Venezia 73, il mio primo Festival: 10 confessioni cinefile di un debuttante

Tra proiezioni infinite e cene deludenti, tormentoni e la ricerca disperata di una presa elettrica, proviamo a raccontare qualche segreto della mostra veneziana attraverso gli occhi vergini di un novellino da svezzare.

Le gondole, i canali lucenti, i tramonti su panorami mozzafiato. Niente di tutto questo. Solo il buio della sala, tanta aria condizionata e la luce livida del tuo portatile accompagnata dal "soave" ticchettio di centinaia di dita su altrettante tastiere. Ma "è la stampa, bellezza", per cui guai a lamentarsi. Tranquilli, quello che state per leggere non è un confessionale lagnoso, ma il resoconto sincero e viscerale di una romantica prima volta, ovvero del mio agognato esordio alla Mostra del Cinema di Venezia nei panni di critico cinematografico. Di quando impari la differenza tra amore e passione per il cinema, di quando sei costretto a mettere da parte il cuore e dare il benvenuto al dovere, con il romanticismo che gioca a braccio di ferro con la professionalità. Ve ne parlerò con schiettezza, provando a raccontare anche i dettagli più piccoli e apparentemente insignificanti. Lo farò proprio attraverso il cinema, creando dei parallelismi esasperati tra le situazioni vissute durante la Mostra e celebri sequenze cinematografiche che rendano bene l'idea.

Vi faccio un esempio: essendo al mio primo festival importante, ho vissuto l'esperienza come una prova lunga dieci giorni, un test perenne dove dovevo dimostrare (agli altri, ma anche a me stesso) di essere all'altezza dell'occasione concessa. E visto che il direttore Luca Liguori si è messo nei panni del severo e attento mentore, in questa Venezia 73 mi sono sentito come Ethan Hawke in Training Day. Un pivello messo alle strette, un principiante costretto a vivere nuovi ritmi dentro nuovi spazi. La voce di Denzel Washington/Liguori mi sussurrava: "Dimentica la scrivania, ragazzo. Dimenticati la comodità, i tempi dilatati, gli appunti, le frasi scritte, cancellate e riscritte. Ora devi essere veloce, devi scrivere di getto. Benvenuto nella giungla della sala stampa e trovati qualche centimetro per scrivere. A qualsiasi prezzo, a qualsiasi costo". Questo è il mio Training Days. Immaginate il brivido lungo la schiena quando, l'ultimo giorno, Denzel Washington l'ho visto davvero.

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1. L'arrivo: dobbiamo spostare l'Isola

Daniel Radcliffe in una scena di Harry Potter e la pietra filosofale

Come Pinocchio prima di entrare nel Paese dei Balocchi. O meglio, come Harry Potter la prima volta che ha preso il treno per Hogwarts. Non sono andato a sbattere contro il muro del binario, non ho preso il treno alle 9 e ¾, ma lo stato d'animo appena salito sul vagone per Venezia Santa Lucia era lo stesso del piccolo mago. Entusiasmo, curiosità, aspettative. E il controllore era più Dissennatore del solito. Poi, dopo sette ore e mezzo di speranze condivise col finestrino, si tocca terra per solcare la laguna. E se è vero che gli arrivi sono sempre più lunghi dei ritorni, posso assicurarvi che al Lido di Venezia non si arriva mai. È un lungo e graduale approdo, dove lentamente ti guardi attorno e capisci pian piano che i tuoi compagni di viaggio sono probabilmente tuoi colleghi. Così, molo dopo molo, chi rimane a bordo del vaporetto si scambia occhiate complici con i restanti. Si annuisce in silenzio, si prende atto. Sembra una scena di Lost e il Lido di Venezia è davvero come la sua amata Isola.

