L'agente segreto diretto e scritto da Kleber Mendonça è un film gigantesco. Potremmo anche fermarci al folgorante inizio (forse, tra i migliori visti di recente), che asciuga il tempo come lo asciugava Sergio Leone in C'era una volta il West. Paragone ingombrante, ma nemmeno poi tanto: vedere per credere. Scena, testo, contesto. Dieci minuti in cui c'è già tutto.
Un cinema assoluto, costruito senza transizioni, anzi allungato verso un umore sempre diverso, rivelandosi in tutta la sua potenza (modulato anche alla vibrante colonna sonora di Mateus Alves e Tomaz Alves Souza). Riverbero attuale, anche se l'azione si muove nel Brasile del 1977. Ossessione, percezione, manie di persecuzione. La dittatura militare che striglia e soffoca, e una resistenza silenziosa che si muove sotto traccia, divenendo per Mendonça lo spunto perfetto per una pellicola fuori categoria.
L'agente segreto e il Brasile del 1977
In 158 minuti che volano senza indugio (a dimostrazione di quanto la durata di un film dipenda dalla bravura di un regista), L'agente segreto - Golden Globe al miglior film straniero - racconta del viaggio di Armando (Wagner Moura, vedi alla voce "fenomeno"), ex professore che, durante le vacanze di carnevale, torna a Recife sperando di ricongiungersi con suo figlio, Fernando (Enzo Nunes), cresciuto dal nonno Sr. Alexandre (Carlos Francisco), che fa il proiezionista (dettaglio tutt'altro che casuale).
Tuttavia, in Brasile aleggiano le ombre della dittatura militare, avallata da una latente corruzione. L'aria è frizzante, paranoica. Armando cambia nome in Marcelo, trovando un lavoro nell'archivio di registrazione sociale della città. Ma non basta: deve fuggire dal paese, in quanto braccato da un manipolo di sicari. Intanto, il campo della polizia (corrotto) Euclides (Robério Diógenes), indaga - si fa per dire - sul misterioso ritrovamento di una gamba, all'interno dello stomaco di uno squalo tigre.
Lo squalo come metafora della paura
E lo squalo - e l'idealizzazione della sua figura - torna spesso nel film. L'omaggio a Steven Spielberg è chiaro (contestualizzando gli anni Settanta), com'è chiaro l'amore di Mendonça per i film (concentrandosi sull'immagine come linguaggio), ma nel profondo la metafora scavalca il cinema poggiandosi sul senso più stretto e ancestrale della paura. Ciò che non vediamo diventa un generatore costante di terrore, accendendo il ritmo fino allo splendido finale. Oltre il grottesco e oltre l'assurdo del linguaggio scelto da regista (sfoderando un dissacrante senso dell'umorismo), che fonde il grindhouse al weird assoluto - la grana grossa della fotografia di Evgenija Aleksandrova è un racconto nel racconto - per una linea narrativa di forte impatto, tutt'altro che casuale nella sua allegoria umana e politica.
La memoria diventa cinema
Pochi dubbi, infatti, che L'agente segreto sia un pacato thriller esaltato dalle sue numerose digressioni, come un romanzo ricco d'appunti e di postille capaci di rendere la storia ancora più vivida, e di chiara lettura moderna: se oggi gli occhi della comunità sono puntati sul Sud America, L'agente segreto di Kleber Mendonça riflette - a volte inconsciamente - sugli echi delle dittature, facendo di Armando/Marcelo la rappresentazione collettiva di ciò che hanno vissuto i brasiliani, coltivando (e plasmando) una memoria non più soggetta a cambiamenti, ma ben ancorata a una narrazione che torna a essere il punto gravitazionale. Del resto, se la pellicola prende (la giusta) posizione, il regista (ri)porta il cinema al centro di un discorso artistico e sociale, facendo sì che la memoria stessa sia - ancora e ancora - una storia da raccontare.
Conclusioni
L’agente segreto di Kleber Mendonça è un film potente ma pacato, capace di affermarsi fin dalla scena iniziale come esempio di cinema “assoluto”. Ambientato nel Brasile del 1977, la storia è attraversata da una tensione costante che taglia a metà i 158 minuti di montaggio. Tra digressioni narrative e umorismo grottesco, Mendonça fonde politica e immaginario cinefilo (con tanto di omaggio a Spielberg): una riflessione sulla memoria come atto di resistenza (narrativa) e sul cinema come strumento sociale. Semplicemente pazzesco.
Perché ci piace
- Wagner Moura, fuoriclasse.
- Le digressioni, funzionali e lucide.
- La metafora dello squalo.
- Mai banale.
- L'inizio, tra i migliori visti di recente.
Cosa non va
- Non sempre ci sono dei difetti così marcati da sottolinearli.