About Endlessness, recensione: Quadri di esistenza

La recensione di About Endlessness, nuovo film di Roy Andersson, di ritorno alla Mostra del Cinema di Venezia 2019 dopo la vittoria di quattro anni fa.

RECENSIONE di 04/09/2019
About Endlessness
About Endlessness: una scena del film

Scriviamo la recensione di About Endlessness con la consapevolezza di affrontare con Roy Andersson un autore di nicchia, noto soprattutto per la vittoria del prestigioso premio principale alla Mostra del Cinema di Venezia del 2014 con quell'opera deliziosamente surreale che era Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza. Lo ritroviamo a distanza di cinque anni con un film che non si discosta molto dai modi e tempi del Leone d'oro di qualche anno fa, ma la sensazione è che a About Endlessness manchi la compiutezza del lavoro precedente, che le suggestioni che propone siano frammentarie seppur cariche di ipnotico fascino, fine a se stesse piuttosto che funzionali a un discorso organico. Un piccolo passo indietro che proveremo a spiegare in maggior dettaglio a seguire.

Racconto senza trama

Chi ha visto il Leone d'oro diretto da Roy Andersson sa che da lui non ci si può aspettare un film narrativo in modo tradizionale, che la struttura dell'opera può fondarsi su immagini, suggestioni e situazioni piuttosto che su una storia nel senso comune del termine. About Endlessness (Sull'infinito, nella traduzione italiana del titolo originale Om Det Oandliga) non fa differenza, apre su una coppia che fluttua tra le nuvole e procede sicuro nella sua carrellata di momenti rubati alla vita, spaziando tra l'onirico e il surreale, tra la delicatezza e la cruda desolazione. Non c'è storia, ma c'è una voce narrante che osserva e illustra le situazioni che l'autore svedese mette in scena con il tocco che abbiamo imparato ad amare. Non c'è storia, ma ci sono personaggi e tanta umanità.

Istantanee di umanità

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Venezia 2019: Roy Andersson e il suo cast al photocall di About Endlessness

È questo che conquista del nuovo film di Roy Andersson, quella capacità di catturare momenti preziosi, delicati nella loro poesia, surreali nella loro ironia, vibranti nella loro messa in scena. Le immagini di Andersson sono potenti nella loro staticità: veri e propri quadri che tratteggiano una situazione con lente e precise pennellate. Si resta incantati a guardare gran parte di esse, mentre la bocca si curva serena in uno spontaneo sorriso o un brivido corre sulla pelle, che sia nel mostrarci un ambiente devastato dalla guerra, tre ragazze che ballano fuori un bar, un padre che si china ad allacciare la scarpa della figlia sotto la pioggia battente, la magia della neve che cade o un cameriere maldestro che versa del vino a un cliente. Andersson è un maestro a proporci queste intense e preziose istantanee di umanità, questo va detto e sottolineato con convinzione.

L'esistenza, senza riflessione

C'è però un "ma" che accompagna, almeno in questo caso, l'entusiasmo per questi fulgidi spaccati di esistenza, e riguarda l'opera nel suo insieme: a differenza di Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza, About Endlessness fallisce nel comporre il quadro complessivo. Le singole immagini non riescono a mostrare un'immagine più grande e compiuta, falliscono nell'essere pezzi di un puzzle più grande, al limite lo evocano ma senza mai metterne a fuoco la potenza. Roy Andersson ci mostra la ricchezza e abbondanza dell'esistenza, la bellezza della vita in tutte le sue sfumature, dalle più pure e belle a quelle meno brillanti e velate di tristezza, malinconia o crudeltà. L'intento è chiaro, ma vuoto, si ferma in superficie senza scavare e riflettere. Mostra senza porsi domande o offrire risposte. Può andar bene, a costo di abbassare le aspettative e godersi la bravura dell'autore nel dipingere i suoi quadri di umanità.

Conclusioni

Nel chiudere questa recensione di About Endlessness, non possiamo nascondere un pizzico di delusione. Perché avevamo amato Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, già Leone d’oro nel 2014, e ponevamo grande fiducia nel ritorno a Venezia di Roy Andersson. Il nuovo film segue la falsariga di quello premiato cinque anni fa, ma il susseguirsi di situazioni che l’autore ci mostra si ferma in superficie, mostra ma non riflette né prova a dare un senso comune e compiuto. Si sorride, ci si emoziona, ma sono reazioni fugaci e passeggere che non restano nell’animo dello spettatore.

Movieplayer.it

3.0/5

Voto medio

4.3/5

Perché ci piace

  • La capacità di Andersson di mettere in scena situazioni di ogni tipo, con tocco unico e prezioso.
  • La capacità di raccontare l’umanità con una serie di istantanee di ogni tipo…

Cosa non va

  • … che però rimangono in superficie senza scavare alla ricerca di una riflessione di fondo.
  • Si percepisce una sensazione di frammentarietà maggiore del film premiato nel 2014.