Tutto d'un fiato! I migliori piani-sequenza cinematografici degli ultimi 25 anni

Il recente premio Oscar Birdman ha riportato in auge una tecnica di regia che ha illustri precursori. Ne approfittiamo per fare un viaggio nella cinematografia mondiale alla scoperta dei titoli che ne hanno fatto un uso particolarmente suggestivo ed efficace negli ultimi cinque lustri.

Tutto d'un fiato! I migliori piani-sequenza...

Di questi tempi il termine piano sequenza è sulla bocca di tutti, cinefili e non; il merito va soprattutto a Alejandro González Iñárritu e al suo Birdman, film che non gli ha soltanto permesso di vincere 4 Oscar (tra cui uno proprio per la straordinaria fotografia di Emmanuel Lubezki) ma di far appassionare molti ad una delle tecniche cinematografiche più affascinanti e complesse di sempre. Una tecnica che, in poche parole, consiste nell'effettuare una ripresa - statica o dinamica - con un'unica inquadratura continua, anche molto lunga, e che richiede sforzi notevoli non solo alla troupe ma anche agli interpreti, costretti a studiare dialoghi e coreografie al millimetro, e a ripetere dall'inizio sequenze molto impegnative in caso di errori.

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Una scena di Nodo alla gola

Poco importa se sempre più spesso si finisce il confondere il piano sequenza vero e proprio con il long take (un'inquadratura lunga che però non completa l'intero segmento narrativo), quello che conta è che l'effetto di grande realismo entusiasmi e coinvolga lo spettatore e lo aiuti ad immergersi sempre di più nella finzione cinematografica. E poco importa anche se il piano sequenza è in realtà ottenuto artificialmente, con effetti speciali o altri "trucchi": è dai tempi di Alfred Hitchcock ed il suo incredibile lavoro su Nodo alla gola che si discute sul fatto che il film non sia un unico piano sequenza (cosa impossibile all'epoca visto che le bobine non era lunghe a sufficienza per un intero lungometraggio) ma in realtà 8 sequenze unite da loro da raccordi (più o meno) invisibili. Il risultato assolutamente non cambia.

Giro del mondo tra i virtuosismi cinematografici

L'infernale Quinlan, un'immagine dal piano sequenza iniziale

Ma il thriller del Maestro del brivido è solo uno degli esempi più celebri e riusciti di piano sequenza, ma nella storia del cinema sono tantissimi i registi che ci hanno letteralmente tolto il fiato con le loro intuizioni. Elencarli tutti sarebbe impossibile e d'altronde selezionare i migliori degli ultimi 100 anni vorrebbe dire citare i soliti noti: da L'infernale Quinlan di Orson Welles al Professione: reporter di Michelangelo Antonioni, da Week-end, un uomo e una donna dal sabato alla domenica di Jean-Luc Godard ad Ettore Scola ed il suo Una giornata particolare, senza dimenticare ovviamente le prodigiose sequenze di Max Ophüls, Stanley Kubrick, Andrei Tarkovsky e Sergej M. Ejzenštejn.

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Quello che invece ci proponiamo di fare in questo nostro articolo, è analizzare come questa tecnica sia stata utilizzata negli ultimi lustri, come sia cambiata anche grazie all'arrivo del digitale e quali sono ad oggi i registi che utilizzano con maggiore frequenza ed impatto il piano sequenza. Non è una lista che abbia alcuna pretesa di completezza, anzi, ma ci piaceva l'idea di fare questo viaggio insieme a voi attraverso le più importanti cinematografie mondiali alla ricerca delle sequenze più spettacolari e più belle.

Il cinema USA: dai grandi maestri al gusto per la soggettiva

Il cinema americano, si sa, ha tante anime, ma la ricerca della spettacolarità e della bellezza visiva sembra essere una caratteristica comune a tutti i cineasti americani. Come vedremo sono tanti i registi e gli autori USA che hanno fatto del massiccio utilizzo del piano sequenza una vera e propria caratteristica del proprio cinema, ma spesso con scopi ed effetti molto diversi.

