Sì, con Hamnet di Chloé Zhao - tratto dal romanzo di Maggie O'Farrell - siamo dalle parti del capolavoro. E il motivo è da trovare nell'interezza poetica, visiva e interpretativa di un'opera in cui il dolore diventa l'estensione artistica - in un'elaborazione luttuosa mai ricattatoria - capace di essere ascensione assoluta alla bellezza, salvifica e catartica. Così, quando Paul Mescal parla di Hamnet, lo fa come se stesse ancora nei panni di William Shakespeare. Non c'è prosa. Incontriamo l'attore via Zoom, e con noi un gruppo ristretto di giornalisti internazionali. Un'incontro che supera il timing stabilito, sforando e arrivando quasi a un'ora.
Dall'altra parte della finestra Zoom, Mescal (che avrebbe meritato la candidatura come miglior attore non protagonista) rispondendo a tutte le domande poste dalla stampa, e spiega che l'idea di interpretare William Shakespeare - o meglio, un uomo che ancora non sa di essere Shakespeare - lo ha colpito subito, perché "lui non è William Shakespeare. Lo conosciamo come marito, come padre, come uomo. Non è consapevole del proprio mito perché ancora non esiste".
Hamnet, il lavoro di Paul Mescal con Chloé Zhao e Jessie Buckley
Spaccato in due, Hamnet mette in scena prima l'innamoramento tra Will e Agnes (interpretata da una stratosferica Jessie Buckley), poi la morte del piccolo Hamnet (Jacobi Jube, pazzesco). "Era fondamentale che il pubblico credesse profondamente che queste due persone si amassero e avessero costruito insieme una famiglia. Altrimenti, alla fine, non ci sarebbe nulla da perdere". È proprio per questo che il dolore arriva impetuoso, "Sarebbe stato falso supporre che Will e Agnes avrebbero potuto continuare come prima. Per me è un miracolo che si rivedano. Molte coppie non sopravvivono alla morte di un figlio".
A guidare questo viaggio - anzi, a indirizzare la strada da sceglie - è Chloé Zhao, che Mescal definisce "la regista più spirituale con cui abbia mai lavorato". Sul set, il lavoro non passava tanto dall'analisi delle scene quanto dalla loro percezione. "Chloé è interessata a sentire una scena più che a parlarne. Abbiamo fatto molto lavoro somatico, fisico. Spesso chiudevamo gli occhi, cercavamo qualcosa che sembrasse vero, e poi lavoravamo a ritroso da lì".
Un approccio che emerge nella relazione con Jessie Buckley. "Il suo dolore è un'eruzione vulcanica. Il mio lavoro era contenerlo, trattenere il mondo per lei", prosegue Paul Mescal capace di interiorizzare il dramma, facendone uno spunto creativo. "Non credo che il dolore debba sempre essere espresso apertamente. Dipende dalla persona. Per Will, il silenzio e il ritiro erano necessari". E ancora: "C'è un detto che dice che due persone in una relazione non possono spezzarsi contemporaneamente. Se succedesse, non rimarrebbe più nulla".
L'arte è una religione
Quando Will finalmente mette in scena Amleto, il film si compie mostrando l'arte non come sublimazione astratta, ma come atto umano. "Shakespeare non è solo poesia. È istinto. Non sta mettendo la sua poesia in primo piano, sta mettendo i suoi sentimenti e la sua umanità". Mescal confessa tra l'altro che dopo Hamnet non riesce più a guardare il Bardo dell'Avon allo stesso modo. "Non do più per scontato che dietro quelle opere ci sia un essere umano che ha subito una perdita tremenda e che ci ha regalato per sempre quella sensazione". Del resto, "Il suo genio non sta nella sua arte, ma sta nella sua umanità".
Anche per questo, Paul Mescal, in chiusura, risponde così quando gli chiediamo se l'arte può essere una vera e propria religione, lontana dai dogmi e dalle ideologie. "Penso che se c'è una religione in cui credo, quella è l'arte. È una salvezza. Ed è stata sicuramente una salvezza per me in certi momenti della mia vita. Ricordo questa intervista che Ethan Hawke ha fatto in cui predicava di convertici all'arte, come parte importante della nostra vita. Assorbiamo film, ascoltiamo musica. C'è una parte enorme della popolazione della Terra che si rivolge all'arte nei momenti di crisi. Quando qualcuno muore o si sposa, hai una canzone su cui balli, e hai una poesia che reciti a un funerale. Ecco perché l'arte è importante, ed ecco perché continuiamo a cercarla".