JOVAYORK - La musica dell’anima, recensione: Jovanotti e New York, una storia d’amore senza fine

Un documentario che è insieme diario creativo, immersione urbana e dichiarazione d'amore: JOVAYORK racconta sei giorni a New York in cui Jovanotti si rimette in ascolto della musica e di sé stesso. Su Sky.

Jovanotti

JOVAYORK - La musica dell'anima non è un documentario tradizionale, né un semplice backstage musicale. È il racconto della nascita, in soli sei giorni, dell'album NIUIORCHERUBINI (Brooklyn Studio), ma anche qualcosa di più sfuggente e personale, un flusso emotivo e sonoro attraverso New York visto dallo sguardo di Lorenzo Cherubini.

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JOVAYORK - La musica dell’anima: Lorenzo Cherubini in un'immagine

In uno studio di registrazione a Brooklyn, tra incontri musicali e jam session, Jovanotti cerca una risposta a una domanda che attraversa tutto il film: che cosa può fare un artista quando il mondo sembra precipitare in una spirale di tragedie incontrollabili? La risposta è semplice e radicale insieme: fare musica.

JOVAYORK: New York come stato mentale

In JOVAYORK (il 12 gennaio in prima visione su Sky Uno e Sky Documentaries) Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti si muove per le strade di New York ed è contento. Contento di essere di nuovo in piedi "sulle sue gambe", come dice lui, di perdersi per le vie di una città che ama, contento di mostrare un pezzo di sé e della sua arte. La Grande Mela, dal canto suo, lo accoglie come "la città più camminabile del mondo", e lui la segue lasciandosi guidare dalle vibrazioni, dalle immagini, dalle persone.

Jovayork La Musica Dell Anima Scena
La band

"New York, Nueva York, Jova York": il gioco di parole non è un vezzo ma la dichiarazione di un'identificazione profonda. New York come organismo vivo, mutevole, contraddittorio. Una città che si ama e si odia, con cui si litiga, "proprio come faccio io con me stesso", ammette il cantante.

Il documentario insiste molto su questa dimensione viscerale del rapporto tra lui e la metropoli. Jovanotti la racconta come una città che lo ha formato, che gli ha insegnato a cambiare, a non restare mai uguale a sé stesso. Non a caso, mentre cammina tra Harlem, Brooklyn, Ellis Island, emerge un ritratto intimo e disarmato di un artista che non ha mai voluto indossare un'unica etichetta: "Non sono un ballerino però ballo, non sono un cantante però canto, non sono uno scrittore però scrivo, non sono un musicista ma suono". È in questa dichiarazione di imperfezione che il documentario trova la sua chiave più autentica.

Per Jovanotti la musica è un atto di resistenza

Il cuore di tutto JOVAYORK è lo studio di registrazione, luogo chiuso e protetto in cui Jovanotti si isola insieme a musicisti della scena newyorkese per lasciarsi sorprendere dalla musica. Non c'è un qualcosa di predefinito: "Mi piace non avere un progetto", ci dice. Ci sono però jam session continue, contaminazioni che vanno dalla musica latina a quella indiana, dalla scena urban newyorkese all'eco lontano dell'hip hop, "la musica che mi ha fatto credere che potessi fare questo mestiere".

Jovayork La Musica Dell Anima Foto
In studio

In un mondo dominato, come lui stesso ammette, da una "valanga di musica di plastica fatta solo con i software davanti a un monitor", JOVAYORK diventa un manifesto contro l'artificialità. Jovanotti rivendica la musica suonata, imperfetta, fisica, che esiste in quanto musica, come forma di comunicazione. La macchina da presa lo segue senza filtri, restituendo a noi che guardiamo un senso di urgenza creativa che raramente si avverte nei prodotti musicali contemporanei.