Titanic: lo spettacolare long shot di James Cameron

James Cameron, per esempio, con Titanic realizzò una costosa e spettacolare sequenza di 30 secondi per mostrare l'imponenza del transatlantico apparentemente inaffondabile.

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The Avengers: la battaglia di New York

Richard Linklater invece, soprattutto nella sua Before trilogy, sceglie di ridurre al minimo gli stacchi di montaggio per rendere ancora più realistici i suoi lunghissimi e splendidi dialoghi, mentre un Joss Whedon, seppur alle prese con un blockbuster che più popolare non si può (il super cinecomic The Avengers) non rinuncia ad una complessa ripresa (tutta in digitale, ovvio) per rendere al meglio l'azione e la coesione del suo gruppo di supereroi. Lo stesso Whedon, al suo esordio da regista cinematografico con la space opera Serenity, aveva presentato i suoi molteplici protagonisti con un long take iniziale di quasi quattro minuti e mezzo.

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Lizzy Caplan in una sequenza di Cloverfield

C'è un altro utilizzo che il cinema più commerciale USA sembra aver trovato per questa tecnica, ed è quello delle (lunghe) riprese in soggettiva: con il successo del genere dei mockumentary e dei found footage, sono sempre di più i film che utilizzano riprese molto lunghe (come in Cloverfield), spesso molto complesse. La soggettiva è spesso usata anche per avvicinarsi ancor di più ad un'estetica tipica dei videogame e quindi ancora più coinvolgente ed ansiogena. L'hanno fatto (male) film poco riusciti come Doom o Gamer, mentre vi era riuscito benissimo, e prima ancora che i videogiochi diventassero così realistici, Kathryn Bigelow con la strabiliante sequenza iniziale di Strange Days in cui rapiniamo un ristorante in prima persona per poi fuggire attraverso i tetti e sfracellarci sul marciapiede.

Discorso a parte merita Elephant di Gus Van Sant, che utilizza una semi-soggettiva con visuale di spalle dei protagonisti che vuole ottenere invece un effetto opposto, quello del distacco, della freddezza, quasi di un mancato coinvolgimento con i giovani, enigmatici protagonisti.

Una scena del film Elephant (2003)

Prima di passare però ad alcuni grandi maestri di questa tecnica vale la pena soffermarsi su un'incredibile scena molto recente che forse è passata fin troppo inosservata. Ci riferiamo all'impressionante match pugilistico Adonis Creed vs. Leo 'The Lion' Sporino tratto dal film Creed - Nato per combattere di Ryan Coogler, girato e soprattutto perfettamente coreografato senza stacchi per 4 minuti e mezzo come confermato anche dalla direttrice di fotografia Maryse Alberti che ha raccontato di averla girata 12 volte. Il risultato lascia senza fiato ed è probabilmente una delle più belle e realistiche sequenze sportive mai portate sul grande schermo.

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L'eleganza di Martin Scorsese

Arriviamo adesso ad uno dei grandi maestri del cinema americano, un autore che da sempre si è contraddistinto anche per la sua tecnica. I piani sequenza nel cinema di Scorsese si sprecano, ma quello che probabilmente è rimasto più impresso nell'immaginario popolare è quello splendido di Quei bravi ragazzi in cui il protagonista porta la sua nuova ragazza in un night club di New York.

Per certi versi simile, ma forse ancora più affascinante è quello che ne L'età dell'innocenza accompagna il protagonista Newland Archer (Daniel Day-Lewis) dall'ingresso della casa dei Beufort fino al salone da ballo. La macchina da presa quasi danza ai passi di valzer e ci descrive con grande maestria il mondo raccontato dalla scrittrice Edith Wharton.

Anche in Gangs of New York sono diverse le sequenze da citare, ma il più memorabile ed eloquente è certamente quello del porto, che, in poco più di un minuto e accompagnato dal canto tradizionale Paddy's Lamentation, ci mostra lo sbarco di tanti nuovi irlandesi a New York, il forzato arruolamento nell'esercito in cambio della cittadinanza e il loro imbarco su una nave dalla quale, nel frattempo, vengono scaricate decine di bare di vittime di guerra.

