Ink, recensione: il cinema forsennato di Danny Boyle è un atto d'accusa al giornalismo moderno

Quarto Potere di Orson Welles, la sfrontatezza del The Sun e il solito, entusiasmante cinema infuocato: il film di Boyle apre la mente e racconta un'editoria sempre più spregiudicata. In concorso a Venezia 83.

Jack O'Connell è Larry Lamb in Ink

È scontato dire che Ink di Danny Boyle racconta - in modo audace e sfacciato - la sfida di The Sun all'establishment dell'informazione. Una sfida vinta, con tutte le conseguenze del caso. Tuttavia, sotto sotto, c'è molto di più. Lo dimostra il finale esplosivo (lucido, infuocato, epifanico nel montaggio iper-cinetico di Fin Oates) che, in pochi secondi, sintetizza quanto la stampa possa plagiare, influenzare, alterare la percezione della realtà. Uno strumento democratico, libero (vabbè, non così libero) ma anche potenzialmente pericoloso.

Ink Scena Film
Jack O'Connell e le rotative

Di conseguenza, dice Boyle, il cinema ha il dovere di mettersi in mezzo, di attirare lo sguardo, attraversando un tempo oscuro che prevede un lessico pericoloso e poco lucido, ormai sdoganato e legittimato dai titoli urlanti e dai "giornalisti terroristi" (curioso che chi sta scrivendo questa recensione faccia parte della categoria).

Ink, la scalata del The Sun al centro del film

Basato sull'omonima e acclamata opera teatrale di James Graham (che firma anche la sceneggiatura), Ink porta sul grande schermo la storia vera dell'acquisizione del quotidiano britannico The Sun da parte del giovane magnate australiano Rupert Murdoch (Guy Pearce), avvenuta nel 1969. Mentre le rotative facevano tremare Fleet Street, in un turbinio folle e instancabile di carta e d'inchiostro, il tabloid sotto la guida del neo-direttore Larry Lamb (Jack O'Connell), a capo di una redazione infuocata, divenne il primo competitor del Mirror, ingaggiando un duello capace di bruciare l'etica giornalistica in nome del sensazionalismo e dell'effetto.

Da Quarto Potere a Ink: l'ossessione di un giornalismo pericoloso

Ink, che in un folgorante dialogo tra Murdoch e Lamb, cita all'inizio la regola delle 5 W (Who, What, When, Where, Why), poco a poco alza la temperatura concentrandosi sulla costruzione di un giornale in qualche modo futurista. Titoloni, esclamazioni. Una testata proiettata in avanti, come Gene Kelly che canta Singin' in the Rain attaccato a un lampione. Per geniale scelta del regista, la pellicola procede poi a colonne separate, come se fosse un quotidiano, assemblando poi tutto nell'ultima parte. Boyle, come fatto da Orson Welles in Quarto Potere, enfatizza le contraddizioni e le ossessioni, facendo sfrecciare, in sintonia con la linea editoriale di The Sun, la morale giornalistica con la strafottenza di un editore che, per assurdo, non crede nel giornalismo urlato, ma lo accetta in nome del profitto.

Ink: Rupert Murdoch, The Sun e la storia vera dietro al film di Danny Boyle Ink: Rupert Murdoch, The Sun e la storia vera dietro al film di Danny Boyle

L'approccio piratesco di Lamb, del resto, calcava quel divertimento e quel gioco in opposizione ai giornali che trasudano supponenza, predicando invece che raccontando. Per Lamb, interpretato da un grande O'Connell, un giornale deve parlare di ciò che vuole il popolo; l'informazione deve essere accessibile, accattivante, sexy. In continuo movimento. Dunque, nel pieno eccesso stilistico, Boyle traduce il pensiero di Lamb-Murdoch, sfrigolando tensione, azione e umorismo, senza rinunciare a diverse auto-citazioni (Trainspotting in particolare).

Il cinema apre la mente

In qualche modo, la poetica televisiva, consumista e superficiale, deve finire sulla carta stampata. Le immagini devono diventare parole, un flusso di inarrestabili storie che diventano news velocissime, sacrificando il quesito più importante: il "perché?" non serve, non è contemplato. Senza risposta la storia va avanti, diventa inarrestabile. Ancora e ancora, titoli sempre più grandi, maiuscole, punti esclamativi, parole e aggettivi che si ripetono in loop. Cosa è vero, cosa è falso? Ieri, certo, ma soprattutto oggi. Un approccio meschinamente ricalcato dai grandi dell'editoria (basta leggere i maggiori quotidiani italiani), aiutati e appoggiati dalle logiche social.

Ink Scena Film 2
Jack O'Connell e Guy Pearce

Da lì, continua tra le righe Danny Boyle, nella Londra della Royal Family, dei Beatles, delle modelle sbattute in prima pagina, c'è il seme dell'infodemia, del doomscrolling, delle notizie in diretta (che, una volta pubblicate, sono già scadute), delle fake news, del clickbaiting. Del resto, se il perché è accessorio, la verità stessa, dietro il perpetrarsi delle notizie, diventa superflua: bisogna agganciare il lettore. Spaventarlo, anestetizzarlo, renderlo schiavo di un meccanismo in cui il profitto stesso s'impone sull'oggettività e sulla lucidità.

Ink Scena Film Claire Foy
Nel cast anche Claire Foy

Una dimensione distopica in cui il futuro sembra dipendere esclusivamente da una linea editoriale. Dentro, nelle facce dei personaggi seguiti da Boyle, e nella scelta linguistica di un film a regola d'arte (scontato scriverlo), c'è la proiezione di un'ideologia a trazione posteriore resa tangibile da un lungometraggio in grado di elevare il lato più politico dell'arte. E non è scontato: in un'epoca di giornalismo asservito, il cinema è ancora lì ad aprire la mente.

Conclusioni

Solita grande cinetica regia di Danny Boyle per Ink. L'espansione del The Sun diventa quindi uno specchio per raccontare il giornalismo contemporaneo, asservito a logiche editoriali sempre più spregiudicate e tossiche. Con un grande cast e una grande messa in scena, il film eredita Quarto Potere di Welles ma intanto guarda in avanti, analizzando in modo lucido quanto il giornalismo, oggi, abbia preso pieghe decisamente pericolose.

Movieplayer.it
3.5/5
Voto medio
N/D

Perché ci piace

  • La regia di Boyle.
  • Il cast.
  • L'approccio al tema.
  • Il finale.

Cosa non va

  • La parte centrale sembra meno incisiva.
Aggiungici come fonte preferita su Google