Una storia (semi)vera, un gran cast, una suggestiva Roma anni '70. Questi gli ingredienti de Il Falsario, film Netflix presentato nella sezione Grand Public alla scorsa Festa del Cinema di Roma e ora finalmente disponibile in piattaforma. È la storia di Toni, che arriva nella Capitale armato di grande talento per la pittura e il sogno di diventare un artista, ma le cose non andranno secondo le sue previsioni e aspettative: la sua ambizione lo porterà infatti a mettere l'arte al servizio dell'inganno, diventando il più grande di tutti i falsari, ma anche una figura centrale in delicati misteri italiani di quegli anni.
Il film, prodotto da Cattleya, è scritto da Sandro Petraglia con Lorenzo Bagnatori, diretto da Stefano Lodovichi e interpretato da Pietro Castellitto, Giulia Michelini e Andrea Arcangeli, accompagnati da un nutrito gruppo di comprimari tra cui spiccano Aurora Giovinazzo, Edoardo Pesce s Claudio Santamaria.
Un'esperienza di cui abbiamo avuto modo di approfondire col regista Stefano Lodovichi e il protagonista Pietro Castellitto, che ci hanno raccontato la loro visione di questo personaggio e della Roma che fa da sfondo alle sue imprese in bilico tra arte e inganno.
Criminale o artista? Il protagonista del film Netflix
Partiamo dal personaggio nella nostra chiacchierata, da Toni e quel sogno che diventa crimine. Come l'hanno visto Lodovichi e Castellitto? Come un criminale che mente per sopravvivere o un artista che cerca di fuggire a una realtà che gli sta stretta? "L'ho vissuto come un ragazzo che cerca di capire quale sia la sua identità" ci ha detto Stefano Lodovichi, "e quindi si trova ad attraversare con sfacciataggine più maschere, più momento differenti e a diventare quello che gli serviva per ottenere qualcosa, per poi rendersi conto che in realtà per essere adulto bisognava prendere di petto la vita, essere responsabili e decidere da parte andare senza farsi trascinare sempre."
Una resa su schermo di Toni, nell'adattare Il falsario dal libro di Nicola Biondo e Massimo Veneziani, che non ha rinunciato al divertimento. "Come dice giustamente il trailer, il film è falsamente ispirato" ha aggiunto Pietro Castellitto, "e in quel falsamente ci siamo divertiti. È un personaggio che parte anzitutto dall'arte, dalle sue ambizioni artistiche, ma il suo temperamento artistico lo porterà a conoscere e a mescolarsi con tanti ambienti. Ma è un personaggio che racchiude in sé anche alcune caratteristiche di quegli anni: il vitalismo, il senso d'avventura, l'imprevedibilità."
La Roma de Il Falsario
Caratteristiche che emergono dal ritratto della Roma anni '70 messo in piedi da Stefano Lodovichi. Che lavoro per costruire l'ambientazione? "Ho cercato di ascoltare chi quella Roma l'ha vissuta veramente, chi ha vissuto via Caetani il giorno del ritrovamento di Aldo Moro. Chi ha vissuto ed era presente mi raccontava quanto fosse tutto intrecciato, quanto fosse possibile muoversi da un contesto dei criminali a uno di politici, a uno di medici o qualunque altro tipo, perché era una Roma dove tutto era profondamente intrecciato. Nello studio cinematografico per fare questo lavoro, è stato molto bello ascoltare chi ha vissuto quegli anni."
Uno su tutti: Paolo Bonfini, lo scenografo de Il Falsario, che "era presente in via Caetani il giorno del ritrovamento di Moro e quindi i suoi racconti sono stati importantissimi per me per ricostruire al meglio, con fedeltà, quella Roma lì, vera che io non ho vissuto perché sono dell'83 e vengo da Grosseto." Quindi lontano sia dal punto di vista del tempo che dello spazio.
Un contesto in cui non è stato difficile immergersi per Pietro Castellitto: "Sono cose che devi fare con naturalezza, nel senso che gli antichi romani non si percepivano antichi. Sono cose che poi si storicizzano e acquisiscono valore, ma quando le vivi appartengono all'attualità. Bisogna mantenere il punto di vista di freschezza di un uomo che che non sa di essere degli anni '70." E sugli abiti del periodo è categorico: "Ogni volta a parlare bene di quegli abiti... io non me li metterei mai!"
Giocare con la realtà e il cinema come metafora
Una storia falsamente ispirata alla realtà, un po' come l'opera stessa del suo protagonista che copia e in qualche modo reinterpreta il mondo. Un po' come il cinema, quando racconta una storia vera ma inevitabilmente la romanza. C'è una metafora del cinema che copia il reale nel racconto de Il Falsario? "C'è sicuramente una voglia di giocare con il cinema" ci ha detto Stefano Lodovichi, "c'è una stratificazione di elementi che ti raccontano che stiamo facendo un film: il personaggio di Toni è ispirato a una figura reale, ma ci siamo presi delle licenze per raccontare la sua storia, per poter creare il personaggio più intrigante e affascinante per noi. C'è un giocare con il cinema e un divertirci tra noi" su un set che racontano come ricco di complicità e divertimento.