Il castello di vetro

2017, Drammatico

Recensione Il castello di vetro: ritratto di famiglia disfunzionale

La recensione de Il castello di vetro: Brie Larson e Woody Harrelson mettono in scena un difficile rapporto padre-figlia nell'adattamento del libro di Jeannette Walls.

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Pubblicato nel 2005 e diventato un fenomeno editoriale negli Stati Uniti, Il castello di vetro è un libro autobiografico in cui la scrittrice Jeannette Walls ricostruisce la propria infanzia e adolescenza, trascorse insieme a tre fratelli e a una coppia di genitori anticonvenzionali e dallo stile di vita bohémien. L'autrice parla poi della sua vita da adulta, la sua carriera da giornalista e il faticoso tentativo di emanciparsi da quel retaggio familiare spesso gravoso e ingombrante.

Tematiche riprese anche dal regista e sceneggiatore Destin Daniel Cretton per il suo film, una trasposizione cinematografica dell'opera della Walls: un progetto con una gestazione lunga e non semplice, che dopo l'iniziale coinvolgimento di Jennifer Lawrence ha trovato una nuova protagonista in Brie Larson, affiancata da Woody Harrelson nel ruolo di Rex Walls, il padre di Jeannette. E al rapporto fra questi due personaggi, al tempo stesso affettuoso e conflittuale, tenero e viscerale, Cretton affida quasi tutta la tensione emotiva del film.

Woody Harrelson e Brie Larson, padre e figlia

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Giunto al suo terzo lungometraggio, Destin Daniel Cretton aveva già voluto Brie Larson nel cast del suo Short Term 12 del 2013, film indipendente che aveva messo in luce, prima del più blasonato Room, il talento della giovane attrice californiana. E ne Il castello di vetro, la Larson risulta più che convincente nel restituire la durezza e il senso di disillusione di questa ragazza cresciuta troppo in fretta e ancora segnata dalle ferite (metaforiche, ma non solo) di un passato trascorso fra vagabondaggi e bizzarrie varie, momenti di tenerezza e piccoli traumi sperimentati nella cornice domestica. Il costante sistema di flashback disvela quindi l'ennesimo ritratto di una famiglia disfunzionale, secondo quello che ormai è un topos ben preciso della narrativa e del cinema statunitensi.

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L'armonia di facciata del presente, conquistata con una solida determinazione e anche attraverso l'appoggio del fidanzato David (Max Greenfield), è prontamente scalfita quando Jeannette, dopo un lungo periodo di silenzio, tenta controvoglia di riallacciare i contatti con i suoi genitori: l'eccentrica madre Rose Mary (Naomi Watts) e soprattutto Rex, semi-alcolizzato, caratterizzato da una brutale sincerità, ma anche da atteggiamenti autodistruttivi. Una figura opprimente e contraddittoria, che sembra costruita a pennello su Woody Harrelson (tanto che, a tratti, l'attore finisce per scivolare nell'istrionismo) e la cui complessità emerge in particolare nei suoi scambi con Jeannette da adolescente, quando ha il volto dell'undicenne Ella Anderson.

Tra vita adulta e legami familiari

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Il film si fa più programmatico, invece, quando innesta un confronto fra lo spirito di libertà instillato in Jeannette dalla propria famiglia e i compromessi della sua nuova esistenza più 'conformista', segnata da un lavoro remunerativo ma poco soddisfacente come cronista mondana e da un sommesso senso di inautenticità. Una dicotomia, quella fra le costrizioni borghesi e il richiamo a valori più autentici, già analizzata varie volte nel recente cinema americano (un caso su tutti, il Captain Fantastic di Matt Ross), e che ne Il castello di vetro non sempre trova un'esecuzione davvero originale o incisiva. Se il suo precedente Short Term 12 dimostrava una natura assai più spontanea e genuina, ne Il castello di vetro Cretton si accontenta invece di gravitare entro una sostanziale medietà, confezionando un'opera non priva di motivi d'interesse, ma dando anche la sensazione di non aver saputo sfruttare appieno il potenziale della storia raccontata.

Recensione Il castello di vetro: ritratto di...
Stefano Lo Verme
Redattore
3.0 3.0
Cinecittà World
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