Anima punk e cuore romantico. Maggie Gyllenhaal rivede La moglie di Frankenstein di James Whale (tripudio in bianco e nero datato 1935) in un adattamento che punta a "restituire" al pubblico una figura tutt'altro che scontata, a sua volta ispirato dalla penna di Mary Shelley. "Sono andata a rivedere La moglie di Frankenstein", racconta la regista, che abbiamo incontrato via Zoom insieme a un gruppo di giornalisti internazionali. "La Sposa appare per due minuti e non dice una sola parola. Mi sono chiesta: cosa pensa? Cosa prova? Molte donne nei film di tanto tempo fa non hanno avuto la possibilità di esprimere la propria prospettiva. E qui parliamo di una donna riportata in vita senza consenso, destinata a essere la moglie di qualcuno che non ha mai incontrato. È una situazione folle".
La Sposa!, l'incontro con Maggie Gyllenhaal e Jessie Buckley
Al centro della pellicola c'è Frank (Christian Bale), che si reca nella Chicago degli anni Trenta per chiedere alla scienziata Euphronious (Annette Bening) di creare per lui una compagna ideale. I due riportano in vita una giovane donna morta ammazzata, e così nasce La Sposa, interpretata da Jessie Buckley. Le conseguenze? Inaspettate. L'attrice, in lizza per l'Oscar con il capolavoro Hamnet di Chloé Zhao, ha spiegato che questo ruolo "è stato un'opportunità enorme. Anche nella versione del '35, interpretata da Elsa Lanchester, il personaggio aveva un impatto potentissimo. Noi siamo partite da lì. Sentivamo il potenziale di ciò che avrebbe potuto dire".
La sua Sposa non nasce con un'identità definita ma anzi "si chiede: 'Dove sono? Cos'è questo? Cos'è l'amore? Cos'è il matrimonio?'. Ha una mente e un corpo vivi in un modo che lei stessa non si aspetta. È mostruosa nel senso più selvaggio e brillante possibile". Gyllenhaal amplia il discorso: "Tutti abbiamo parti 'mostruose' dentro di noi, aspetti che ci è stato detto di reprimere. Questo film è una celebrazione di quelle parti che non rientrano nelle scatole e nelle etichette".
Musica, estetica, cast: dietro le quinte del film
Una celebrazione che passa anche attraverso una visione musicale e visiva che supera le etichette. A comporre lo score una fuoriclasse come Hildur Guðnadóttir. "La musica non rientra in nessun genere", spiega la regista. "La colonna sonora mescola l'urgenza dei Sonic Youth con la maestosità della New York Philharmonic, fino alla presenza ipnotica di Fever Ray, che nel film non solo firma la musica ma appare anche in scena".
Sul casting, Maggie Gyllenhaal dice invece che "ci sono molti bravi attori al mondo, ma solo una manciata di brillanti. Non sopporto un film ben fatto con recitazione mediocre. Volevo artisti disposti a imparare qualcosa sul proprio cuore e sulla propria mente interpretando questi ruoli".
La collaborazione tra lei e Buckley, iniziata con La figlia oscura, si è trasformata in una sorta di simbiosi. "Quando ci siamo incontrate", ricorda l'attrice, "è stato un incontro di menti e anime. A volte basta che qualcuno ti guardi negli occhi e ti dica: 'Ti vedo, e ti sfido ad andare in un posto che forse non conosci ancora'. Lei è il mio Scorsese".
"Non ho scritto il film pensando a un'attrice specifica", replica Gyllenhaal, "ma Jessie era sempre nella mia mente. Non sapevamo chi saremmo diventate alla fine di questo viaggio. E siamo molto diverse da come eravamo all'inizio".
L'abito arancione come elemento di rivolta
Altro punto importante, l'estetica. La Sposa! vanta collaboratori del calibro di Sandy Powell ai costumi, di Lawrence Sher alla fotografia e di Nadia Stacey al trucco. Dettaglio, l'abito arancione, unico per tutto il film, che "doveva sembrare vissuto: sudore, sangue, strappi", dice Gyllenhaal, "volevamo qualcosa di splendido, mostruoso e bellissimo allo stesso tempo".
Un altro elemento simbolico riassume la poetica dell'opera: l'inchiostro nero che scorre nelle vene della Sposa. "La prima cosa che fa quando Frank le parla è tossire questo liquido, come se le avesse bloccato la gola, il cuore, l'espressione. Deve liberarsene. È un gesto potente, soprattutto se pensiamo che nel film originale lei non poteva parlare".
Lo sguardo di Mary Shelley
Certo, l'ombra di Mary Shelley aleggiava costantemente sul set. "Dopo aver letto il romanzo", racconta Gyllenhaal, "mi sono chiesta se avesse qualcosa di scomodo da dire nel 1820. Abbiamo provato a immaginare quella parte radicale. A volte, se una porta sbatte, dicevamo: 'Oh, è Mary Shelley'".
Buckley sorride, dall'altra parte della finestra Zoom: "Tutte abbiamo una Mary Shelley nella testa che ci spinge a fare ciò che ci spaventa. Nel romanzo, il mostro è tale a causa della solitudine. Chiede amore. Nel nostro film, la Sposa e Frank imparano a stare in una relazione vera, pericolosa, dove tutto viene visto - soprattutto la parte mostruosa".
E alla domanda finale, forse scontata ma sempre attuale - chi è il vero mostro? - Gyllenhaal dichiara: "Puoi passare la vita a scappare dal tuo mostro oppure puoi girarti e stringergli la mano. È lì che le cose si fanno interessanti. Questo film è una sfida: vi sfido a stringere la mano al vostro mostro, insieme, in una sala piena di gente. Come a un concerto".