Incontriamo Valeria Bruni Tedeschi in un hotel a pochi passi da Via Veneto. L'occasione, 'sta volta, ha per cornice uno degli eventi che segnano l'arrivo della primavera cinematografica romana: il Rendez-Vous - Nuovo Cinema Francese. Durante il festival, infatti, è stato presentato - dopo l'anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia - L'attachement di Carine Tardieu (uscita fissata, settembre 2025). L'attrice interpreta Sandra Ferney, bibliotecaria e convinta femminista che, inaspettatamente, si affezionerà ai figli del vicino di casa, rimasti orfani di madre.

Una riflessione sulla maternità e sul concetto di famiglia, sorretta poi da un apparato umano e sensibile. "Ho lavorato con Carine che è stata brava ad impedirmi qualsiasi cosa, di essere troppo", ci dice Valeria Bruni Tedeschi. "Questa sua netta gentilezza mi ha fatto chiedere: perché ha scelto me? E Mi ha detto: "ho scelto te per dirti anche di no". È stata una novità, e mi ha fatto aderire con più allegria al ruolo".
Una famiglia in trasformazione
Valeria Bruni Tedeschi ha tagliato verticalmente quarant'anni di cinema europeo, affrontando il tema della famiglia più e più volte. Oggi, però, il concetto è cambiato. "La società si sta trasformando in modo positivo, non c'è più avere l'obbligo di avere bambini, per dire. E poi si vive l'omosessualità in modo tranquillo, senza vergogna, almeno in certi ambienti. L'idea che poi i figli non di sangue siano parte della famiglia. L'adozione non è più guardata con stranezza. Una famiglia allargata è normale, e il film impone questo. Qualche anno fa non sarebbe stato così. Per dire, in Francia è andato bene al botteghino: la gente ha bisogno di immaginare la famiglia in modo diverso".

Ne L'Attachement, l'attrice duetta con lo splendido César Botti. Una rivelazione. "Il bambino è stato fenomenale. Non era mai stanco, era sempre pronto a rifare le scene. Allo stesso tempo aveva la naturalezza dei bambini. Con i più piccoli devi impostare la musica giusta: c'era il buono del bambino e il buono di un attore. Sul set abbiamo avuto un rapporto gentile, ma forse distaccato, senza andare troppo in là". Da qui, un accenno alla sua esperienza di madre adottiva (due figli Oumy e Noé, adottati nel 2009 e 2014). "Ho un rapporto speciale con i miei figli, un rapporto da madre a figlio. E li sento come se fossero figli biologici. Ci adottiamo, ci includiamo nelle nostre vite. Sono legami molto forti".
Valeria Bruni Tedeschi e il femminismo

Nel film di Carine Tardieu la sua Sandra è un'accesa femminista. A tal riguardo, l'attrice confida che: "Mi sento una femminista. Lotto per l'uguaglianza di uomini e donne nella sfera privata e pubblicata. Da ragazzina ho letto un libro bellissimo, ossia Da la parte delle bambine. Smantellava tutti i meccanismi patriarcali a partire dalla gravidanza. È una convenzione di vita. Per un lungo periodo ho lavorato solo con registe donne, ma l'ho fatto per caso. Non vedevo la differenza, perché ho vissuto da vera femminista. Il mio femminismo è personale, e non coincide con l'estremismo che punta all'odio e alla tirannia di genere. La liberazione della parola è sacrosanta, ma per tutti, e per tutte le classi sociali. Il femminismo di oggi non viaggia per tutte le classi sociali. Visita la politica, lo spettacolo, la cultura, meno i mondi umili. Non credo che il #metoo vada pure in fabbrica, o almeno così mi sembra. Non mi sono mai sentita contro gli uomini, io stessa mi sento in parte uomo, piena di difetti".
La complessità dell'essere umano
Una differenza di genere che non deve mai prescindere dalla complessità umana. "L'uomo oggi è in difficoltà perché è rimesso in discussione", prosegue l'interprete. "Ad ogni modo, questo è uno spunto positivo, ma non aderisco mai a quel disprezzo che punti alla misoginia al contrario. Bisogna soffermarsi sulla complessità dell'essere umano: riflette su di noi come esseri complessi. È chiaro poi c'è una vittima e un carnefice, ma è importante osservare la complessità. E il cinema riflette sulla complessità dell'umanità e dei rapporti. Penso sempre a L'Arte della Gioia: in Francia ha problemi ad essere comprato, c'è una resistenza rispetto alla complessità dell'uomo. In Francia si vuole cancellare le nostre sfumature. C'è un moralissimo molto pericoloso rispetto all'arte".
Qual è, allora, la dimensione culturale francese? "La nouvelle vague è rimesso in discussione. Non si fanno più vedere i titoli di Maurice Pialat, c'è Depardieu in molti dei suoi film. Si rivisita il rapporto tra Godard e la Bardot. Ecco, oggi non è il momento di Godard a Parigi... Una cosa buona da fare? Contestualizzare le opere. In Francia è stata annullata la programmazione di Ultimo Tango di Bertolucci perché prima della proiezione non hanno contestualizzato la situazione. Dico che, senza tabù, bisogna affrontare le relative contestualizzazioni, perché è assurdo annullare i film".