Momenti di commozione in sala Petrassi dell'Auditorium per la conferenza stampa di presentazione di Hard to Be a God, film fuori concorso al festival di Roma e ultimo lavoro - prima di morire lo scorso febbraio - del grande regista russo Aleksey German, cui è stato attribuito un premio postumo alla carriera. Erano presenti, oltre al direttore del festival Marco Müller e alla consulente per i paesi slavi Aliona Shumakova, anche la vedova del regista e sua compagna di lavoro, Svetlana Karmalita, il figlio Aleksey German jr.., anche lui regista e poi: il direttore della fotografia, Yuri Klimenko , l'attore protagonista Leonid Yarmolnik e i due produttori Viktor Izvekov e Rushan Nasibulin, capaci di seguire la lavorazione del film dal 1999 fino ad oggi!
Hard to Be a God (qui la nostra recensione) ispirato al romanzo omonimo dei fratelli Arkady e Boris Strugatksy, mette in scena la vicenda paradossale di scienziati terrestri inviati sul pianeta Arkanar per aiutare la civiltà locale a progredire. Uno di loro, Don Rumata, darà una interpretazione eccessiva al suo compito, trasformandosi in una sorta di divinità. Inaugurando l'incontro, Müller ha voluto ricordare che recentemente il presidente del Festival di Cannes Gilles Jacob, di fronte a chi gli chiedeva quale film sarebbe in grado oggi di rimettere in discussione il pensiero cinematografico, ha citato proprio Hard to Be a God. Si è trattata quindi di un'operazione assolutamente meritevole quella del Festival di Roma che è riuscito a proiettare il film in anteprima mondiale.

Viktor Izvekov: La lavorazione del film è iniziata esattamente il primo febbraio del '99, mentre le riprese sono iniziate a marzo del 2000 fino all'agosto del 2006. Ci sono stati giusto un paio di intervalli sul set, lunghi due o tre mesi. Per il resto si è sempre lavorato al film. Dal 2006 abbiamo iniziato a lavorare sul montaggio, sulla sincronizzazione, sul sonoro, ecc. Quando Aleksey iniziò le riprese nel 2000 la sua salute era già compromessa, poi nel corso del tempo ha subito diverse operazioni e sul set era sempre più indebolito, senza mai perdere però l'energia e la forza. È stato fondamentale, ovviamente, che intorno a lui ci fosse un gruppo di persone che gli era estremamente vicino. È stata dura, ma ne siamo orgogliosi.
Svetlana Karmalita: È assolutamente così. Del resto le persone che si sono avvicinate in modo casuale al progetto - e ce ne sono stato - sono scomparse subito, mentre sono rimasti gli altri, quelli che ci credevano veramente. Perciò il gruppo si è costituito nel corso degli anni. E poi, lasciatemi ringraziare ancora una volta i nostri due produttori, Viktor Izvekov e Rushan Nasibulin, che sono sempre stati al nostro fianco. Non ho mai visto nessuno che, come loro due, abbia lavorato al progetto di un film con così tanto cuore e con così tanta dedizione.

Qual è il significato e l'importanza di questo premio a German? Marco Müller: Del premio ne parlavo da tempo discutendo con lo stesso German quando era ancora in vita. Non dimentichiamo che si tratta di un regista che ci ha costretto con ogni suo film a ripensare il nostro modo di guardare al cinema e qui, con Hard to Be a God, il suo discorso arriva all'apice. È riuscito a fare pochi film, cinque/sei, eppure è un cineasta che merita di entrare a far delle pagine più importanti della storia del cinema. Con i suoi lavori ha sempre esplorato terreni diversi, ha sperimentato, cercando però ogni volta di riflettere sul tracciato tra realtà e sogno. Eppure, purtroppo, i suoi film sono difficili da reperire in DVD, perciò abbiamo deciso che - anche con il premio - bisognava gridare l'importanza di questo regista.

Aleksei German jr., dal suo punto di vista, dal punto di vista filiale, come è stata la lavorazionea questa impresa titanica? Aleksei German jr.: In realtà, io non ho mai assistito alle riprese. Mi rendevo conto naturalmente degli sforzi enormi con cui questo film veniva fatto. Mio padre era come uno sportivo impegnato in una gara di atletica pesante e costretto a lanciare una tonnellata di peso. Sentivo poi gli attacchi esterni che mio padre doveva subire, le critiche che venivano rivolte al film, per il fatto che era così lungo, ecc. E poi, le sue continue riflessioni intorno al progetto. Per tutti questi anni non ha parlato d'altro, viveva completamente immerso in Hard to Be a God. È stato uno sforzo immane e onnicomprensivo, come Tolstoj quando scriveva Guerra e pace. Mio padre in questi anni è stato un uomo posseduto dall'arte del cinema, dall'essenza del cinema.

Leonid Yarmolnik: Vorrei aggiungere che negli ultimi 14 anni ho avuto a che fare con giornalisti che mi hanno fatto le domande più varie su questo lavoro. E per quanto cerchiamo di festeggiare German, non sarà mai troppo. Hard to Be a God è uno straordinario documento sull'umanità, un lavoro che, come hanno detto anche gli altri, ci ha contagiato. Per certi versi sono ancora malato e spero di non guarire mai, perché so che - grazie a German - sono stato un artista. Sono convinto che ogni vero, grande artista dubiti sempre di se stesso e del suo lavoro. Per quel che riguarda la lavorazione di Hard to Be a God, anche se era tutto pronto, c'erano tutte le scenografie, si trovava sempre qualcosa da perfezionare, da precisare, qualcosa che lui voleva sempre migliorare. L'unica chiarezza l'aveva quando sognava, perciò se sognava qualcosa relativo alla lavorazione del film, voleva dire che quell'aspetto era perfetto, completo. Tutti i film di German sono dedicati all'uomo, alla sua grandezza e alla sua malvagità.
In passato avevate parlato di questo film come di un film sull'amore. La pensate ancora così? Svetlana Karmalita: Sì, assolutamente. Quando sulla stampa russa, mentre il film era ancora in lavorazione, abbiamo cominciato a sentir parlare di Hard to Be a God come di un film terribile e angosciante, siamo rimasti tutti stupiti. Tutto il film è compenetrato di amore e di non indifferenza. Il personaggio interpretato da Leonid Yarmolnik tratta male i suoi schiavi, ma gli dedica anche attenzione, misericordia. Sì, è un film sull'amore.
