduamente. Nella recensione de L'angelo del crimine vi spieghiamo perché il film di Ortega è un ritratto di un criminale diverso dal solito, ma anche perché non riesce a conquistarci completamente come altri film di questo tipo.

La trama: Buenos Aires, 1971, un ladro dalla faccia d'angelo

La trama de L'angelo del crimine si apre nel 1971, a Buenos Aires. Carlitos (Lorenzo Ferro), faccia d'angelo, modi sfrontati e aria tra il rilassato e il noncurante, ha diciassette anni e, da quando è bambino, ha un talento: quello per il furto. Ma scordatevi gli heist movie con i piani architettati e studiati in ogni minimo dettaglio. Carlitos entra nelle case con nonchalance, come se nulla fosse, e ruba con gran calma quello che gli va. Gli piace "lavorare con lentezza", gustarsi il momento del furto. Quando a scuola incontra Ramon, e poi la sua famiglia, la via del crimine diventa un'attività più strutturata. Anche se Carlitos continua a fare a modo suo. Quella per Ramon è un'attrazione che va al di là dell'affinità elettiva per il furto, fino ad arrivare a esiti sorprendenti. Meno sorprendente sarà l'interesse che la polizia, a un certo punto, avrà per lui.

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Da una storia vera a un ritratto insolito

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L'Angelo del crimine: un primo piano di Lorenzo Ferro

Quella de L'Angelo del crimine è una storia vera, quella di Carlos Robledo Puch, conosciuto come "l'angelo della morte", o "l'angelo nero": tra il 1971 e il 1972 uccise undici persone. Oltre che per la sua bellezza e il suo aspetto angelico, Carlos incuriosì l'opinione pubblica e gli studiosi perché andava a contraddire le teorie lombrosiane secondo cui i criminali erano contraddistinti da un certo aspetto fisico fatto di occhi sporgenti, pelle scura, naso aquilino. Secondo Lombroso, il brutto era anche cattivo. E Carlos andava contro tutto questo. Anche nel film, nella parte finale, sentiamo degli accenni a queste teorie.

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L'Angelo del crimine: Lorenzo Ferro durante una scena del film

Luis Ortega, in ogni caso, fa un suo ritratto di questo criminale: il suo Carlitos è come lui lo immagina, un personaggio che crede di essere in un film, insensibile alla morte, come se questa non esistesse, come se fosse tutto una finzione. Carlitos è l'ennesimo dei personaggi amorali che siamo abituati a vedere al cinema. Eppure è diverso da tutti quelli visti finora. Carlitos è diverso dagli altri criminali proprio per quel suo distacco verso la sua vita e le sue azioni. Non parliamo di un distacco morale, il non rendersi conto di fare del male: quello è appartenuto già ad altri. Parliamo proprio del distacco nel compiere le azioni: nel farle senza impeto, senza passione. Anche con quell'inusitata lentezza.

Un gioco che stanca

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L'Angelo del crimine: Lorenzo Ferro in una sequenza

A prima vista L'angelo del crimine è un film che colpisce per la sua aria insolita, sospesa, quasi irreale, per quel tocco di lieve follia che contraddistingue molte opere del cinema argentino. A cui contribuiscono l'uso delle musica, rock e disco, con tanto di versioni spagnole di House Of The Rising Sun e di Non ho l'età della nostra Gigliola Cinquetti. Ma, a lungo andare, quello di Luis Ortega è un gioco che stanca: le sequenze dei furti, e anche quelle della vita privata, finiscono per essere ripetitive. E, di conseguenza, a parte un paio di svolte alla fine, non c'è, nel corso dei film, una progressione narrativa, una crescita o uno sviluppo nei personaggi. A farci entrare nel film, inoltre, non aiuta lo stato continuamente svagato, quasi assente, del personaggio principale, i suoi "no pasa nada" (non fa niente). Se lui stesso affronta ogni azione con indifferenza, senza venirne toccato, perché dovremmo esserlo noi che guardiamo?

Come un supereroe?

In questo suo attraversare ogni accadimento senza alcuna emozione, c'è anche la sensazione di farlo senza alcun rischio. È qualcosa che evidentemente avviene all'interno del protagonista, ma che arriva anche all'esterno. Noi che guardiamo il film non avvertiamo mai un'idea di pericolo, di rischio della vita, di cattura. E, anche quando avviene, restiamo piuttosto indifferenti perché è il film che ci ha portato ad essere così. È come se il protagonista fosse un supereroe. Ma non siamo in un film di supereroi, e un film sul crimine dovrebbe muoversi in altre coordinate.

Conclusioni

Nella recensione de L’angelo del crimine vi spieghiamo come si tratti di un film crime dal tono molto particolare, sospeso e svagato, ma anche che questo non aiuti il pubblico ad entrare nel film.

Movieplayer.it

2.5/5

Voto medio

3.0/5

Perché ci piace

  • È un film che colpisce per la sua aria insolita, sospesa, quasi irreale.
  • C’è quel tocco di lieve follia che contraddistingue molte opere del cinema argentino.

Cosa non va

  • È un gioco che stanca: le sequenze dei furti, e anche quelle della vita privata, finiscono per essere ripetitive.
  • A parte un paio di improvvise svolte alla fine, non c’è, nel corso dei film, una progressione narrativa, una crescita o uno sviluppo nei personaggi.
  • Non aiuta farci entrare nel film lo stato continuamente svagato, quasi assente, del personaggio principale.