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Clownery, Eros D’Antona: “I clown sono inquietanti perché ambigui”

La nostra intervista a Eros D'Antona, regista del film horror Clownery, disponibile on demand su Amazon Prime Video.

INTERVISTA di 19/07/2020
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Clownery: una foto del film

Quando si parla di cinema indipendente, è spesso difficile far capire quanta passione, sacrifici e lavoro siano necessari per operare nel campo in autonomia e, soprattutto, riuscire a raggiungere il traguardo della visibilità. Eros D'Antona è uno di quelli che questo traguardo l'ha raggiunto più volte, sia in sala con Die in One Day che in homevideo e su piattaforme digitali, come è il caso di Clownery, il suo ultimo lavoro disponibile dal 26 maggio 2020 su CG Digital, Chili, Rakuten TV, Google Play e iTunes.

Il film sfrutta la figura inquietante e ambigua del clown per raccontare la storia di una giovane donna che convive con anni con un terribile trauma avvenuto durante una festa di compleanno, da bambina. Un evento che l'ha convinta a non festeggiare più la ricorrenza, fino a quando un'amica non le organizza una festa a sorpresa per il suo ventunesimo compleanno, facendo riemergere l'orrore. Nel cast del film troviamo Kateryna Korchynska nel ruolo della protagonista Emma, Serena P. Palmisano, Alex D'Antona e Mirko D'Antona.

Il clown e la costruzione della paura

Partiamo dal tuo ultimo lavoro: come è nata l'idea per Clownery?

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Clownery: una sequenza del film di Eros D'Antona

Eros D'Antona: Di solito sono io che mi muovo, con o senza la mia casa di produzione, alla ricerca di qualcuno che creda in un soggetto e che mi aiuti a farlo diventare un film ma questa volta, con Clownery, è stato diverso. Il progetto è nato all'improvviso dopo che Stuart Alson, presidente di ITN Distribution con cui collaboro da qualche anno, mi chiama chiedendomi esplicitamente se potevamo produrre questo tipo di film. Così mi sono incontrato con Carlo De Santis (co-sceneggiatore) e dopo una serie di incontri è venuto fuori il primo soggetto. Poi è stato tutto molto veloce, anche troppo a mio parere. Qualche mese dopo quella telefonata eravamo già sul set.

Secondo te cosa c'è nella figura del clown che lo rende così inquietante? 

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Clownery: una scena del thriller

In genere i personaggi ambigui, un po' strani, quelli che nascondono la loro vera identità dietro una "maschera" tendono ad essere inquietanti. Il successo della figura del clown nelle storie horror, probabilmente, deriva dal fatto che quando ne incontriamo uno non riusciamo appunto mai a capire se sia davvero felice o triste. Per quanto possano apparire come persone sorridenti percepiamo che c'è qualcosa di insolito in loro, a maggior ragione se incontriamo un clown fuori dal suo luogo di appartenenza, il circo. Questo ovviamente è il mio parere, quello di chi preferisce incrociare per strada un clown piuttosto che uno scarafaggio!

Che tipo di scelte hai fatto per le location del film? Cosa cercavi in particolare?

Come già accennato prima, tutto è stato molto veloce e complicato. Per ottimizzare i tempi abbiamo cominciato il location scouting non appena era pronta la prima bozza di sceneggiatura, almeno per farci un'idea, in quanto c'era da considerare non solo la parte artistica ma purtroppo, e soprattutto, quella economica. Inoltre ci era stato chiesto di dare un look più tipico dei film americani, cosa impensabile e alla quale mi sono imposto immediatamente. Così, accettato il compromesso di non contestualizzare il film in nessun luogo preciso, ho cercato di ambientare la storia in una qualunque anonima periferia europea, non necessariamente esistente. 

Parlando di singole sequenze, qual è quella che è stata più complessa da realizzare?

