Ad aprire la sezione Un Certain Regard dell'ultimo Festival di Cannes 2026 è stato un irriverente ed imprevedibile film: Teenage Sex and Death at Camp Miasma, in Italia Camp Miasma - Adolescenza, sesso e morte, meta-slasher queer scritto e diretto da Jane Schoenbrun, la cineasta che nel 2021 aveva stregato la critica con We're All Going to the World's Fair e che con Ho visto la TV brillare (I Saw the TV glow) si era conquistata un pubblico più ampio.
Camp Miasma ne è il terzo capitolo, quello che Schoenbrun stessa definisce la chiusura della sua "Screen Trilogy". Protagoniste, Hannah Einbinder, nei panni di una regista chiamata a rilanciare lo sfortunato franchise horror di Camp Miasma, e Gillian Anderson in quelli della misteriosa "final girl" del film originale, un'attrice ormai reclusa che custodisce segreti inquietanti legati alla saga. Completano il cast, tra gli altri, Amanda Fix, Arthur Conti e la regista ed attrice Eva Victor, reduce dall'ottimo esordio Sorry,Baby.
Camp Miasma: da ode agli slasher movie ad analisi intelligente, kitsch e queer sul sesso, la morte e l'identità
Bastano poche battute, sparse qua e là sin dall'inizo del film per capire che Camp Miasma - Adolescenza, sesso e morte non è soltanto un intelligente omaggio alle atmosfere degli slasher movie anni '80. La sua regista ne è chiaramente attratta e ispirata e così quei film diventano la scusa perfetta. Per la trama, così che la protagonista del film possa navigare dentro una sorta di storia collettiva di un genere con cui si son formate culturalmente e cinematograficamente molteplici generazioni.
E per ciò che veramente vuole raccontare il film: la ricerca di sé che comporta un faccia a faccia con le nostre paure, in primis quella della morte, la nostra identità di genere ma soprattutto con la nostra sessualità, sensualità e ciò che ci permette di esprimerla: il nostro corpo. Schoenbrun confeziona un film che solo in superficie è un godibile thriller horror queer ma è invece un viaggio multisfaccettato alla scoperta di se'.
A Cannes il film è stato accolto da una standing ovation di quasi sei minuti e si è aggiudicato la Queer Palm. Nell'incontro che segue, realizzato sulla Croisette, Jane Schoenbrun ci ha raccontato cosa significhi girare "il primo film post-transizione" della propria carriera, il rapporto complicato e insieme necessario con i soldi di Hollywood, il debito con la fanfiction e gli slasher da videonoleggio, e la gioia, dichiaratamente politica, di raccontare desiderio queer in un momento storico che definisce ostile.
Intervista a Jane Schoenbrun
In che modo la transizione ha attraversato la scrittura di questo film, rispetto a Ho visto la TV brillare - I Saw the TV Glow? "Sono neurodivergente, quindi sono in sovraccarico sensoriale fin dall'inizio, in un modo o nell'altro. Sì, questo è in un certo senso il mio primo film post-transizione. Ho girato entrambi i miei film dopo essere uscita allo scoperto con me stessa: ho fatto TV Glow dopo circa un anno di terapia ormonale, ma quel film nasceva nel pieno di un'esperienza sconvolgente, quella di avere 32, 33 anni e dover dire a tutti nella tua vita, alla famiglia, a tua moglie, che stai per fare la transizione. Era un film su quanto sia travolgente e folle arrivare al punto in cui sei pronta a diventare te stessa. Onestamente, quando l'ho scritto - continua - non stavo ancora vedendo i benefici. La descrivo un po' come quando inizi una terapia farmacologica: prima arrivano tutti gli effetti collaterali negativi, e devi aspettare che il beneficio si faccia sentire. Camp Miasma nasce da un punto in cui quel beneficio è arrivato. È un film sul processo strano, bello e delicato di vivere per la prima volta, a trent'anni, quello che la maggior parte delle persone vive da adolescente: entrare in un corpo, in una sessualità, in un'identità da adulta che finalmente sembra giusta, che sembra tua, proprio perché hai passato tanti anni a essere l'opposto. È anche un film sul disfare il trauma di tutti quegli anni in cui non ti sentivi a posto."
I soldi di Hollywood
Nel film, la giovane regista del nuovo capitolo del franchise slasher Camp Miasma, è costretta ad una surreale riunione su Zoom con i produttori. Che Jane Schoenbrun si sia ispirata a quelle vere a cui ha partecipato nel corso della produzione dei suoi tre film? Rimetterle in scena e prenderle anche chiaramente in giro è stato un modo per sfogare la frustrazione verso l'industria? "Certamente. Cerco, fino a un certo punto, di far entrare nella mia arte quello che deve entrarci. In questo caso è il mio secondo film realizzato con soldi veri, milioni di dollari che non arrivano da altre persone trans: arrivano, diciamo, da uomini bianchi di Hollywood. E quei soldi, come dice Hannah nel film, sono soldi oscuri, in gran parte sporchi. Io so cosa comporta accettarli, so che si mette in moto quell'equazione tra arte e commercio".
