È dura fare il tuo lavoro con una moglie pazza; ci riesci mantenendo il lavoro e la vita privata completamente separati. Il detective o il marito: quale dei due sei davvero? In realtà non sei nessuno dei due... in realtà non sei nessuno.
La prima manifestazione del Male, in Cure, è emblematica nella sua quieta semplicità, lontanissima da ogni convenzione dell'horror. Il campo lungo di una spiaggia solitaria, in cui si avvertono soltanto il soffio del vento e la risacca delle onde, e al centro dell'inquadratura una figura umana, appena distinguibile, avvolta in un impermeabile. Lo sconosciuto si dirige lentamente verso la macchina da presa, per poi attraversare in senso orizzontale l'inquadratura successiva, tornare indietro e, dopo aver chiesto informazioni, dichiarare che non sta andando "da nessuna parte". La cinepresa, stavolta senza stacchi di montaggio, segue a distanza il cammino del giovane, raggiunto dal passante di poco prima, il quale tenta di prestargli soccorso.
L'essenza del Male nel thriller di Kiyoshi Kurosawa

Non c'è nulla, nella situazione appena descritta, che appaia davvero minaccioso. Tutt'al più un vago sentore perturbante; forse la consapevolezza che qualcosa, nella rigorosa asciuttezza della messa in scena, si sottrae ineluttabilmente alle nostre aspettative. Del resto, Cure fa il suo debutto nelle sale giapponesi nel dicembre 1997, nel pieno di un decennio inaugurato dal fenomeno Il silenzio degli innocenti, diretto nel 1991 da Jonathan Demme, e scandito da altri esempi, più o meno illustri, di quel rinnovato filone di storie sui serial killer. Ma sull'altra sponda del Pacifico, Kiyoshi Kurosawa si cimenta con il suddetto genere adoperando un approccio diametralmente opposto: il Male non ha il carisma luciferino di Hannibal Lecter, né il diabolico sadismo del John Doe di Seven. Soprattutto, non si materializza in una metropoli da incubo, bensì in una realtà che somiglia tremendamente alla nostra.

Cos'è il Male, dunque? È la domanda sottesa al titolo che, a quasi trent'anni dall'esordio, resta il film più famoso e celebrato di Kiyoshi Kurosawa, quello che per la prima volta avrebbe rivelato il talento del regista giapponese anche presso il pubblico occidentale, benché in maniera progressiva (in Italia non ha mai avuto una regolare distribuzione nei cinema). "Non so chi sono. (...) Non ricordo nulla", sono le risposte fornite dal ragazzo sulla spiaggia, smarrito e affetto da costanti amnesie. Nessuna mitopoiesi del Male, dunque, ma al contrario l'impossibilità di dare una soluzione a tali interrogativi; di fornire un senso alla scia di omicidi che sta colpendo come una pestilenza la città di Tokyo, e su cui si ritrova a indagare il detective Kenichi Takabe di Koji Yakusho, affiancato dallo psichiatra forense Shin Sakuma (Tsuyoshi Ujiki).
L'indagine impossibile di Kenichi Takabe

L'incipit di Cure, per l'appunto, sembrerebbe recuperare il modello dei thriller polizieschi: dalla coppia di investigatori alle prese con una selvaggia ondata di violenza, incluso il segno distintivo del killer (in questo caso, un taglio a X inciso sul corpo delle vittime), al focus su un protagonista ombroso e tormentato. Koji Yakusho, che tornerà a collaborare con Kurosawa in diverse altre occasioni, dipinge Kenichi Takabe come un detective razionale e metodico, ma che trascina con sé il peso di una dolorosa vita familiare: non a caso la pellicola si apre in una clinica di igiene mentale, in cui sua moglie Fumie (Anna Nakagawa), affetta da un imprecisato disturbo neurologico, legge alcuni passi di Barbablu, la fiaba in cui un idillio coniugale si trasforma in una gabbia orrorifica.