Molto Scorsese-style anche le bellissime sequenza che aprono e chiudono alla perfezione Hugo Cabret.

Il cinema corale di Robert Altman e Paul Thomas Anderson

Nel 1992, con il film I protagonisti, lo straordinario regista di MASH riusciva a raccontare perfettamente in solo 8 minuti i vari aspetti produttivi di una produzione cinematografica e la tante anime di Hollywood.

Negli anni successivi sarà il suo allievo e successore "spirituale" a cimentarsi in film altrettanto corali e complessi, spesso ricorrendo a piani sequenza di grande effetto, proprio come per l'apertura di Boogie Nights, in cui ci vengono introdotti, di fatto, tutti i protagonisti del film.

Anderson fa spesso uso di questa tecnica, pur non sempre in modo altrettanto appariscente, anche nei film successivi: in Magnolia si fa notare la sequenza dell'arrivo nel labirintico studio televisivo; ne Il petroliere, tra le tante, quella dell'incendio al pozzo petrolifero; mentre in The Master risalta soprattutto quella breve ma intensa in cui Joaquin Phoenix fa a pezzi il water di una cella di prigione sotto lo sguardo impassibile di Philip Seymour Hoffman.
Inutile aggiungere che anche nel recentissimo Vizio di forma i piani sequenza non mancano, e, come sempre, sono di pregiatissima fattura.

La tecnica di Brian De Palma

Se c'è un regista al giorno d'oggi che ancora viene ricordato e spesso associato ai suoi lunghi e celebri piani sequenza, questo è proprio De Palma. Già negli anni '80 aveva spesso dato dimostrazione dei suoi virtuosismi, ma è nei decenni successivi che dà forse il suo meglio, sopratutto con i film Femme Fatale, Carlito's Way e Il falò delle vanità.

Ma a restare nella storia sono soprattutto gli oltre 10 minuti iniziali di Omicidio in diretta, all'epoca i più lunghi e articolati (soprattutto per il gran numero di comparse in scena) mai realizzati senza alcuna interruzione.

I momenti cult di Quentin Tarantino

I film di Tarantino hanno sempre dei tratti distintivi molto forti, anche dal punto di vista dello stile, e il piano sequenza è sicuramente uno di questi. Sia che venga usato come nel caso di Pulp Fiction (il discorso sul massaggio ai piedi) o Jackie Brown (Pam Grier che esce dal centro commerciale) per accompagnare lo spostamento dei suoi protagonisti, sia quando semplicemente la macchina da presa ruota intorno ad un tavolo per renderci partecipi del dialogo a più voci e tra più personaggi. E' il caso soprattutto di Death proof, in cui le quattro belle protagoniste chiacchierano ininterrottamente per otto minuti, in un piano sequenza che non può che ricordare il memorabile incipit de Le iene (quello su Like a Virgin e le mance), anche se qui in versione più evoluta e virtuosa.

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Ma il piano sequenza tarantiniano più famoso è certamente quello di Kill Bill: Volume 1, scandito dalla canzone Woo Hoo di The 5.6.7.8's., che parte dall'arrivo della Sposa nella Casa delle Foglie Blu e ci mostra tutti i suoi avventori.

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Europa: tra scandali e cinema d'autore

Spostiamoci nel nostro caro, vecchio continente e ad un cinema, quello dei grandi autori, che ha fatto da sempre grande uso di questa tecnica. Per registi per esempio come l'ungherese Béla Tarr o il greco Theo Angelopoulos il piano sequenza è praticamente pane quotidiano, così come per il turco Nuri Bilge Ceylan, fresco di Palma d'oro per Il Regno d'Inverno - Winter Sleep, una pellicola di quasi tre ore e mezzo composta da non più di una dozzina di sequenze.