"E, in modo un po' perverso, mi piace: mi piace combattere in qualche modo, cercare di infilare bombe dentro la cultura, provare a costruire cose che possano espandere il linguaggio e renderci tutti un po' più sani, dentro un sistema commerciale che resta comunque l'unico modo per raggiungere le persone. Ma mentirei se dicessi che questo non ha un effetto negativo sulla mia salute emotiva. Mi sono costruita una vita che amo e tengo Hollywood a debita distanza"
Su Hollywood poi aggiunge: "il film parla proprio di questo: è la storia di una regista che cerca di fare qualcosa di personale dentro un sistema commerciale e capitalista infernale. Non mi sembrava giusto non riconoscere, nel testo, anche quell'aspetto. In molti sensi sto cercando di raccontare una storia di liberazione queer, un'espressione di gioia, e credo che il film sia anche questo. Ma non ammettere l'altra faccia della medaglia mi sarebbe sembrato disonesto."
Gillian Anderson e la fanfiction di X-Files
Pochi sanno che Jane Schoenbrun ha un passato da autrice di fanfiction. In un certo senso, si può intuire questa origine nel modo in cui la regista omaggia un certo tipo di slasher movie anni '80 e '90 in Camp Miasma. Conferma?: "Ho scritto sicuramente fanfiction di X-Files quando avevo 8-9 anni. Ma quello che ha davvero influenzato questo film è stata una videocamera, una camcorder economica in stile anni '90, alle medie: costringevo i miei amici a venire a casa mia e a recitare film slasher. Ho letteralmente girato degli slasher, ne ho ancora una copia e non uscirà mai. Ripeto: non uscirà mai."
Alla luce di un passato a scrivere fanfiction di X-Files, avere nel cast del proprio film Gillian Anderson è il sogno che si realizza? È impazzita quando l'attrice ha firmato? "In senso buono, è stato pazzesco incontrarla. In quarta elementare il mio oggetto più prezioso era la novelization di un episodio di X-Files: prima che si potesse fare streaming, la rileggevo per ricordarmi l'episodio che amavo. Il primo giorno di scuola quell'anno l'insegnante ci chiese di portare un libro che ci rappresentasse. Io portai quella novelization e mi ritrovai al tavolo con un ragazzino che sarebbe diventato un giocatore di football: mi chiese che libro avessi portato, guardò la copertina e vidi il suo viso incupirsi. Disse: 'Ah, sei fissata con queste cose'. In un certo senso, ed è anche di cosa parla TV Glow, il mio amore per il genere e il mio essere "una sfigata" sono sempre stati un po' cugini, compagni di strada della mia queerness e della mia diversità, e il lavoro consiste nell'imparare ad amarli. Avere Gillian al mio fianco in questo percorso è stato surreale fin dal primo Zoom: sembrava di incontrare qualcuno che conoscevo da sempre, dall'infanzia, eppure ci stavamo incontrando per la prima volta. Molto rapidamente, però, ho iniziato a conoscerla davvero: è un'artista serissima, non è Dana Scully, è un essere umano pieno e delicato, e collaborare con lei è stata, come tante delle collaborazioni che ho avuto la fortuna di vivere in questa carriera , un'esperienza umana ricchissima dal punto di vista emotivo."
Il rituale festoso dell'horror anni '80
Come anticipato, Camp Miasma - Adolescenza, sesso e morte ha diverse letture, è sia un slasher movie godibile e nostalgico sia strumento narrativo per raccontare una ricerca più profonda e complicata, quella del proprio posto nel mondo. In questo contesto e con questa riflessione alla base, Jane Schoenbrun descrive il suo percorso personale con gli horror e con il cinema che l'ha formata: "Non sono cresciuta guardando i film di Bergman, che amo adesso, ma sono cresciuta con la televisione e il videonoleggio. La sezione horror del videonoleggio aveva un fascino che, ripensandoci, era chiaramente carico di qualcosa di sessuale: 'non dovresti andare lì, ma io ci vado lo stesso, e guarda quella copertina di Puppet Master, sembra così sbagliata, non dovrei guardarla ma lo farò'. In quinta elementare, con la mia migliore amica, per una settimana intera abbiamo noleggiato un film di Nightmare diverso ogni sera, fino a vedere tutta la saga. Sono cresciuta con quella roba".
E ancora: "Penso che esistano diversi sottogeneri dentro l'horror, ma uno, per me, è fondamentale: distinguo i film che mi turbano davvero, che mi sembrano un discorso serio e sobrio sulla violenza, da quelli che guardo quasi come guarderei il Saturday Night Live. C'è una festosità specifica di certi horror. Molti slasher anni '80 hanno questo elemento di festa, un senso dell'umorismo: non cercano nemmeno di spaventarti davvero, sono un rituale a cui partecipi, tipo 'prendo le mie caramelle, chiamo i miei amici e urliamo di gioia quando arriva la morte più assurda, la più cruenta possibile'. È qualcosa di molto gioioso, diverso da quello che si muove dentro di noi quando guardiamo L'Esorcista".