Ci mancherebbe, mica ci aspettavamo qualcosa di nuovo, e nemmeno ci aspettavamo la miglior commedia dell'anno, tuttavia 72 Hours, arrivato su Netflix, conferma la triste condizione di certi prodotti, strizzati fino all'osso.
Un'operazione da 50 milioni di dollari, concepita a tavolino per essere una non-richiesta alternativa a Una notte da leoni che incontra Le amiche della sposa, trasformandosi presto in uno striminzito titolo che, al netto dello spunto, perde vigore inseguendo la solita sottotrama poliziesca, che tanto piace agli algoritmi, provando di tanto in tanto - e senza troppo crederci - a virare sul sentimentalismo generazionale.
72 Hours, addio al celibato con Kevin Hart
Diretto da Tim Story e scritto da Jon Hurwitz e Hayden Schlossberg, 72 Hours ha per protagonista Kevin Hart (una certezza per Netflix) che interpreta Joe, un dirigente pubblicitario di 40 anni in crisi d'identità e a rischio licenziamento perché non sa più come parlare al target young. Joe erroneamente aggiunto a una chat di gruppo per l'addio al celibato di Mason (Mason Gooding), organizzato a Miami dagli amici ventenni Nick (Marcello Hernández), Hunter (Ben Marshall) e Freshman (Kam Patterson).
Decide così di lasciare a casa la fidanzata (una sprecata Teyana Taylor) e si inserisce a forza nella vita dei ragazzi, con l'illusione di trovare l'ispirazione per la sua nuova campagna promozionale. Costretto a una sniffata di troppo - condita da improbabili imitazioni in stile Scarface -, Joe si trasforma in una furia attirando l'attenzione di Jaze (con il volto del mitico Michael Mando, forse tra i pochi motivi per vedere il film) signore della droga convinto che stia invadendo il suo territorio di spaccio.
Una commedia che si sforza di far ridere
Se in effettis, ciclicamente, viene riproposta una rivistazione de Una notte da leoni, queste non sono - scontato - mai all'altezza, per una messa in serie di tentativi che finiscono puntualmente in uno schema da copia-e-incolla. Nemmeno i camei o le scene d'azione riescono a mascherare la povertà di fondo.
Nonostante un buon cast - molti arrivano dal Saturday Night Live - che, tra sketch e situazioni forzatamente assurde, provano a tenere coesa un'alchimia che potrebbe funzionare se non fosse che la buona premessa iniziale si dissipi presto dietro battute stantie, e di poca presa.
Perfino lo scontro generazionale di Joe con la sensibilità più aperta e attenta della Gen Z viene ridotto a un pugno di gag trite e noiose. Dove dovrebbe infilarsi l'umorismo - e la scrittura comica è un'arte che non può essere affidata a uno schema pre-stabilito - ci si infila invece solo un leitmotiv che ha l'ingrato compito di spingere il film: "i 40 sono i nuovi 20".
Molto, troppo poco, visto il contesto e vista la presenza di Kevin Hart, a suo agio con un ruolo anche fisico che, come da tradizione, s'allunga verso una comicità che va ben oltre le battute e punta tutto sulla solita mimica facciale, fornendo ben poco materiale per far sì che il titolo possa effettivamente coinvolgere il pubblico a portata di facile (facilissima) distrazione.
Insomma, 72 Hours vorrebbe essere un titoli fresco, spregiudicato, nonché "ammiccante" e "irriverente" come lo cataloga Netflix. Un film che calca il tratto sugli spunti sociali per farne una specie di satira, ma smussata e con poco mordente. Del resto, non c'è nulla di peggio di un film comico che si sforza di far ridere.
Conclusioni
Cosa c'è di peggio di una commedia che vorrebbe essere fresca e divertente, finendo invece in un'insieme di operazioni tutte uguali? Sfruttando un cast interessante (ma Kevin Hart continua a fare Kevin Hart, basta!), 72 Hours di Tim Story non va oltre uno schema che già visto, proponendo un umorismo stantio in cui si inserisce la solita linea poliziesca/crime/action.
Perché ci piace
- Il cast di contorno prova a tenere il ritmo.
- L'idea...
Cosa non va
- ... presto sprecata.
- Una sottotrama crime inutile.
- Kevin Hart fa Kevin Hart.
- Tutto estremamente dimenticabile.