Più volte nel corso del film Fumie si smarrisce, perde la memoria, come avviene anche al ragazzo della spiaggia, fermato in relazione alla catena di omicidi. Il suo nome è Kunio Mamiya, ma Takabe non riesce a scoprire nient'altro su di lui; ed è proprio l'imperscrutabilità del giovane, la sua presunta assenza di motivazioni, l'incapacità di comprendere come abbia potuto indurre degli sconosciuti a commettere dei delitti tanto atroci, a far vacillare il poliziotto, minandone ogni certezza e dando voce ai bisbigli più oscuri della sua psiche. Risolta relativamente in fretta la "caccia all'assassino", da lì in poi Cure si sviluppa interamente sul confronto fra l'investigatore e la sua nemesi, interpretata dal ventiseienne Masato Hagiwara: un anomalo villain dalle movenze catatoniche e dallo sguardo spesso intimidito, seminascosto dalla frangia di capelli che gli ricopre la fronte.
Un contagio senza una cura?

Il soffuso, impalpabile senso di angoscia di cui è pervaso il film di Kiyoshi Kurosawa non deriva in effetti dalla forza carismatica dell'antagonista, ma dalla percezione di un mistero insondabile celato nelle parole di Mamiya e sepolto dietro l'enigma dei suoi occhi; e tanto più le indagini di Takabe si infrangono su quel mistero, tanto più si stringe il sinistro legame fra lui e Mamiya. Quando il ragazzo lo sfida parlandogli della malattia della moglie, l'interrogatorio a cui lo sottopone Takabe si tramuta in un gioco fra il gatto e il topo: la scena viene ripresa da Kurosawa in un singolo piano sequenza, illustrando il ribaltamento dei rapporti di potere fra i due attraverso i loro movimenti nella penombra di una cella, con la serafica compostezza di Mamiya contrapposta alla rabbia forsennata del detective, che si aggira in quello spazio angusto come una belva in cattività.

Rinunciando quasi del tutto ai canoni tradizionali della suspense (a partire dall'assenza di musica a favore di un tappeto sonoro diegetico), Kurosawa inietta nel racconto uno strisciante sentimento di malessere: la cognizione della violenza come componente endemica dell'umanità, impulso repentino e irresistibile che sfugge al controllo del raziocinio e della morale, e a maggior ragione risulta spaventoso. Più che un autentico villain, Mamiya è una sorta di 'untore', impegnato a propagare il Male alla stregua di un contagio; e neppure Takabe, che avrà l'ardire di scrutare nell'abisso, potrà restarne immune. Come suggerito nel memorabile epilogo, una resa dei conti dai contorni quasi metafisici, e poi ancora un'ultima volta nella scena di chiusura del film: non esiste cura in grado di frenare il contagio, non c'è speranza di porre fine all'orrore.
Conclusioni
Opera seminale nella filmografia del regista giapponese Kiyoshi Kurosawa, Cure sovverte le regole del genere di appartenenza, avvalendosi di uno stile asciutto e di un peculiare andamento narrativo per accompagnarci in un’angosciosa indagine sull’essenza stessa del Male: un’entità insondabile che irrompe senza preavviso nella realtà quotidiana e verso cui ogni tentativo epistemologico è condannato a fallire. Koji Yakusho disegna l’incisivo ritratto di un detective costretto a rivolgere lo sguardo all’interno del proprio animo, mentre Masato Hagiwara presta il volto a un anomalo antagonista, tanto enigmatico quanto intimamente inquietante.
Perché ci piace
- La capacità di rileggere le convenzioni dell’horror in maniera personalissima, facendone il veicolo per una riflessione ad ampio raggio sulla natura umana.
- Una messa in scena rigorosa, basata su campi larghi e lunghi piani sequenza, che contribuisce al senso di realismo e alla forza immersiva del film.
- Il potere evocativo ottenuto attraverso la gestione delle inquadrature, dell’oscurità e del corredo sonoro.
- L’apporto di un ottimo cast, a partire dal protagonista Koji Yakusho nel ruolo del detective Kenichi Takabe.
Cosa non va
- Una struttura drammaturgica e uno stile peculiari, forse poco affini a un pubblico più tradizionalista.