Palermo, 2012. Sedicenni benestanti annoiati e privi di stimoli (colpa dei genitori? Allo spettatore l'ardua risposta) sciamano nelle piazze assolate alla ricerca di svago. Il loro passatempo preferito? "Farsi qualche canna" per scordare momentaneamente il senso di oppressione provocato da scuola, genitori e perfino sport. Niente di nuovo sotto il sole, ma a rendere personale il discorso è la presenza di Giovanni Tortorici dietro la macchina da presa.
Con Ketticé, presentato in concorso al Festival di Locarno 2026, il pupillo di Luca Guadagnino firma la sua seconda regia tornando a raccontare un nuovo frammento della sua irrequieta adolescenza. Se in Diciannove il regista si era concentrato sull'indecisione universitaria, stavolta fa un ulteriore balzo all'indietro soffermandosi sul vuoto pneumatico della scuola superiore (privata, e probabilmente assai costosa).
Il suo nuovo alter ego è Giulio (Salvatore Gallina), adolescente di poche parole corteggiato dalle ragazze, ma sostanzialmente disinteressato a tutto ciò che non sia la marijuana. Malauguratamente sul suo cammino si materializza una compagna di scuola - la Ketty del titolo - che condivide la sua stessa passione e con cui trascorre le serate a sballarsi nella minicar, con scorno dei rispettivi genitori.
Un racconto corale e il malessere degli adolescenti negli anni 2000
In Ketticè non succede granché. Il protagonista del coming of age di Giovanni Tortorici non sperimenta una vera evoluzione, ma si incarta ripetutamente su se stesso e sulla sua incapacità di scrollarsi di dosso il torpore che lo avvolge nonostante i buoni propositi. Nessuna evoluzione, almeno fino allo spiraglio di luce finale, ma una costante stasi caratterizza un (non) racconto in cui il protagonista, tra una canna e l'altra, inanella disastrose performance scolastiche e calcistiche.
Tortorici ritrae il mondo degli adulti con una carrellata di figure grottesche, buone solo a rimproverare, insultare (epocali gli scambi tra Giulio e l'esasperata madre interpretata da Monica Bellucci), umiliare, ma inadatti a rappresentare una vera guida.
Dall'insegnante di lettere caustico e nichilista al padre misurato ma distante, passando per l'allenatore irascibile e sboccato, il regista punta il dito contro l'incapacità dei grandi di comprendere la confusione adolescenziale, e di trasmettere valori sani perché troppo concentrati sui propri bisogni.
Non per nulla questi sono gli anni in cui Berlusconi che spolvera la sedia su cui sedeva Travaglio è il modello da seguire ("almeno è simpatico", quante volte abbiamo sentito questa frase all'epoca?).
Giovanni Tortorici non rinuncia al cinema puro e regala un ruolo pungente a Monica Bellucci
Lo spaccato sociale, con tanto di critica politica che serpeggia sotto la superficie, dà forma all'opera di Giovanni Tortorici, ma in questo caso è soffocato da tonnellate di spleen adolescenziale e dall'ossessione del protagonista per le droghe leggere. Il tema, centrale in Ketticé, occupa le fantasie e le ricerche web di Giulio trovando una declinazione prevedibile e moralistica nell'ex fidanzatina che, per fare esperienza ("Se non ora quando dovrei farla?"), finisce eroinomane e disperata.
Al di là della promessa (non mantenuta) contenuta nel titolo, Ketticè si configura come un'opera corale che fornisce uno spaccato della gioventù palermitana bene degli anni '2000 con tanto di uso del dialetto stretto che, in più occasioni, mette a dura prova gli spettatori.
In questo collage di giovani più o meno confusi, così poco distinguibili da risultare interscambiabili, il regista regala a Monica Bellucci un ruolo gustoso, liberatorio e autoironico (con tanto di allusione alle origini umbre e alla gravidanza in età matura).
Se a difettare è l'approfondimento psicologico dei personaggi, ad attrarre il regista è il gusto della visione, che lo spinge a offrire uno sguardo su scorci inediti della sua Palermo e a concedersi vivaci sequenze. Come una sincopata rissa al femminile (sogno erotico di Giulio), o un travolgente incipit in cui il protagonista ci viene introdotto sulle note di una melodia arabeggiante, a cui presto si sostituisce l'incalzante You Spin Me Round dei Dead Or Alive.
Conclusioni
Gli anni 2000 di Giovanni Tortorici raccontati in un romanzo di formazione siciliano che offre uno spaccato di gioventù benestante, annoiata e priva di valori alle prese con il mondo degli adulti volgare, grottesco e distante. Con un protagonista ossessionato dalle canne, che rispecchia una fase autobiografica di crescita, il regista torna a raccontare un frammento del suo passato trasfigurato in un'opera sonnolenta e priva di un vero sviluppo, ma che non difetta in ironia e gusto per il bel cinema. Colonna sonora azzeccata, e questo non ci sorprende visto il ritorno di Luca Guadagnino tra i produttori.
Perché ci piace
- Il coraggio di realizzare un racconto privo di un vero sviluppo solo per l'amore del bel cinema.
- La madre esasperata di Monica Bellucci: ruolo liberatorio e autoironico.
- La scelta delle musiche e l'incisività di alcune scene, piccoli saggi di regia.
Cosa non va
- Il protagonista non attraversa nessun tipo di evoluzione.
- Lo scarso approfondimento psicologico dei personaggi.
- Alcune scelte narrative vagamente moraliste.