Da Telluride e Toronto alla Festa del Cinema di Roma, il cammino di Hamnet è di quelli percorsi abitualmente dai grandi titoli della stagione dei premi. Non sorprende, quindi, che il film di Chloé Zhao arrivi in sala con alcuni premi già racimolati e un bottino di 8 nomination ai prossimi Oscar. Riconoscimenti meritati, perché ci siamo subito innamorati anche noi di Hamnet quando l'abbiamo visto all'evento romano, tanto che abbiamo aperto la nostra chiacchierata con la regista con un doveroso ringraziamento per le emozioni che ci ha saputo regalare.
La storia, che mette al centro Agnes Hathaway, moglie di William Shakespeare, e del lutto che ha travolto i due a causa della peste nel 1596, adattando il romanzo scritto da Maggie O'Farrell che figura anche come co-sceneggiatrice del lungometraggio. A dar vita su schermo alla coppia, troviamo Paul Mescal e Jessie Buckely: se entrambi sono molto bravi nella resa dei rispettivi personaggi, sottolineiamo con entusiasmo la prova della Buckley, vero cuore narrativo ed emotivo di tutta l'opera.
Hamnet, dalla carta allo schermo
La prima domanda che poniamo a Chloé Zhao riguarda l'adattamento del romanzo di Maggie O'Farrell, perché il film è un'opera preziosa per quanto riguarda la componente visiva, tra colori e messa in scena: come ha tradotto il testo, le parole, in immagini? "Ho collaborato con Maggie O'Farrell. Il suo libro è molto introspettivo e credo che molti si chiedessero se sarebbe stato difficile adattarlo" ci ha detto la regista, "dato che non ci sono molti dialoghi ma un profondo paesaggio interiore." Un aspetto che piace a Chloé Zhao: "per quanto mi riguarda, un libro denso di dialoghi sarebbe più difficile tra tradurre in immagini. Quando capisco quale sia la mappa interiore, posso usare il linguaggio cinematografico, ovvero musica e suono, fotografia e scenografia, per creare un paesaggio interno che rispecchi quello interiore."
La musica di Max Richter
Quando sentiamo che la regista di Hamnet - Nel Nome Del Figlio cita la musica, non possiamo che sfruttare il gancio per approfondire il lavoro con Max Richter, perfetto per il film. Gli ha chiesto qualcosa di specifico? "In realtà, non so quanto io abbia chiesto in concreto. Credo di avergli mandato la sceneggiatura e parti del girato, forse qualche foto della foresta. Ma già mentre scrivevo la sceneggiatura ascoltavo la sua musica e aveva già creato delle sfumature, dei colori, ancor prima che iniziassi a girare."
Con Richter, infatti, c'è una sintonia che Chloé Zhao sottolinea: "Max è così sensibile al mondo naturale, per questo che siamo in sintonia, percepisce la musica come vibrazione prima di ogni altra cosa. È capace di catturare la vibrazione della natura nella sua musica. Potresti essere nel bel mezzo di una giungla di cemento, ma se ascolti la sua musica ti senti vibrare insieme a una foresta millenaria." Ed è per questo che "la sua musica sembrava fatta apposta per il nostro film e la ascoltavamo spesso sul set, per aiutarci a entrare nello spirito dei personaggi."
L'importanza della natura nell'opera di Chloé Zhao
Questa attenzione all'aspetto naturale ci incuriosisce e proviamo ad approfondirlo, chiedendo all'autrice quale sia il suo rapporto con la natura. "Per molto tempo non ne ho avuto uno. Sono cresciuta in città e con la religione, quindi non avevo nemmeno un legame con la spiritualità della natura. Ma credo che verso i trent'anni io abbia sentito che mi mancasse qualcosa. È per questo che i miei primi tre film, realizzati in America, mi hanno portata a contatto con persone che vivevano a stretto contatto con la natura, che fossero cowboy, nativi americani o nomadi. Da quell'esperienza ho iniziato a coltivare il mio rapporto con l'ambiente naturale." Un rapporto che si concretizza in un concetto semplice quanto potente. _"Noi siamo natura. Gli esseri umani sono natura. Quindi, avere un rapporto con la natura significa in realtà avere un rapporto con il nostro corpo, che non è affatto semplice nella società moderna. Anche per me è stato un percorso."
Il lavoro con Jessie Buckley e Paul Mescal per Hamnet
In chiusura della nostra chiacchierata con Chloé Zhao non potevamo non approfondire il lavoro con gli interpreti, con i due splendidi protagonisti del film: Paul Mescal, ma soprattutto Jessie Buckley. Come ha lavorato con loro? "In pratica, li ho lasciati in pace. Jessie dice che uno dei miei superpoteri è 'sparire'. Chiedo loro di venire al lavoro ogni giorno restando in quella zona grigia tra il sapere e il non sapere. Tutto ciò che voglio è la loro presenza. Non voglio nessuna delle loro idee preconcette su chi debba essere il personaggio, così sono in grado di essere autentici, un momento dopo l'altro, di trasmettere ciò che potrebbe provare William Shakespeare, ma anche ciò che prova Paul Mescal in un determinato momento. E lo stesso vale per Jessie Buckley e Agnes: voglio entrambe le cose. E credo che siano riusciti a fonderle insieme magnificamente."