Alias Grace

2017

Alias Grace: la miniserie affascina con un ritratto femminile emozionante

Il romanzo di Margaret Atwood, già protagonista nel mondo delle serie tv con The Handmaid's Tale, colpisce trasportando gli spettatori nella società dura e glaciale della società ottocentesca.

Dopo il successo ottenuto da The Handmaid's Tale, un'altra opera della scrittrice Margaret Atwood arriva sugli schermi televisivi: Alias Grace è infatti l'adattamento in sei parti del romanzo ispirato alla storia vera di Grace Marks, una giovane immigrata che si trasferisce in Canada per lavorare. La ragazza divenne famosa, nel 1843, per la condanna all'ergastolo ricevuta in tribunale dopo essere stata coinvolta nell'omicidio del suo datore di lavoro, Thomas Kinnear e della sua governante Nancy Montgomery, compiuto, secondo l'accusa, insieme allo stalliere James McDermott.
Il progetto, in arrivo su Netflix, è stato curato e prodotto dalla regista canadese Sarah Polley e, nonostante il confronto quasi diretto con il pluri-premiato show targato Hulu, riesce a coinvolgere e affascinare con la sua capacità di addentrarsi nella mente della protagonista e in una società lontana ma con ancora tanti legami con il presente.

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Un viaggio alla ricerca di indizi sull'omicidio

Alias Grace: un'immagine della serie

Il primo dei sei episodi prodotti introduce con bravura alcuni degli eventi più importanti della storia di Grace Marks, seguendone il lungo viaggio in mare, i problemi in famiglia e l'arrivo in quella che a primo impatto sembra essere un'oasi di pace. La narrazione procede seguendo gli incontri tra la ragazza e un medico specializzato in psichiatria interessato al suo caso, dopo che Grace è già diventata una "celebrità" ed è stata più volte "esaminata" ed esibita come se si trattasse di uno scherzo della natura.
L'attrice Sarah Gadon, recentemente protagonista anche di 22.11.63, si ritrova quindi ad avere un ruolo particolarmente essenziale per la buona riuscita della miniserie, considerando che sono proprio i pensieri e le parole di Grace a condurre lo spettatore in un mondo drammatico e duro, dal punto di vista sociale e personale. L'adattamento è infatti contraddistinto da una fotografia dai toni sfumati e freddi e fin dalla prima puntata non si risparmiano i dettagli delle violenze subite all'interno del carcere, della tragica traversata dell'Oceano durata otto settimane, degli "esami" a cui viene sottoposta la condannata e della situazione complicata vissuta dalle donne dell'Ottocento, epoca in cui i diritti delle donne, anche i più essenziali, erano ancora lontani.
A differenza di The Handmaid's Tale, Alias Grace colpisce particolarmente proprio nel mostrare con onestà e senza filtri un passato realmente accaduto, non un futuro distopico, pur proponendo una cornice storica in cui non mancano nemmeno dettagli mistici, superstizioni e idee sovrannaturali.

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Un cast di altissimo livello

Alias Grace: Edward Holcroft in una foto della serie

La regia di Mary Harron si rivela particolarmente efficace nell'introdurre una storia complessa e ricca di sfumature, proprio come le trasformazioni espressive compiute da una convincente Gadon in una sequenza di grande impatto in cui inizia ad elencare le tante definizioni date a Grace. La profondità della protagonista, inizialmente, si scontra un po' con la professionalità e lo sguardo "clinico" del dottor Simon Jordan affidato a Edward Holcroft (Wolf Hall), personaggio che acquista però sempre più spessore e importanza grazie alle sue interazioni con la condannata.
Se il talento di Anna Paquin è ormai da tempo indiscutibile, tra le belle sorprese regalate dal cast del progetto c'è la luminosa Rebecca Liddiard nella parte di Mary, mentre Paul Gross e Zachary Levi propongono delle ottime prove attoriali rispettivamente nei ruoli del carismatico Jeremiah e dello scorbutico, ma gentile, Kinnear. Da segnalare anche Kerr Logan che interpreta un animalesco James McDermott rappresentando in modo convincente la brutalità di un uomo che agisce quasi sempre seguendo i propri istinti.

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Una struttura più simile a un lungo film

Alias Grace: Zachary Levi e Sarah Gadon in una foto

La miniserie, considerando che è composta da sole sei puntate, subisce però in più passaggi il peso di una struttura narrativa che dà molto spazio a monologhi interiori e ricostruzioni, rischiando in questo modo di appesantire eccessivamente l'interiorizzazione della storia, pur proponendo al tempo stesso più di una prospettiva sugli eventi che hanno condotto all'omicidio. Le citazioni letterarie introducono con poca originalità l'atmosfera delle puntate, tuttavia il difetto principale del progetto è la scelta di diluire i pochi eventi chiave in poco meno di sei ore, rendendo alcune parti del racconto fin troppo estese e approfondite e penalizzando invece altre che avrebbero forse meritato più spazio, come la situazione della famiglia prima della traversata oceanica. Alias Grace, tuttavia, si presta bene alla formula del binge-watching che caratterizza Netflix, non avendo particolari cliffhanger o pause, ma piuttosto una struttura lineare e molto scorrevole nel suo insieme.

Conclusione

Alias Grace: Sarah Gadon in una foto della miniserie

Il tentativo di comprendere se Grace è innocente e colpevole, già da metà della prima puntata, diventa in modo evidente solo un espediente per addentrarsi nella storia di una ragazza che ha affrontato, in una vita fatta di luci e molte ombre, degli ostacoli apparentemente insormontabili, provando a costruirsi un futuro in un mondo che la priva di libertà e speranza. L'alto livello tecnico e artistico contribuisce in modo determinante a costruire una tensione emotiva sottile ma disturbante, in grado di dare la giusta importanza a ogni tassello della storia, rendendo così assolutamente chiaro che forse la verità sull'omicidio è meno importante e significativa della rappresentazione di una società opprimente nei confronti di donne dal destino già segnato.

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