Il passato

2013, Drammatico

I migliori film del 2013: la top 20 di Marco Minniti

In attesa della pubblicazione della top 20 definitiva dello staff del nostro webmagazine, abbiamo deciso di svelare, una per volta, le selezioni dei singoli redattori. Oggi, spazio alle preferenze di Marco Minniti.

La redazione

Nell'ambito della tradizionale celebrazione dell'annata di cinema che ci lasciamo alle spalle, abbiamo l'abitudine di pubblicare una Top 20 di redazione ricavata dalle preferenze personali di ognuno dei redattori di Movieplayer.it sulla base delle uscite italiane del 2013. Quest'anno abbiamo deciso di rendervi partecipi anche di questi singoli contributi: pubblicheremo dunque, in singole news, le top 20 personali, con in aggiunta un commento di ogni "curatore". Le news, che in totale saranno tredici, saranno infine raccolte nell'articolo di commento alla classifica generale delle preferenze dello staff, affinché tutti possano curiosare tra i colpi di fulmine dei singoli redattori. Se poi volete dare il vostro contributo e tirare quindi le somme sul vostro 2013 filmico (e televisivo), potete farlo partecipando a Movieplayer.it Awards.

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Ma adesso lasciamo la parola a Marco Minniti e alla sua Top 20:

  1. Django Unchained
  2. Il passato
  3. Lincoln
  4. Zero Dark Thirty
  5. Before Midnight
  6. La vita di Adele
  7. Re della terra selvaggia
  8. The Master
  9. Blue Jasmine
  10. Solo Dio perdona
  11. Holy Motors
  12. La grande bellezza
  13. No - I giorni dell'arcobaleno
  14. To the Wonder
  15. Into Darkness - Star Trek
  16. Jimmy Bobo - Bullet to the Head
  17. La leggenda di Kaspar Hauser
  18. The Grandmaster
  19. Rush
  20. Flight

Lincoln: Sally Field insieme a Daniel Day-Lewis in una scena del film
"Sia chiaro. Quella che vedete qui sopra non è, necessariamente, una classifica di quelli che ritengo i migliori film usciti nell'anno appena conclusosi. Scorrendola, potreste trovare discordanze tra posizioni in classifica e voti espressi dal sottoscritto per il singolo film, oppure potreste riscontrare titoli non inclusi che magari hanno ottenuto un voto più alto di quelli che sono entrati in Top 20. Il gusto è in divenire, la percezione dei film stessi è in divenire, e il critico è a volte spettatore più capriccioso e incoerente di quello che va al cinema per puro diletto. Queste incoerenze, oltre al diritto di cambiare idea (anche radicalmente) il sottoscritto le fa proprie. Prendiamo il primo posto di Django Unchained. Rapporto travagliato, quello di chi scrive, col cinema di Quentin Tarantino. Fatto di un amore/odio periodico, quasi ciclico. Ora, prevale sul piatto della bilancia il primo: eppure, questo ciclo sta durando più del previsto (Bastardi senza gloria era stato profetico); e Quentin sembra più che mai deciso a far dimenticare le sensazioni problematiche, e contrastanti, che mi aveva provocato all'epoca di Kill Bill. Riconciliazione definitiva? Forse. Per quanto possa esserci di "definitivo" nell'approccio, sempre all'insegna di un equilibrio precario e passabile di smottamenti, che il sottoscritto intrattiene con la Settima Arte.

The Past: Tahar Rahim, Ali Mosaffa e Bérénice Bejo in una scena
Certo, resta difficile pensare che, riguardando tra 10 anni (o giù di lì) un film come Il passato, chi scrive possa trovarlo meno che folgorante. Ho sempre amato i generi, ho sempre amato in particolare il thriller, e quando un cineasta (e questo è il caso di Asghar Farhadi) riesce a introdurne la struttura e le dinamiche in contesti "altri", utilizzandolo per il proprio sguardo sulla realtà, perseguendo con tale rigore la propria idea di cinema, l'innamoramento è pressoché immediato. E resta anche difficile pensare che Lincoln, specie "ascoltato" (come non è stato possibile fare la prima volta) con la vera voce di Daniel Day-Lewis, possa risultarmi un semplice dramma storico; o che, riguardando Zero Dark Thirty, io possa fare una qualche pur minima concessione ai detrattori di Kathryn Bigelow. Ci sono autori che si amano e che hanno fatto parte della propria formazione cinematografica; ed è ovvio che ciò influisca, specie laddove questi si esprimono (e qui si rientra nel personale) su livelli come quelli dei film appena ricordati. E' il caso anche del più incostante, nel corso almeno dell'ultimo decennio, tra i cineasti americani, quel Woody Allen che ora, con Blue Jasmine, ha deciso di tornare ai suoi livelli migliori. La prova di Cate Blanchett, il suo volto teso e la sua rabbia così grottesca, eppure così comprensibile, rimarranno a lungo nella mente di chi scrive.

