First Cow, la recensione: Umanità ai margini

La nostra recensione di First Cow, il film di Kelly Reichardt in concorso all'edizione 2020 del festival di Berlino.

RECENSIONE di 25/02/2020
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First Cow: una scena del film

C'è un gran fascino nello spaccato di frontiera americana che ci racconta Kelly Reichardt e in questa recensione di First Cow cercheremo di spiegarvi in che modo la regista riesce a concentrare la nostra attenzione su una piccola storia raccontata con semplicità, rispetto a tante altre avventure western a cui siamo stati abituati nel corso degli anni. First Cow è infatti un western sui generis che ci fa capire quanta profonda umanità abbia animato quel mondo, quante piccole storie di personaggi ai margini possono contribuire a creare l'immaginario di un mondo che è già stato raccontato in tante forme diverse dal cinema.

Due uomini e una mucca

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First Cow: John Magaro, Orion Lee in una scena del film

La storia che ci racconta First Cow inizia nel presente, con il rinvenimento da parte di una ragazza di due scheletri in un bosco dell'Oregon. Un incipit dopo il quale Kelly Reichardt ci porta al 1820 per raccontarci di "Cookie" Figowitz, un cuoco taciturno prima assoldato da un gruppo di cacciatori di pellicce della zona, poi ritrovatosi con un altro vagabondo di origine cinese. Due solitudini che si ritrovano e che riescono a mettere insieme qualcosa di concreto: una improvvisata quanto sorprendente attività commerciale, una piccola produzione di dolci che riesce ad affermarsi nella piccola comunità nella quale si ritrovano, con il sogno di sbarcare in una grande realtà come San Francisco per costruire qualcosa di più per la quale, però, hanno bisogno di una base concreta, una base che iniziano a costruire scivolando nell'illegalità, mungendo di nascosto la prima mucca del titolo, l'unica presente nella zona, per procurarsi il latte di cui hanno bisogno.

Personaggi ai margini

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First Cow: una scena del film con John Magaro

John Magaro e Orion Lee mettono in piedi una coppia interessante, due tipi diversi, quasi complementari, che permettono all'autrice di veicolare la porzione di umanità che si è mossa tra le maglie di quel mondo che conosciamo in maniera semplificata e spesso superficiale attraverso i western. Sotto quella patina avventurosa che il genere ci ha restituito solo parzialmente, con diversi livelli di approssimazione e libertà narrative, c'è un brulicare di vita che la regista prova a indagare, volgendo lo sguardo verso due piccoli criminali per necessità e il loro sogno di costruire qualcosa in quella che si considerava la terra delle opportunità, facendosi largo a colpi di latte, miele e spezie piuttosto che con le più ordinarie armi da fuoco.

Il duro western di Kelly Reichardt convince Venezia

La semplicità nello sguardo

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First Cow: John Magaro in una scena del film

Storie semplici che Kelly Reichardt racconta con un'altrettanta semplicità formale, seguendo i suoi personaggi con accorta discrezione, lasciando che siano i loro piccoli gesti a parlare e raccontare la porzione di storia che li riguarda. Peccato solo per una prima parte che impiega un po' di tempo a ingranare ed entrare nel vivo della storia e rende First Cow meno equilibrato e solido di quanto sarebbe potuto essere, ma la sensazione di aver ascoltato una piccola grande storia raccontata con preziosa attenzione ai dettagli, minimalista ed essenziale nella messa in scena, ma profonda e capace di tratteggiare un mondo più complesso di quanto spesso ci si immagini, luogo d'incontro di culture diverse e crocevia di un'umanità vibrante.

Conclusioni

Chiudiamo con soddisfazione questa recensione di First Cow, il western sui generis di Kelly Reichardt che racconta in modo originale una storia di umanità ai margini, attraverso due personaggi che, come tanti altri in quel mondo, devono trovare il proprio posto e la propria strada per imporsi. L’unica perplessità riguarda una prima parte che fatica a decollare, ma non rovina la visione di un film efficace nella messa in scena quanto interessante nei temi.

Movieplayer.it

3.5/5

Voto medio

3.5/5

Perché ci piace

  • Lo sguardo semplice ma profondo di Kelly Reichardt.
  • Lo spaccato di umanità che emerge dal racconto.
  • La prova del cast, capace di aggiungere sfumature al disegno minimalista dell’autrice.

Cosa non va

  • Peccato per una prima parte che ingrana lentamente.