2. Dalla prima all'ultima proiezione

31 agosto. Ore 8,30. La 73esima Mostra Internazionale di Arte Cinematografica si apre ufficialmente con la proiezione di La La Land. E per un battesimo come il mio non poteva esserci film migliore, perché il musical di Damien Chazelle trasuda amore per il cinema e cinema per l'amore in ogni nota, passo e inquadratura. Esco dalla sala estasiato, fischiettando l'ovattata musica del film (quella del primo trailer), un tormentone sulle labbra di tanti che ancora oggi non va via (a gennaio sentirete e fischierete anche voi). I primi quattro, cinque giorni sei pronto a vedere tutto con gli stessi occhi sognanti di Ryan Gosling ed Emma Stone. Anche torture, lunghi silenzi, terrore, pianti. Va bene tutto, perché tu sei una spugna. Poi le poche ore di sonno si accumulano, la spugna si secca e il Dio Morfeo decide per te. Le palpebre diventano serrande arrugginite e lo sbadiglio dà una spallata ai fischiettii di La la Land. Gli ultimi giorni di proiezione sono duri, e persino Michael Bay potrebbe conciliare un pisolino, così ecco il ronfo del vicino, lo spasmo improvviso di quello accanto a te che si risveglia senza sapere dove sia. Gli applausi liberatori prima dell'ultima proiezione del festival (con I magnifici 7) sono la dimostrazione eclatante che eravamo tutti provati. Posso assicurarvi di non aver mai dormito, ma anche confessarvi che la proiezione delle 17 aveva le sembianze di un comodo materasso tentatore. Insomma, se parti Ryan Gosling e diventi Shia LaBeouf, qualcosa è andato storto.

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3. La digestione dei film

Avete presente Mel Gibson in What Women Want? Per chi non se lo ricorda, il protagonista ha la capacità di leggere nel pensiero di tutte le donne del mondo. Posto che non mi dispiacerebbe avere lo stesso potere, ho sempre sognato di leggere nella mente delle persone che escono dal cinema e spiare i loro pareri. Perché ci sarà sempre e comunque qualcosa che ti sorprende, un dettaglio che ti era sfuggito, un'interpretazione che tu non avresti mai dato. Quando si va al cinema normalmente non sempre si ha il privilegio di digerire il film con altre persone, ma ai festival sì. Ed è bellissimo. Bastano pochi passi poco fuori dalla sala per incontrare i primi gruppi spontanei di colleghi che parlottano e formano tanti piccoli cerchi. Sono le Olimpiadi dei critici, con i centometristi che sparano subito sentenze e i maratoneti che dicono la loro poco alla volta. Di alcuni film si parla per giorni, a tutte le ore, masticando pessimi primi piatti o sorseggiando spritz annacquati. Si cambia idea, ci si arrabbia, si parla tanto, si ascolta un po' meno, si attacca e si difende. Siamo dentro ad una lunga scena di Quentin Tarantino, con inarrestabili raffiche di parole sparate di continuo. Ispirandoci all'inizio de Le iene, immaginate una conversazione che si apre con la frase: "Ve lo dico io di che parla Spira mirabilis". Buona fortuna.

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4. Abbandonare la nave

La ricerca del posto in sala non è mai banale, anzi è un atto rivelatorio. Una dichiarazione di intenti. Da questo capisci subito la differenza tra gli uomini e le donne che si affidano alla Settima Arte, dedicando il loro tempo e le loro attenzioni a qualsiasi film, e i diffidenti, gli scettici per natura. I primi si accomodano nei posti migliori, al centro della fila e a metà sala, mentre i secondi sono dei tattici, degli strateghi della seduta: per loro solo posti esterni, grazie. La via di fuga dev'essere spianata. E allora ecco le loro ombre di profilo che si mettono a sgattaiolare verso l'uscita. I pavidi che abbandonano la nave. "Signori, è stato un onore assistere con voi stasera". Vi ricorda qualcosa?

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5. Il sonno e la fame

Chiudi gli occhi e apri la bocca. Riposati e mangia. Invertite i due imperativi e avrete la vostra Mostra del Cinema. Perché qui si dorme poco e si cena peggio. Il pranzo è un'eccezione per pochi eletti. I ritmi serrati, le corse, rendono la colazione più sacra del Pan di Via per gli hobbit e allora non resta che affidarti alla cena, miraggio in un'oasi di stomaci vuoti. Ma nessuno troverà la gioia nei ristoratori dell'Isola. Prezzi esorbitanti, menù spesso ridotti all'osso (ho letto cose tipo "pasta fredda, pasta in bianco, pasta al pomodoro"), pizze al vago sapore di cartone e fritture imbevute di olio motore ti portano quasi a preferire il digiuno. Poi, mentre il Christian Bale de L'uomo senza sonno stava diventando il mio modello di vita, siamo stati nel miglior ristorante cinese del Lido (ce n'è uno solo), dove ho miseramente fallito la prova finale del mio Training Festival: il temuto gelato fritto. Mi sono arreso. Guardando i resti nel piatto con aria sconfitta, mi sono tornate in mente le parole di Boromir (quando parlava di Mordor): "Lì c'è il male che non dorme mai".