Viaggio in Russia, senza interruzioni

In tutti questi casi, le lunghe inquadrature, i tanti silenzi, la scarsa "azione" sono caratteristiche di un certo tipo di cinema europeo, ma c'è anche chi invece decide di utilizzare il piano sequenza ed il digitale per realizzare qualcosa di unico e assolutamente diverso. Parliamo ovviamente di Aleksandr Sokurov e del suo Arca russa, film del 2002 della completamente in soggettiva e della durata di 96 minuti, tutto girato in un'unica ripresa (e in "soli" quattro tentativi!), che però coinvolge quasi oltre 850 comparse ed è ambientato nel Palazzo d'Inverno di San Pietroburgo che qui sembra prendere vita e "raccontare" la sua storia attraverso le varie epoche, dai tempi di Pietro il grande e Caterina II fino ai moderni visitatori dell'Ermitage.

Il virtuosismo passa da Cannes, e dall'Italia

Tra i giovani autori europei che in questi anni si sono fatti notare per i loro virtuosismi, soprattutto al festival francese, ci sono anche il rumeno Cristian Mungiu (sia per la Palma d'oro 4 Mesi, 3 Settimane e 2 Giorni he per il successivo Oltre le colline) ma anche il "nostro" Paolo Sorrentino in più di un'occasione. Il suo cinema era ricchissimo di mirabili inquadrature già a partire da L'uomo in più e Le conseguenze dell'amore:

C'è poi la sequenza quasi scorsesiana de Il Divo:

E soprattutto quella musicale (special guest David Byrne in persona) di This Must Be the Place:

Ovviamente Sorrentino anche con La grande bellezza o Youth - La giovinezza non ha mai smesso di affascinarci con la sua impressionante tecnica. Recentemente però c'è stato un altro film che ha conquistato il festival francese ma poi è arrivato addirittura a vincere l'Oscar come miglior film Straniero ed è Il figlio di Saul del regista ungherese László Nemes, qui al suo debutto nel lungometraggio. Tutto il film è composto da lunghissimi piani sequenza, di cui alcuni davvero incredibili per messa in scena.

Il piano sequenza in terra d'Albione

Altri due grandi padroni del mezzo cinematografico, e tra i maggiori utilizzatori del piano sequenza degli ultimi anni, arrivano da Londra. Joe Wright si è fatto notare soprattutto con Espiazione e con la dolorosa sequenza ambientata sulla spiaggia di Dunkerque, in seguito alla sanguinosa battaglia.

Molto diverso ma comunque notevole quello contenuto in Hanna.

L'altro grande cineasta britannico è Steve McQueen, che già con la sua pellicola di esordio, Hunger, aveva lasciato tutti a bocca aperta per alcune sequenze davvero memorabili. Quella più incredibile è forse quella a camera fissa, della durata di oltre 17 minuti, in cui il protagonista Michael Fassbender parla con un prete che va a trovarlo in carcere.

E, sempre da Hunger, la sequenza più breve (ma, attenzione, molto dura!) delle manganellate.

Nel successivo Shame c'è sia una sequenza molto bella e molto importante, solo dialoghi tra Fassbender e Carey Mulligan, che un bellissimo tracking shot notturno per le strade di Manhattan.

Nel premio Oscar 12 anni schiavo invece ritroviamo un altro paio di scene ancora più crude, come quella del lungo e prolungato tentativo di impiccagione (ad inquadratura fissa) ed un'altra ancora più celebre in cui la bravura di tutti gli attori in scena (oltre al solito Fassbender qui ci sono gli incredibili Chiwetel Ejiofor e Lupita Nyong'o) riesce a rendere fin troppo bene la brutalità della schiavitù e della tortura.

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Cinema orientale: la tecnica al servizio dell'azione

Cambiamo di nuovo continente e spostiamoci in Asia, dove tanti cineasti hanno saputo spingere all'estremo la tecnica del piano sequenza per adattarlo alla loro concezione di cinema frenetica e ricca di azione. Citarli tutti è davvero impossibile, ma di certo dobbiamo iniziare dall'hongkonghese John Woo e il suo Hard Boiled.

L'evoluzione di questa scena ormai epocale nelle arti marziali passa prima per il coreano Park Chan-Wook e il suo cult Old Boy:

e poi per il thailandese The Protector - La legge del Muay Thai diretto da Prachya Pinkaew e coreografato e interpretato dall'incredibile Tony Jaa:

Di tipo diverso, ma non per questo meno impressionante, la scena d'apertura di Breaking News di Johnny To.

