Gore Verbinski è tornato alla grande. A circa dieci anni da La cura del benessere, uno dei registi più sottovalutati di Hollywood dirige Good Luck, Have Fun, Don't Die. Complice la sceneggiatura di Matthew Robinson, il film è una squilibrata eppure lucidissima disamina reale ma volutamente poco seria del mondo per com'è (diventato). Un mondo polarizzato, emotivamente sconnesso, in balia di un flusso umorale e decentrato.
A metà tra satira e comedy, la pellicola rivede i concetti che hanno reso grande la fantascienza - i computer, la tecnologia, i viaggi nel tempo - per sbugiardare un'epoca in cui la finzione conta pericolosamente molto di più della realtà, generando un cortocircuito in cui il dinamismo narrativo si lega intelligentemente a una struttura scenica di grande impatto che, fin dalle sequenze iniziali, mostra pure una certa originalità. Il che non guasta, visti i tempi.
Good Luck, Have Fun, Don't Die: Sam Rockwell viaggiatore del tempo
Senza indugio, Good Luck, Have Fun, Don't Die, nonostante l'importante durata (oltre due ore), parte forte: è notte, siamo in un affollato diner Norms (una famosa catena di Los Angeles) e il caffè non smette di fumare. Solita routine, solita serata, solite chiacchiere al bancone.
All'improvviso, irrompe un uomo delirante e, pare, armato di un detonatore. Il tizio, sporco e barbuto (un Sam Rockwell strepitoso), dice di venire dal futuro. Secondo i suoi sproloqui, è la 117ª volta che torna provando a portare a termine una missione prima che il tempo scada: reclutare un gruppo di persone improbabili e impreparate per scongiurare l'imminente apocalisse innescata dall'intelligenza artificiale. Ovvio, più facile a dirsi che a farsi.
Il tracollo della società in funzione della tecnologia
Good Luck, Have Fun, Don't Die sembra uscito da un certo immaginario anni '90, pur essendo radicato - per temi e linguaggio - nel presente (insomma, i rimandi sono diversi, da Terminator a Black Mirror). Il viaggio nel tempo, sempre efficace nella sua fascinosa teorizzazione, tanto al cinema quanto in letteratura, diventa lo spunto per affrontare, invece, la mancanza stessa del futuro. "Ci hanno rubato il domani", direbbe qualcuno, se non fosse che siamo stati sempre noi a permettere che il futuro fosse defraudato.
L'uomo senza nome venuto da un'altra stringa temporale altro non è che la nostra coscienza che, per quanto possibile, prova a mettere un freno all'inesorabile tracollo della società per come la conosciamo. In qualche modo, è la nostra ultima possibilità. Una società, viene detto, che ha abdicato in funzione di una latente indolenza che rimette ogni necessità (tra cui i bisogni primari) alla tecnologia stessa, rimpinzando l'intelligenza artificiale - nemica dichiarata ma non per questo affrontata - come se fosse un'estensione distopica della personalità umana.
Un gruppo di eroi assurdi
Il film, che dimostra ancora una volta l'ottima regia di Verbinski, ha una chiara presa di posizione che sa ben giocare con le parole e i continui virtuosismi, affidando la scena al talento di Sam Rockwell, contornato da un cast di alta qualità: Haley Lu Richardson, Michael Peña, Zazie Beetz, Asim Chaudhry e Juno Temple. Sono loro - o meglio, dovrebbero essere loro - gli improbabili eroi scelti per disinnescare una fine in cui ci ritroviamo immersi fino al collo.
Nel farlo, Verbinski svela attraverso diversi flashback (allungando però il ritmo, soprattutto nella parte centrale dell'opera) la realtà delle cose, ben lontana dalla comodità distopica di un'idea virtuale che, senza che ce ne accorgessimo, è riuscita a risucchiare la nostra capacità di analisi, di comprensione e d'attenzione. Insomma, ci sarebbe da divertirsi con Good Luck, Have Fun, Don't Die, se non fosse anche e soprattutto inquietante nella declinazione di un futuro affidato quasi esclusivamente a un prompt.
Conclusioni
Avventura da tutto in una notte con un grande Sam Rockwell (e no, questa non è una novità) per Good Luck, Have Fun, Don't Die. Il film di Gore Verbinski, finalmente tornato alla regia, è una satira a metà tra il serio e il faceto, perfetta nel fotografare intelligentemente una dimensione sociale schiava della tecnologia, dei social, dell'intelligenza artificiale.
Perché ci piace
- Il talento di Sam Rockwell.
- Lo spunto.
- La regia di Gore Verbinski.
- Una buona trama.
Cosa non va
- Nonostante la durata eccessiva.
- A volte il ritmo cala troppo.