Vi ricordate Seven, il capolavoro di David Fincher? Ci muoviamo in un territorio abbastanza simile con Detective Hole, la nuova serie scandinava tratta dai romanzi di Jo Nesbø (nello specifico dal quinto capitolo della saga, La stella del diavolo). Lo show si aggiunge al ricco catalogo crime di Netflix, mantenendo la tipica messa in scena asciutta e cruda del Nord Europa, ma strizzando l'occhio alla spettacolarità procedurale statunitense.
Detective Hole: due poliziotti, un solo obiettivo
Il protagonista Harry Hole (Tobias Santelmann) è un detective della polizia di Oslo taciturno e tormentato. Sta provando a ricostruirsi una vita e una stabilità familiare accanto a Rakel (Pia Tjelta) e a suo figlio, ma il passato bussa costantemente alla porta.
Dopo un incidente fatale costato la vita al suo partner, Harry combatte contro la dipendenza dall'alcol: ora è sobrio da cinque anni, ma l'equilibrio è precario. Quando un nuovo trauma si profila all'orizzonte, il protagonista rischia di chiudersi nuovamente in se stesso, cercando nell'autodistruzione un modo per anestetizzare il dolore.
La serie esplora con lucidità il disturbo da stress post-traumatico legato al lavoro investigativo, una condizione universale che non conosce latitudini. Si finisce risucchiati dal caso, trascurando gli affetti e diventando prede dei propri fantasmi.
Mentre dà la caccia a un serial killer che semina pentacoli e deliri religiosi (da qui il richiamo a Fincher), Harry Hole deve però guardarsi le spalle anche in centrale. È convinto che il collega Tom Waaler (Joel Kinnaman) - stimato da tutti e prossimo alla promozione - sia in realtà corrotto.
Waaler è lo specchio oscuro di Harry: un uomo consumato dai segreti e da una rabbia inaudita che Kinnaman restituisce con una performance millimetrica, che finisce quasi per oscurare il pur bravo Santelmann. L'aspetto più stimolante è che, pur stando entrambi dalla parte della legge, sono due anti-eroi speculari. Il confine con il villain è labilissimo: sembrano due versioni diverse di un Batman privo di bussola morale.
I temi della serie Netflix, tra ossessione, fanatismo e dipendenza
Le indagini non seguono un binario canonico. La narrazione frammenta la cronologia, giocando su piani temporali sovrapposti, flashback traumatici e inserti onirici (forse fin troppo presenti) che immergono lo spettatore nella psiche dei protagonisti. Se la fede può deragliare nel fanatismo - motore delle azioni del killer -, il cuore del racconto resta la dipendenza: non solo quella "chimica" di Harry, ma anche quella di Waaler verso la violenza.
L'ossessione è il vero fil rouge: ogni personaggio ha un chiodo fisso, un demone che non riesce a scacciare. In questo sottobosco di pulsioni, la serie inserisce anche riflessioni sociali non banali, come il dibattito sul possesso di armi da parte della polizia nel contesto di una sanguinosa guerra tra bande.
O ancora i dilemmi morali ed etici sul concetto di giustizia e vendetta privata: fino a che punto si è disposti a spingersi rappresentando le Forze dell'Ordine per far rispettare la Legge, e quali compromessi è corretto accettare in nome del bene comune?
Una colonna sonora che... spacca
Dai tempi di The Killing, Joel Kinnaman ha dimostrato di sapersi muovere perfettamente tra i chiaroscuri del genere. Qui la messa in scena sposa gli stilemi nordici contaminandoli con un'estetica d'oltreoceano. Fotografia pungente, dialoghi ridotti all'osso e una Oslo sporca, "bagnata" dal neon, inquieta come una Gotham City scandinava. A rompere il ritmo intervengono sequenze adrenaliniche di matrice action a stelle e strisce, che rimescolano le carte in tavola.
Vero fiore all'occhiello è però la colonna sonora punk rock, che spazia tra Nick Cave, Royal Deluxe, The Dead Weather e i Ramones. Nota di merito per una sequenza specifica: un momento di intimità che muta repentinamente in violenza quasi splatter, accompagnato per contrasto dalle note dolci della ballata romantica Heartbeats di José González. È il riassunto della serie stessa: un gioco di paradossi e contraddizioni costanti.
Conclusioni
Detective Hole è un nordic crime che accetta la sfida di sporcarsi con il gusto americano per il cardiopalma (anche se i momenti adrenalinici quanto quelli onirici talvolta scombussolano il ritmo). Il risultato è un ibrido particolare che poggia sulla solida prova dei due protagonisti, con un Joel Kinnaman magnetico nel ruolo dell'anti-eroe discutibile. La colonna sonora curata da Nick Cave e Warren Ellis è la ciliegina sulla torta di un'opera che parla di ossessioni universali e fanatismi pericolosi.
Perché ci piace
- Le interpretazioni di Tobias Santelmann e (soprattutto) Joel Kinnaman.
- La gestione tematica di ossessione e dipendenza.
- Una colonna sonora punk rock graffiante e azzeccata.
Cosa non va
- Il mix tra stilemi nordici e americani non è sempre fluido.
- Gli inserti onirici a tratti rallentano eccessivamente il racconto, mentre quelli adrenalinici spingono troppo sull'acceleratore.
- L'assenza di eroi positivi potrebbe respingere il pubblico in cerca di catarsi.