America latina: talento e pioggia di Oscar

E veniamo adesso all'America Latina e ai tre nomi (tutti premiati recentemente) che negli ultimi anni hanno entusiasmato i cinefili di tutto il mondo: parliamo ovviamente dei già citati Inarritu e Lubezki, ma anche e soprattutto di Alfonso Cuarón che già in due occasioni ci aveva stupito. E' il caso per esempio della sequenza dell'inseguimento in auto de I figli degli uomini, 3 minuti e mezzo di adrenalina pura:

Ed ovviamente della lunghissima scena di apertura di Gravity:

Per entrambi i casi, così come per l'ottimo Birdman, c'è l'incredibile lavoro di Emmanuel Lubezki, due Oscar in due anni, uno dei più importanti direttori della fotografia viventi.

Ma se il Messico l'ha fatta da padrone ultimamente, non si può dimenticare la scuola argentina che si è fatta avanti soprattutto con Pablo Trapero ed in particolare i suoi ultimi lavori, Carancho, Elefante blanco ed anche nel finale di Il Clan che gli è valso il Leone d'argento per la miglior regia a Venezia. Guardate per esempio questa incredibile sequenza, ancora una volta però abbastanza cruda:

Se l'ottimo lavoro di Trapero è purtroppo poco conosciuto dalle nostre parti, molti però ricorderanno il thriller Il segreto dei suoi occhi di Juan José Campanella, Oscar nel 2010 come miglior film straniero, che vede protagonista sempre l'ottimo Ricardo Darín. Il piano sequenza dello stadio è di quelli che rimangono impressi a lungo:

Spostandoci invece in Uruguay c'è da segnalare sicuramente l'atipico horror del 2010, La casa muta, diretto da Gustavo Hernandez, girato tutto in sequenza (ma in realtà pare ci sia almeno uno stacco) per 79 minuti. L'anno seguente è subito arrivato il remake americano, realizzato con con la stessa tecnica ma interpretato dalla star emergente Elizabeth Olsen.

Medio Oriente: Fahradi, Gitai e il sorprendente Fish & Cat

Chiudiamo questo nostro viaggio tra Israele e Iran: Amos Gitai con Ana Arabia realizza un unico piano sequenza di 81 minuti seguendo una giovane giornalista che visita una comunità in cui convivono pacificamente ebrei e arabi.

Il premio Oscar Asghar Farhadi ha utilizzato più volte delle sequenza molto lunghe, a volte in movimento come in About Elly, spesso anche solo a camera fissa come nel caso di Una separazione. Anche per il suo (finora) unico film girato in Europa, Il passato, Farhadi decide di chiudere il film proprio con un emozionante piano sequenza ambientato in ospedale.

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Ma parlando del cinema iraniano, c'è un film, quasi sconosciuto, che ci ha colpito negli ultimi anni perché prova a fare qualcosa di diverso e se possibile ancora più coraggioso di quanto già vi abbiamo raccontato. Il film in questione è Fish & Cat, uno strano ibrido tra thriller e mistery ad opera di Shahram Mokri, ed ha la caratteristica di essere girato in tempo reale, e senza interruzioni, per 134 minuti. Non una grande novità considerato quanto visto fino ad ora, ma la differenza sta tutta nella struttura narrativa circolare e sulla messa in scena assolutamente innovativa e geniale: nonostante il piano sequenza non c'è unità di tempo nella narrazione, ma ad ogni "passaggio" circolare della macchina da presa tra i protagonisti la storia prende una direzione diversa, decide di cambiare punto di vista. Questo mix tra Rashomon, Elephant ed un'opera di Escher ha all'inizio un effetto straniante, ma col passare dei minuti diventa sempre più coinvolgente e teso. Inutile dire che mai come in questo caso un breve estratto video non può assolutamente rendere l'idea.

E nel mondo delle serie TV?

Siamo pronti a raccontarvi anche i piani-sequenza televisivi, perché nel diventare sempre più vicine (anche come qualità) ai prodotti cinematografici sono arrivati anche piani sequenza spettacolari e sempre più complessi.

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