Recensione Il mistero di Sleepy Hollow (1999)

Basandosi su un classico della letteratura americana, Tim Burton rielabora una classica horror story in maniera del tutto personale, concludendo in un certo senso la sua trilogia di omaggi ad un tipo cinema che ormai non c'è più.

Burton usa la testa

Non è facile realizzare un film che riesca a spaventare e a far sorridere allo stesso tempo. Non è facile, ma nemmeno impossibile: gli elementi necessari sono una sceneggiatura ben costruita, una regia altrettanto valida, un cast con discreti attori e tanto tanto umorismo nero.
Dati questi presupposti quello che ne può venire fuori è un buon film, se invece diamo il tutto in mano a Tim Burton e alla sua allegra combriccola quello che ne può venir fuori è un vero gioiello, come questo Il mistero di Sleepy Hollow.

Basandosi sul racconto di Washington Irving, un classico della letteratura americana, grazie anche all'ottimo lavoro dello sceneggiatore Andrew Kevin Walker (Seven), il regista rielabora una classica horror story in maniera del tutto personale, concludendo in un certo senso la sua trilogia di omaggi ad un tipo cinema che ormai non c'è più. Come aveva già fatto in Mars Attacks! ed Ed Wood, infatti, Burton sfrutta le sue capacità e le possibilità economiche fornitegli per realizzare un film che è figlio sì dei B-Movie anni '50/'60 come temi ed atmosfere (non è un caso che nello straordinario cast sia presente anche Christopher Lee, star della defunta Hammer Film Productions) ma allo stesso tempo è sinonimo di cinema di altissimo livello. E questo Sleepy Hollow è senza dubbio alcuno il più visivamente impressionante dei tre: scenografia, fotografia ed effetti speciali, per non parlare della musica del fedele e sempre ottimo Danny Elfman, ci permettono di immergerci completamente in questa provincia americana popolata da streghe e cavalieri senza testa, in cui anche noi, come il protagonista intepretato da Johnny Depp, inizialmente cerchiamo di trovare a tutti i costi una soluzione razionale, un intreccio da thriller, alla storia del cavaliere che lascia la sua tomba per mozzare teste e vendicare la sua morte.

Come il protagonista, anche noi spettatori veniamo dalla "città", siamo più smaliziati, meno pronti a credere al soprannaturale degli impauriti campagnoli che popolano il villaggio di Sleepy Hollow e per una buona parte del film Burton sembra volerci dare ragione: il primo incontro di Ichabod con il cavaliere si rivela un bluff e la sottotrama che si sviluppa intorno al testamento con relativa cospirazione sembra essere la giusta interpretazione della vicenda, ma in realtà il regista si sta solo prendendo gioco di noi, il cavaliere esiste e ha, o almeno aveva, le sembianze del bravissimo Christopher Walken. Il finale è quindi diviso tra colpi di scena e rocambolesche fughe, e un tocco di quell'umorismo nero che tanto si addice a questo straordinario cineasta.

Movieplayer.it

4.0/5