My Dear Prime Minister

2018, Commedia

Recensione My Dear Prime Minister: un gabinetto per la mamma

La recensione di My Dear Prime Minister, colorata e tenera fiaba che affronta il tema dell'ingiustizia sociale in India.

Una cosa si può certamente affernare di My Dear Prime Minister: non ha paura di scomodare certi tabù. Abbiamo visto e vediamo ogni tutto ormai al cinema: supereroi che bestemmiano, nudità al microscopio, violenza iperrealista e surrealista, ogni orrore e ogni meraviglia accanto ogni cosa quotidiana e semplice, ma nessuno si era ancora azzardato a fare un film sul fatto che tutti dobbiamo evacuare gli intestini (chi più chi meno). Accanto a questa realtà teneramente banale eppure pressoché inaudita sui palcoscenici dei festival cinematografici internazionali, il film di Rakeysh Omprakash Mehra mette sul piatto un altro elemento molto meno banale e molto più spaventoso: il drammatico problema della violenza sessuale in India, praticamente una guerra in atto contro le donne.

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L'accostamento è presto spiegato: nelle baraccopoli di Mumbai, dove milioni di persone vivono abusivamente, non esistono servizi igienici e le persone provvedono alle necessità fisiologiche a cielo aperto. Le donne, le ragazze, le bambine, per pudore, lasciano i loro tuguri in piena notte, per lo più in gruppo, per privilegiare la sicurezza rispetto alla privacy. Perché non è difficile intuire che queste sortite notturne le espongano al richio di aggressioni la cui frequenza e brutalità, in quelle zone, ha indotto il governo a introdurre la pena di morte per gli stupratori di bambine.
Se avete i brividi dall'orrore, non siete da biasimare. Se vi chiedete come sia stato possibile realizzare un film colorato, fiabesco e popolato da personaggi amabili su questo argomento, non siete soli. Però questo cineasta, ex atleta ed ex venditore di aspirapolveri in seguito divenuto regista di spot pubblicitari, in qualche modo ci è riuscito, e nella sua dolcezza un po' stucchevole My Dear Prime Minister ha anche dei meriti cinematografici - magari non molti - oltre a quelli di matrice etica.

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My Dear Prime Minister

Kahnu e l'ingiustizia nel mondo

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La mossa decisiva, e non è detto che funzioni sempre, è la scelta di un punto di vista infantile: quello di Kahnu, un bambino di otto anni che vive nello slum di Gandhinagar con la sua mamma, che lo ha avuto giovanissima e sbarca il lunario facendo lavori di cucito e ricamo, mentre lui, invece di andare a scuola, fa lavoretti improvvisati, distribuisce preservativi per un'operatrice umanitaria, ma distribuisce anche per lo spacciatore locale. Cresce in fretta, ma è amato dalla mamma e dagli amici, e intanto scopre che mentre la sua gente vive stipata nella baraccopoli, c'è chi ha appartamenti lussuosi e acqua che esce dal rubinetto di casa e chilometri di carta igienica. Questi "pezzi grossi" possono fare la cacca anche sugli aeroplani, mentre Kannu e i suoi amici si accucciano sui binari dei treni, si arrampicano sui gasdotti che sormontano il fiume, e le donne escono di notte.
Quando Sargam viene aggredita e violentata ogni gioia è cancellata dal mondo di questa piccola famiglia, sostutuita dalla paura e dal senso di impotenza. Ma Kahnu non si arrende facilmente: troverà il modo di proteggere sua madre.

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I colori di Holi

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Kahnu, un po' come il suo interprete Om Kanojiya, è un bambino dotato di un fascino irresistibile, di una notevole tenacia e di un incrollabile amore per la sua mamma, ma questo basterà a ottenere l'attenzione del Primo Ministro, l'unica persona che abbia il potere sul territorio amministrativamente conteso dove sorge Gandhinagar? Il film non ha certo l'ardire di lasciare nel dubbio lo spettatore, di generare riflessioni oggettivamente problematiche, o di offrire soluzioni minimamente percorribili. È un'opera narrativamente prevedibile e sentimentale My Dear Prime Minister, non intenerisce meno per questa ragione, e, come accennavamo, può anche contare su qualche elemento cinematograficamente rilevante, come la bella e inebriante sequenza del ballo durante le celebrazioni del festival di Holi. Potrebbe bastare per farci correre il pensiero alle donne e alle bambine delle baraccopoli di Mumbai, la prossima volta che allungheremo la mano verso il rotolo a quattro veli; la prossima volta che daremo per scontata la sicurezza di un tetto sulla testa.

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Alessia Starace
Redattore
3.0 3.0
Cinecittà World
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