"Il potere in Russia è una cosa completamente diversa". Parla così Vadim Baranov in Il mago del Cremlino, film di Olivier Assayas che adatta per il grande schermo l'omonimo romanzo di Giuliano da Empoli, pubblicato nel 2022 (in Italia da Mondadori). Figura di finzione ispirata a Vladislav Surkov, imprenditore e politico russo diventato consigliere personale di Putin dal 2013, osservando il suo percorso è impossibile non pensare a un'altra eminenza grigia che ha avuto un ruolo simile in passato: Rasputin. A differenza del suo predecessore però, che ebbe grande influenza sullo zar Nicola II di Russia, Vadim/Vladislav non usa l'alchimia e le arti oscure per manipolare l'informazione e l'opinione pubblica, ma la televisione e i social.
A interpretarlo è Paul Dano, ormai specializzato in ruoli enigmatici e moralmente ambigui, che si divide la scena con Jude Law, un Putin che ha effettivamente il carisma di una rock star, o di un divo del cinema, anche se in una scena dichiara espressamente di non essere un attore, né di aspirare al Premio Nobel per la pace, ma di aver consacrato la propria vita al ritorno dell'integrità nella Federazione Russa. A fare da costante nel racconto dell'ascesa di Vadim, dagli anni '90 ai giorni nostri, è Ksenia (Alicia Vikander), artista e donna che sembra l'unica a sfuggire al suo controllo.

Dopo il crollo dell'URSS, è il protagonista stesso a cambiare pelle più volte in un paese che deve trovare una nuova identità. Prima artista d'avanguardia, poi produttore di reality show, infine consigliere di un ex agente del KGB che sta diventando sempre più influente, Putin, appunto. Rimanendo sempre un passo indietro, in realtà è lui ad avere un'importanza fondamentale nell'ascesa di quello che, ancora oggi, è più che il presidente della Russia: di fatto, Putin ha plasmato il paese a sua immagine e somiglianza. Lo spunto narrativo del romanzo, e anche del film, è l'incontro di Vadim con uno scrittore, a cui racconta la propria storia.
Mosca come Hollywood
Dovendo trovare il modo migliore per far incontrare il testo di partenza con la storia contemporanea, Assayas ha scelto di affidarsi soprattutto alla parola. Il mago del Cremlino è infatti un film in cui il protagonista parla incessantemente, riempiendo la testa dello spettatore con i suoi pensieri, inarrestabili come un fiume in piena. Attraverso i suoi ragionamenti capiamo non soltanto come abbia fatto Putin a diventare uno zar moderno, ma soprattutto quale sia il meccanismo che muove la comunicazione di oggi. Come tutti coloro che non vogliono essere contestati, vediamo Putin mettere sotto controllo prima l'arte e la stampa. Vadim comincia infatti a stringere le mani attorno a programmi televisivi e notiziari, poi impedisce di fare satira. "Il confine tra parodia e insulto è troppo sottile", dice applicando quella che è una vera e propria censura.
Poi è la volta dei contestatori politici e dell'opinione pubblica, che manipola grazie a fake news e social, vero strumento di potere e controllo delle masse. Il protagonista spiega infatti molto bene come l'algoritmo sia stato creato dagli Americani, ma cavalcato in modo magistrale dai Russi. Scommettendo su contenuti creati da quelli che lui stesso definisce "idioti", ovvero otaku e beauty guru, ha alimentato l'irrazionalità umana, offrendo risposte di pancia e distrazioni continue. In questo modo i fatti e la verità diventano sempre più sfuggenti, permettendo a figure autoritarie come Putin di diventare un punto di riferimento. Il presidente è infatti come un pastore che magari usa anche il bastone per tenere strette a sé le sue pecore, ma, nella percezione della gente, riesce a tenere compatto il gregge.
La Russia raccontata da Assayas è quindi come una vera e propria industria cinematografica: tutti lavorano costantemente per controllare la narrazione, con effetti speciali che distraggono il pubblico e mattatori che ne catturano invece l'ammirazione. "Hollywood è come Mosca: contano solo le relazioni di potere. Il resto è irrilevante" dice Ksenia a Vadim. È tutto un trucco quindi. Se non fosse però che nel mezzo ci sono interessi internazionali da cui dipende la vita di milioni di persone.
Paul Dano è un gigante

Sicuramente aiutato da un testo importante, Paul Dano giganteggia nel film di Assayas. La sua voce sempre calma, sicura, mai urlata, ha il potere di ipnotizzare chi lo ascolta. Geniale e terrificante allo stesso tempo, incarna perfettamente tutte quelle persone dal potenziale altissimo che avrebbero potuto usare per realizzare qualcosa di bello e invece hanno scelto scientemente di votarsi al lato oscuro. Quella di Assayas diventa infatti anche una riflessione sul fascino del potere, in grado di creare dipendenza in chiunque si ritrovi a gestirlo. Una storia che abbiamo visto tante volte, ma purtroppo è sempre attuale. Perché cambiano gli strumenti con cui viene esercitato, ma le conseguenze dell'abuso di quel potere sono sempre devastanti.
Conclusioni
Nell'adattare per il grande schermo l'omonimo romanzo di Giuliano da Empoli, Assayas non si limita a raccontare l'ascesa di Putin e del suo fedele braccio destro, ma scatta una fotografia lucida della comunicazione contemporanea, basata su distrazioni e fake news, che diffondono la paura e l'ignoranza, puntando sull'irrazionalità delle persone. Il potere non è mai stato così social.
Perché ci piace
- L'interpretazione di Paul Dano.
- La scelta di Assayas di far entrare il protagonista nelle nostre teste, grazie al suo continuo flusso di parole.
- Jude Law è un Putin raggelante.
Cosa non va
- Chi non ama il cinema eccessivamente verboso potrebbe trovare la visione stancante.