Ci sono storie che risuonano fortissimo, specialmente in tempi come quelli odierni nei quali il dibattito sul ruolo della donna nella società è tornato ai livelli di un secolo fa. Alle pericolose chiacchiere della politica, però, c'è un buon antidoto e sono le storie di chi ha fatto la differenza: di quelle donne che sono sfuggite ai percorsi già tracciati per affermarsi come individui pensanti prima che come uteri che camminano. Una di queste è Gerda Taro, prima fotoreporter di guerra a cadere sul campo di battaglia mentre cercava di raccontare le atrocità della Guerra civile spagnola e dei totalitarismi.
Lo racconta La ragazza con la Leica, il film di Alina Marazzi che quest'anno apre la sezione Orizzonti dell'83ª Mostra d'arte cinematografica di Venezia. Ispirato all'omonimo libro di Helena Janeczek racconta, in stile ovviamente romanzato, la vita della celebre fotografa operando scelte di campo precise che puntano più sulla componente artistica e visiva che su quella narrativa.
La storia di Gerda Taro
Siamo a Parigi, 14 luglio 1937, e Gerda Taro trascorre un'ultima giornata con gli amici più stretti e il compagno e collega Robert Capa. Fuggita dalla Germania a causa del regime nazista, la fotografa, dopo aver fatto vari lavori come dattilografa, ha trovato infatti la sua vocazione nella fotografia, metodo a lei più congeniale per raccontare le atrocità del regime e la strenua lotta di tutti coloro che vi si oppongono.
Nata con il nome di Gerta Pohorylle, trova il modo di farsi strada nel difficile mondo del giornalismo di guerra e insieme a Capa firma numerosi e rischiosi reportage. Attraverso flashback ed immagini fortemente evocative il film racconta frammenti del suo passato parallelamente alle ultime ore che precedono la partenza per un luogo dal quale non farà più ritorno.
I limiti della sceneggiatura
Raccontare la figura di Gerda Taro è in ogni caso cosa buona e giusta. Il romanzo premio Strega nel 2018 di Janeczek, pur romanzando gli avvenimenti salienti della vita della fotografa, lo faceva in modo eccellente, tratteggiando una figura complessa, umana e straordinariamente libera. Purtroppo non possiamo dire lo stesso del film di Alina Marazzi (scritto insieme a Valia Santella) che ripropone una narrazione più confusionaria e frammentaria della vita della protagonista. Utilizzare come punto di partenza le ultime ore prima della sua ultima partenza per il fronte, infatti, ha reso necessario un racconto non lineare dove passato e presente in qualche modo si fondono e nel quale il puro racconto del personaggio lascia allo spettatore meno informato numerosissime lacune.
Dopo la visione di La ragazza con la Leica, quindi, il pubblico che già conosceva la storia della fotoreporter riuscirà a rimettere insieme le fila della storia, mentre chi non conosce affatto Gerda Taro farà molta fatica a comprendere realmente chi era questa donna che ha rivoluzionato la fotografia di guerra. Troppo spesso, infatti, il film si sofferma sulla sua libertà in campo affettivo e sugli intrecci sentimentali, sorvolando invece velocemente sui traguardi e sulle reali competenze di una donna colta, poliglotta e impegnata politicamente; per assurdo ci vengono forniti molti più dettagli su Robert Capa che su di lei e questo è forse uno dei peccati più gravi compiuti dal film.
La forza visiva dell'opera
Dal punto di vista puramente visivo, invece, emerge una cura estetica e una scelta delle immagini interessante che passa anche per l'attenzione nella scelta dei costumi. Grazie a questo gli echi del presente riverberano nel passato e viceversa, in un susseguirsi di girato e immagini di repertorio che cercano in qualche modo di colmare quello che la scrittura non riesce ad esprimere.
Ed effettivamente in diverse parti del racconto questo espediente funziona e serve a far passare forte e chiaro il concetto che ciò che è accaduto può ancora ripetersi e che il lavoro operato da donne e uomini come Gerda Taro serve proprio a questo: a non dimenticare le atrocità, a comprendere quanto singole, apparentemente insignificanti, scelte possano poi portare a quella privazione della libertà e violenza da Taro magistralmente documentata.
Conclusioni
ll film La ragazza con la Leica brilla sul piano visivo ed estetico, sfruttando con efficacia girato e materiale di repertorio per lanciare un potente messaggio di memoria e resistenza. Sul fronte della scrittura, tuttavia, l'opera mostra forti limiti: la narrazione frammentaria penalizza la figura di Gerda Taro, indugiando eccessivamente sulle sue vicende sentimentali e sulla figura di Robert Capa anziché valorizzarne l'impegno politico, l'intelletto e lo straordinario contributo professionale al fotogiornalismo.
Perché ci piace
- L’attenzione all'estetica complessiva, alla fotografia e alla scelta dei costumi.
- L'integrazione tra il girato e le immagini d'epoca
Cosa non va
- Una struttura narrativa troppo frammentaria.
- Una certa superficialità nel tratteggiare la figura di Gerda Taro.