Die in One Day - Improvvisa o muori: il regista Eros D'Antona sul set del film
Die in One Day - Improvvisa o muori: il regista Eros D'Antona sul set del film

Il breve piano-sequenza che chiude il film. Abbiamo ideato e costruito da zero la stanza di Emma, in un teatro. Ci serviva una parete che si aprisse nel momento in cui la macchina da presa doveva passare oltre il muro e finire alle spalle dello specchio, dietro al quale avevamo piazzato una seconda cornice, ovviamente senza lo specchio, che ci permetteva di inquadrare la protagonista, e mentre la camera indietreggiava la parete si richiudeva. Non so se sono riuscito a spiegarlo bene, ma è stato piuttosto complicato, anche perché non ci potevamo economicamente permettere mezzi che ci avrebbero semplificato le cose, come uno stabilizzatore che potesse sostenere il peso di quella camera e di tutta una serie di accessori. Infatti ci affidammo alle mie braccia, che si sono formate nel videoclip. Ho effettuato personalmente quella ripresa e alla fine sono rimasto molto soddisfatto dell'ottimo lavoro di squadra tra scenografia, fotografia e regia.

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Il percorso di Eros D'Antona

E c'è una scena in questo film, o anche nei tuoi lavori precedenti, che ti rende particolarmente orgoglioso?

Ripensando ai miei film ci sono sequenze che mi piacciono molto, altre meno, alcune di cui sono abbastanza soddisfatto ma so che avrei potuto fare qualcosa in più ed altre, invece, che se non fosse stato per tutta una serie di limiti probabilmente mi avrebbero reso fiero. Insomma, la scena che mi rende particolarmente orgoglioso devo ancora girarla!

Come si colloca l'ultimo lavoro rispetto ai precedenti? Che differenze ci sono nella scrittura e nella costruzione visiva?

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Clownery: una foto del thriller

È la prima volta che mi sono ritrovato a produrre e dirigere un film in così poco tempo, cosa che mi sono promesso di non rifare, di fatti mi era stato chiesto di produrre questo autunno un nuovo ghost movie, in condizioni simili, ma ho rifiutato (ecco di questo sono orgoglioso). Ciononostante, per quanto agli occhi di molti possa sembrare scontato, con questo film è stato raggiunto un ottimo risultato dal punto di vista visivo. Non bisogna mai dimenticare che stiamo parlando di film indipendenti a bassissimo budget che si piazzano in una particolare fetta di mercato. Clownery è stato girato con una troupe leggera, tipica del documentario, avevamo giusto qualche elemento in più. Comunque basta sfogliare i cataloghi di questo tipo di distributori per rendersi facilmente conto che il livello di Clownery è molto più alto rispetto alla media, merito sicuramente dell'esperienza maturata in questi anni e di un affiatatissimo team di ragazzi (con alcuni era la prima volta che condividevo un set) che hanno lavorato sodo e con tanta passione. Nota speciale va a Kateryna Korchynska che, per limiti di budget, oltre ai suoi impegni nella mia casa di produzione, si era pure assunta la responsabilità di curare la fotografia del film nonostante interpretasse il ruolo della protagonista.

Partendo da Insane e passando per Haunted e Die in One Day fino a Clownery, che percorso stai costruendo nella tua filmografia? Quale vorresti che fosse il tuo prossimo passo?

Die in One Day - Improvvisa o muori: una scena del film
Die in One Day - Improvvisa o muori: una scena del film

Ognuno di questi film ha avuto un percorso differente. Insane mi ha regalato qualche soddisfazione nei festival; Haunted (mai uscito in Italia) è stato distribuito molto bene all'estero, in alcuni Paesi è passato anche in sala dove nonostante fosse affiancato da blockbuster e horror di grande successo, ha ottenuto numeri molto interessanti per quel tipo di produzione; Die in One Day - Improvvisa o muori è il mio primo film uscito anche in Italia, prima con una limitata distribuzione in sala e poi in home video e VOD e grazie al quale ho avuto modo di instaurare un ottimo rapporto con CG Entertainment, che di recente ha distribuito anche Clownery. Grazie a questi film ho imparato molte di quelle cose che non ti insegna nessuno, ho incontrato e conosciuto gente interessante, capito dinamiche e soprattutto ho sviluppato la capacità di saper riconoscere quelle che sono state le scelte giuste e ancor più importanti quelle sbagliate. Oggi, nell'attesa di riuscire a produrre come si deve una di quelle sceneggiature che ho nel cassetto e a cui tengo particolarmente, ho deciso, con la consapevolezza di aver maturato una certa esperienza e con la convinzione che c'è ancora da imparare, di tornare a divertirmi col linguaggio del corto.

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