Recensione Proof - La prova (2005)

Proof si presenta come un dramma di stampo tradizionale che forse soffre un po' di mancanza di personalità a livello registico, ma tutto sommato è un film riuscito e piacevole da vedere.

L'algebra dei sentimenti

Il termine inglese "proof", tradotto in modo sbrigativo con l'italiano "prova", indica una dimostrazione matematica, un complesso procedimento deduttivo dove, mediante l'applicazione di un sistema rigoroso di regole, si arriva a un risultato inequivocabile del problema posto. La vita di Catherine è molto meno certa e univoca, soprattutto ora che, dopo la morte del padre che ha accudito amorevolmente negli ultimi anni con enormi sacrifici, si ritrova svuotata interiormente, contesa tra una sorella invadente e poco comprensiva e un ragazzo che non le dimostra la piena fiducia di cui necessiterebbe. Ad aggravare il tutto una pesante eredità paterna: un grande talento in campo matematico al quale, però, si accompagna il sospetto di poter soffrire della stessa schizofrenia che ha ucciso il padre. Solo stabilendo con certezza l'autore della misteriosa dimostrazione matematica contenuta in un quaderno, Catherine potrà ricominciare a vivere gettandosi il passato alle spalle.

Proof vede ricomporsi la coppia d'oro John Madden - Gwyneth Paltrow a sette anni di distanza dagli Oscar per Shakespeare in Love. A unire il regista inglese alla sua musa, prima che il cinema, è nuovamente il fil rouge del teatro: Proof, infatti, è prima di tutto una pièce del drammaturgo David Auburn premiata con il Pulitzer nel 2001 e allestita dallo stesso Madden, con protagonista la Paltrow, nei teatri del West End a Londra. Il passo dal palcoscenico al grande schermo è breve e così Proof diventa una pellicola presentata in anteprima in concorso a Venezia 62. L'origine teatrale del testo si vede tutta, il film si regge quasi esclusivamente sui dialoghi tra Catherine e Hal, il giovane studente di matematica che si è innamorato di lei, o tra Catherine e la sorella; inoltre viene rigorosamente rispettata l'unità di luogo, la quasi totalità delle scene si svolge, infatti, nella tetra casa paterna della periferia residenziale di Chicago. La principale concessione al linguaggio cinematografico riguarda l'abolizione della linearità temporale, la narrazione si svolge su piani temporali diversi con continui flashback che interrompono l'azione presente permettendo di ricostruire il rapporto di Catherine con il padre e l'aggravarsi della schizofrenia che condurrà l'uomo alla morte.

Al di là di questo aspetto la pellicola mantiene un solido impianto teatrale di base rivelandosi un robusto dramma dalla trama lineare che poggia principalmente sulle spalle degli attori protagonisti; in questo senso va promossa a pieni voti la Paltrow, sempre incisiva e convincente senza mai cadere in eccessi di drammaticità, padrona assoluta della scena nonostante un ruolo dimesso che la costringe in pigiama e pantofole perennemente sull'orlo di una crisi di nervi. Qualche dubbio invece sul resto del cast: Anthony Hopkins gigioneggia ormai come suo solito nel ruolo dello scienziato pazzo costretto dalla schizofrenia (o dallo script) a pronunciare qualche battuta assai infelice; un po' meno convincente del solito anche Jake Gyllenhaal, nonostante il suo indiscusso talento l'alchimia con la Paltrow non scatta e la coppia risulta poco credibile. Pochi, nonostante i numerosi paragoni scomodati dalla critica, i legami con i biopic Shine e A beautiful mind, se si esclude la comunanza di temi quali l'esplorazione del confine tra genialità e follia, la genesi della malattia mentale e il difficile approccio con la realtà. Proof risulta privo della vena di originalità che arricchisce le due precedenti pellicole presentandosi come un dramma di stampo tradizionale che forse soffre un po' di mancanza di personalità a livello registico, ma tutto sommato è un film riuscito e piacevole da vedere.

Movieplayer.it

3.0/5