6. I critici in sala stampa (e non solo)

L'insopportabile critico culinario Anton Ego del film Ratatouille

Questa volta niente metafore, parallelismi e robe simili. Vi riporto una conversazione vera alla quale ho assistito in sala stampa, giungla affollata da predatori famelici, a caccia di prese elettriche e sedie più o meno confortevoli. Sono seduto assieme ad altre persone, tutte intente a scrivere in moderato silenzio. Ad un certo punto arriva un giornalista tutto trafelato che sbatte il suo portatile sul tavolo e inizia a parlare al telefono ad alta voce. Un critico, assai infastidito, gli chiede di fare silenzio e lo fa con molto astio. L'altro gli risponde dicendo: "A me non serve silenzio per scrivere. Se ti danno fastidio gli altri, usa le cuffie. Tutti professoroni fenomeni qui dentro!". Allora, al di là della preziosa lezione di bon ton del nostro (ho preso appunti), questo accanimento intestino tra critici conferma un vecchio stereotipo, ovvero quello della persona spocchiosa, con la puzza sotto al naso e scostante. Si ha la sensazione di una certa freddezza tra colleghi che, forse, si prendono un po' troppo sul serio con un insano spirito competitivo. Per fortuna ho visto anche tanti giornalisti affabili (di tutte le età) che non si sono ancora dimenticati della passione, l'amante fondamentale di questo mestiere, ma una cosa è certa: Antoine Ego di Ratatouille esiste davvero, è tra noi. Ne ho visti almeno una dozzina.

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7. Il professionista inflessibile e il fan che scalpita

Una scena del film Star Wars ep. III - La vendetta dei Sith

"Giovane Padawan, una volta al Lido arrivato, scegliere dovrai. Il conflitto tra il fan e il professionista vivrai". Con questo sottofondo di Yoda a guidare le mie azioni, ammetto di aver vissuto davvero questo dilemma, scisso tra il senso di dovere e il desiderio di cedere al Lato Oscuro del fan incallito. Con la miriade di star approdate sul Lido era difficile contenersi e ignorare gente come Michael Fassbender, Emma Stone, Mel Gibson, Alicia Vikander, Denzel Washington e Chris Pratt. Ma tu sei lì per lavorare, per vedere gli attori al massimo in conferenza stampa e se lavori non hai nemmeno il tempo di appostarti e di regalare al fan che scalpita dentro di te ore intere di attese. Va detto che la via di mezzo, ovvero la corsa forsennata verso il palco della sala conferenza, è forse la peggiore delle scelte possibili. Per cui, almeno l'ultimo giorno, ho deciso di regalarmi una gioia da puro spettatore con il più tipico e infantile dei selfie. Se mi ero portato dietro un'action figure di Groot, evidentemente ero consapevole di cedere al Lato Oscuro.

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8. I sogni si avverano: Natalie Portman

Venezia 2016: un primo piano di Natalie Portman al photocall di Jackie

No, non l'avevo dimenticata nella lista di star qui sopra. L'avevo semplicemente preservata; lei merita un paragrafo a parte, ma prima una doverosa premessa. La mia storia d'amore unidirezionale con questa dea dalle sembianze umane, compressa in 160 centimetri di bellezza imbarazzante, inizia nel 1994, con Leon, quando al cinema una bambina poco più grande di me (avevo 9 anni) inizia a turbare le mie giornate. Ho sempre pensato che la domanda "tu sei un angelo?", posta a Padmé dal piccolo Anakin Skywalker sia la più stupida e inutile della storia del cinema, perché la risposta è chiaramente .

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La mia vita è peggiorata dopo aver visto Closer (di anni ne avevo 19) e potete facilmente immaginarne in motivo. Detto questo, vedere dal vivo Natalie Portman è stata un'esperienza metafisica. La sua conferenza stampa di Jackie è prevista per le 14:30, ma io sono seduto lì in seconda fila dalle 12. Ammetto senza alcuna vergogna di aver ascoltato gli interventi precedenti con il cervello sintonizzato solo sui balletti de Il cigno nero. Poi eccola: meravigliosa, lucente, talmente preziosa che quasi ti vergogni a guardarla. Le donne incinte sono ancora più belle del solito e, visto che lei è in dolce attesa, sembra una supernova di luce. Essendo seduto così avanti, ad un certo punto Natalie incrocia il mio sguardo fisso su di lei e nel mio cuore parte una sequenza spaziale di The Tree of Life. Insomma, avete capito. La smetto.