Artista antieroico nel caos del presente

C'è anche una dimensione politica appena accennata che attraversa il documentario scritto dallo stesso Jova con Federico Taddia e diretto da Fabrizio Conte. Il cantante si definisce "felicissimo di essere un antieroe di un mondo, del mio mondo", e questa postura antieroica si riflette nel modo in cui osserva il presente.

Dallo studio che affaccia sul palazzo dell'ONU, la speranza è fragile: "Speriamo di non perderlo, l'ONU". Subito dopo arriva la constatazione amara: "Stiamo perdendo tutto, siamo ripiombati nella guerra che è la cosa più anacronistica che poteva succedere".

Il documentario intercetta così un sentimento di impotenza diffuso, in cui per la prima volta ci sentiamo veramente coinvolti e non siamo solo semplici spettatori passivi. "Siamo in una timeline inarrestabile di tragedie senza nessun potere di intervento" e non possiamo che essere d'accordo. E quindi si chiede: "Che posso fare?". La risposta viene da sé: musica.

Una reazione comprensibile e sincera, che però ci fa un po' storcere il naso, forse perché da lui, così attento e sensibile, ci aspetteremmo (forse a torto) qualcosa in più. JOVAYORK esce in un momento storico turbolento, per usare un eufemismo, ma preferisce non sostare davvero nel caos del presente, scegliendo la musica come rifugio e come linguaggio universale, senza interrogare fino in fondo le contraddizioni del contesto che lo circonda. 

"La libertà è il valore laico più sacro che c'è", ci dice ancora Jovanotti, ed è una frase che risuona con forza ma che oggi non può non entrare in attrito con la realtà. Le cronache recenti, dalle tensioni internazionali che coinvolgono anche il continente americano fino alla violenza che attraversa le città statunitensi, raccontano un Paese sempre più contraddittorio. In questo senso, l'America evocata appare più come un orizzonte simbolico che come un modello reale di libertà, un mito personale che il documentario non problematizza fino in fondo.

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JOVAYORK: un ritorno alla musica dell'anima

Nella scena post-credit JOVAYORK si concede un'appendice intima e significativa. Jovanotti è nella sua casa di Cortona e racconta di essere tornato in studio, di aver ripreso a registrare. Il disco nato da quell'esperienza newyorkese lo ha sorpreso, è la musica dell'anima, una musica mandata dal cielo, "un miracolo". La dichiarazione è netta, quasi spiazzante nella sua sincerità: "È il più bel disco che ho fatto".

Jovayork La Musica Dell Anima Lorenzo Cherubini Chitarra
Jova con la chitarra

Ma quindi, alla fine, com'è questo documentario? Quello che vediamo sullo schermo è sicuramente più di uno speciale televisivo, ma meno di un documentario capace di farsi racconto universale. Funziona come esperienza personale, certo, come diario creativo e come gesto di resistenza intima, ma fatica a trasformare quell'urgenza sacrosanta in una narrazione in cui riusciamo a entrare fino in fondo.

New York, anche se è visivamente molto presente, resta soprattutto una proiezione interiore, mentre la musica è una risposta necessaria ma raramente messa in discussione. È un prodotto sincero, a tratti emozionante, che però chiede allo spettatore un atto di fiducia continuo. 

Conclusioni

JOVAYORK è un documentario onesto e vitale, che racconta un momento preciso della vita artistica di Jovanotti e il suo riavvicinamento alla musica suonata, old style, fatta di collaborazioni e tante prove. Ma proprio questa natura diaristica ne rappresenta anche il limite principale: il film resta spesso chiuso nel perimetro dell’esperienza individuale senza compiere fino in fondo il salto verso un racconto collettivo.

Movieplayer.it
3.5/5

Perché ci piace

  • L’urgenza creativa autentica
  • La centralità della musica suonata, condivisa
  • Il ritratto antieroico e disarmato di Jovanotti.

Cosa non va

  • Un’impostazione fortemente autoreferenziale
  • Un'America più evocata che tangibile