Ma non si vive di sola autorialità: e allora, che c'è di male a dire che anche Ron Howard ha un posto, diciamo anche un posticino, pur piccolo, nella formazione cinematografica del sottoscritto? E che un film come Rush, laddove riesce a far appassionare uno come me (che, in genere, davanti a una gara di Formula 1, chiude gli occhi in preda alla sonnolenza dopo pochi secondi) alla storia di Niki Lauda e James Hunt, dev'essere evidentemente un'opera notevole? E che male c'è a dire che Flight, per derivativo e a volte didascalico che sia, ha una sequenza iniziale che è tra le più emozionanti, tra quelle ambientate su un aereo, che la storia del cinema ricordi? Non parliamo, poi, di Jimmy Bobo - Bullet to the Head: insomma, Walter Hill e Sylvester Stallone in un solo film, due miti (pur così diversi) che dal passato urlano la loro voglia di fare del cinema esplosivo e moderno, di divertire e divertirsi: si poteva lasciar fuori un film del genere? Mi è dispiaciuto non poco, piuttosto, non poter piazzare The Grandmaster più su, visto l'amore che da sempre mi lega al cinema di Wong Kar-Wai: ma, per visivamente bellissimo che sia, il suo ultimo film soffre di limiti narrativi non indifferenti. Ciò non mi impedirà, ovviamente, di godermelo di nuovo su un piccolo schermo, più e più volte.

Kristin Scott Thomas in una scena di Only God Forgives
Anche un cineasta come Nicolas Winding Refn, con Solo Dio perdona, ha citato tanto del cinema che il sottoscritto ama: e, così come Farhadi (con un gusto più estetizzante, ma non meno rigore) ha piegato ancora una volta il genere alla sua visione autoriale. Funziona meno di Drive? Forse. Ma un'argomentazione del genere non ne riduce, in sé, i meriti.
Nel frattempo, La grande bellezza sta ricevendo i meritati riconoscimenti internazionali, e forse non si fermerà qui. Ed era, obiettivamente, difficile ignorarlo: anche perché è difficile ignorare le complesse sensazioni, quel disagio mescolato al gusto contemplativo, che il film di Paolo Sorrentino lascia nella retina, nella mente, nel cuore. Ma era difficile anche ignorare l'amore complesso, prolungato dolorosamente negli anni, raccontato in Before Midnight e La vita di Adele, o il volto, espressivo in modo disarmante, della piccola Quvenzhané Wallis in Re della terra selvaggia; o ancora la dolente storia di dipendenza e sottomissione messa in scena da Paul Thomas Anderson in The Master. A molti non sarà sfuggita nemmeno la presenza in classifica di To the Wonder di Terrence Malick, film non certo amato da gran parte della critica: beh, i fischi di gran parte dei miei colleghi, nel corso dell'anteprima veneziana risalente a ormai più di un anno fa, più ci penso e più continuano a non andarmi giù. Malick, pur nel suo film forse più complesso e imperfetto, meritava meno superficialità nell'approccio. Di questo, a tanto tempo di distanza, il sottoscritto resta profondamente convinto.

Rush: Daniel Bruhl è Niki Lauda in una scena del film prima di una corsa
Non mi dilungo oltre, ed evito di annoiare ulteriormente il lettore. Mi limito a ricordare che, così come ha fatto Ron Howard per la Formula 1, a J.J. Abrams, regista di Into Darkness - Star Trek, andrebbe dato un premio per aver avvicinato il sottoscritto alla saga dell'Enterprise; che No - I giorni dell'arcobaleno è una riflessione perfetta, ed emozionante, sulla comunicazione e su come le modalità di trasmissione di un messaggio possano influenzarne, in modo decisivo, la ricezione; che La leggenda di Kaspar Hauser, di Davide Manuli, è anch'esso un trattato in immagini sulla comunicazione, raccontato nella forma più pura e astratta possibile. Chiudo con un auspicio: che Leos Carax, autore di quell'Holy Motors che fu una delle più destabilizzanti visioni di Cannes 2012 (arrivato nelle nostre sale un anno dopo: meglio tardi che mai) non impieghi altri 13 anni per dirigere un nuovo lungometraggio. Sarebbe un peccato non avere, nelle prossime Top 20, altre opere così geniali e fuori dagli schemi." (Marco Minniti)

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