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9. Il lungo addio

Il ritorno è più corto dell'andata, dicevamo. Niente di più falso. La mattina della partenza cammini verso l'attracco dei vaporetti e ti rendi conto che è bastata una notte per smantellare tanti simboli della Mostra (i cartelloni, i posti di blocco, le locandine). E ti dispiace. Una volta sulla laguna, il vaporetto si allontana dal Lido e ti accorgi che è bastato poco per renderlo un posto familiare. In lontananza inizi a scorgere quell'hotel dove hai intervistato qualcuno, quella sala dove hai visto un gran bel film e ti sale un magone in gola. Il Lido diventa una macchia lontana e ti addentri nei canali di Venezia, una città bellissima che mi ha sempre messo una grande malinconia. Adesso però so cosa mi manca. E non resta che tornare a Lost e fare come il disperato Jack Shepard: urlare "we have to go back!".

10. Vita da babbani

Anche da Hogwarts si torna a casa. Ogni incantesimo finisce anche perché la vita è più babbana che magica. Il ritorno alla quotidianità è una brusca interruzione di strambe abitudini e al tuo primo risveglio lontano dall'umidità veneziana persino il pessimo caffè del chioschetto ti manca. Il post-Venezia è un piccolo trauma fatto di tante ore di sonno e di un conto alla rovescia lungo 12 mesi; ti senti spento, sperduto, assomigli all'inconsolabile Theodore di Lei che parla col suo Tripadvisor personale per farsi consigliare un altro pessimo posto dove mangiare malissimo. È una piccola Sindrome di Stoccolma. Pare che il problema dei sogni che si avverano sia in cosa sperare dopo, in cosa credere ancora. Forse basterà semplicemente andare a vedere il prossimo film, di solito i bei sogni abitano lì.

La versione del Direttore

Il caro Giuseppe, l'avrete capito, oltre ad essere un'ottima penna e grande lavoratore, è anche un inguaribile romantico e state pur certi che nella sua mente questi 12 giorni passati insieme al Lido sono andati esattamente come ve li ha raccontati. Esattamente. E chi siamo noi per rovinargli questo sogno e riportarlo alla realtà? Ah, giusto, siamo Denzel! Anzi, a detta di Giuseppe siamo equiparabili ad un poliziotto corrotto e assassino, giusto? E allora entriamo nel personaggio e proviamo a rovinargli la festa: il caro Ethan vi ha forse raccontato di quando l'ho portato con me a vedere il documentario Safari di Ulrich Seidl, avvisandolo che non sarebbe stata una visione facile e il giovane se ne è uscito a metà (ben prima che iniziassero gli scuoiamenti di zebre e giraffe, tra l'altro) accusando un lieve malessere? Mentre io rimanevo in sala a guadare indicibili orrori, mi immaginavo il caro Beppe come il più classico stereotipo dei polizieschi americani, il rookie che arrivato sulla sua prima scena del crimine vomita in un angolo...

E mica vi ha raccontato di quando ha fatto arrabbiare i nostri utenti Facebook spoilerando il risultato di un ipotetico triello tra Omaggio, Coraggio e Intrattenimento nella recensione de I magnifici 7? (Più di questo non possiamo raccontarvi, dovete leggere con i vostri occhi qui. Fidatevi, ne vale la pena).
E quando vi ha parlato dei suoi incontri con le star, vi ha forse detto di come Andrew Garfield l'ha palesemente e volutamente ignorato? Secondo me perché ancora non gli ha ancora perdonato il geniale doppiaggio a tema Spider-Man!

E per finire come mai ha deciso di non raccontarvi di quando abbiamo fermato quei due studenti che avevano appena comprato marijuana, gliel'abbiamo sequestrata e poi ce la siamo fumata insieme prima del film Planetarium? Come dici Giuseppe, questo non è successo? E quindi il film era davvero così brutto e insensato? Mah, non so più se devo crederti, quindi facciamo così: per il momento sospendiamo il giudizio su questo tuo primo festival, il tuo addestramento forse ha bisogno ancora di altri training days. Diciamo che sei rimandato a settembre prossimo. Quello del 2017, quello di Venezia 74.

Con affetto
Denzel

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