Urchin, recensione: l'esordio di Harris Dickinson, tra realismo sociale inglese e un tocco onirico

Il debutto al lungometraggio dell'attore di Triangolo della tristezza è un'opera coraggiosa che mescola dramma, surrealismo e ironia. Presentato Fuori Concorso al 43° Torino Film Festival.

Frank Dillane in una scena di Urchin

"Vivere per strada non è una scelta di vita, Suella. È il segno di una politica governativa fallimentare". A Cannes 78, dove ha debuttato alla regia nella sezione Un Certain Regard con Urchin, Harris Dickinson ha sfoggiato una maglietta con questa scritta. Il riferimento è a un messaggio postato su X dall'ex ministro degli interni britannico Suella Braverman che nel 2023 aveva scatenato un'ondata di polemiche nel Regno Unito. Messaggio che si ricollega alla trama del film presentato Fuori Concorso al 43° Torino Film Festival.

Urchin e un percorso tutt'altro che rettilineo

Urchin Still
Urchin: un momento del film

La storia è quella di Mike (Frank Dillane), un giovane senzatetto che vive per le strade di Londra cercando di restare a galla in una città che non lo vede. Un passato difficile alle spalle, errori, dipendenze e il tentativo di riscattarsi. Un periodo trascorso in prigione lo porta a confrontarsi con la sobrietà e lo sforzo di reinserirsi nella società. Ma quello che Urchin e Harris Dickinson hanno l'intelligenza di mostrarci è un percorso tutt'altro che rettilineo.

Urchin Frame
Frank Dillane, il protagonista

Sul cammino di Mike ci sono ostacoli, svolte, burroni. E, ci suggerisce il film, anche nonostante tutti gli sforzi impiegati, se non hai il supporto adeguato da parte del sistema che dovrebbe aiutarti e farti rialzare in piedi, difficilmente ce la farai da solo. Per l'attore di Triangolo della tristezza e Babygirl quella del protagonista è una storia dai contorni personali. Dopo aver iniziato a lavorare nella sua comunità locale che si occupa di affiancare persone con problemi di dipendenza e senza fissa dimora, Dickinson ha incontrato uomini e donne in cerca di aiuto. Un'esperienza che lo ha spinto a portare in scena quelle realtà condensandole nel personaggio di Mike.

Urchin Scena
I due protagonisti in scena

Frank Dillane è sorprendente nel tratteggiare la psicologia di un ragazzo che il film ci mostra in tutte le sue spigolosità. Nello sguardo di Dickinson non c'è pietismo o volontà di mettere in scena una vittima. Mike è un essere umano difettoso che commette sbagli per i quali si ritrova a dover pagare. Già di per sé questo approccio alla scrittura rende la pellicola particolarmente interessante perché non rifugge la complessità della realtà.

Un dramma sociale che non dimentica la dimensione ironica

Quello di Urchin poteva essere l'ennesimo debutto dietro la macchina da presa della star di Hollywood di turno. Ma bastano pochi minuti per rendesi conto che quello di Harris Dickinson è un esordio fatto di un'altra pasta. L'attore realizza corti fin da giovanissimo e in Urchin infonde tutto il suo amore per il grande cinema realista sociale inglese. Quello reso popolare al grande pubblico da registi del calibro di Ken Loach e Mike Leigh.

Ma la crudezza della pellicola si mescola con il surrealismo e il realismo magico di una serie di sequenze che impreziosiscono il racconto e lo portano in una dimensione altra che gli permette anche di sperimentare con la regia. Parlando di povertà, disagio sociale e dipendenza, il film si attesta come un dramma sociale. Ma, grazie all'uso dell'ironia, ecco che Urchin riesce a schivare il pericolo della compassione.

Un primo lungometraggio che rappresenta la nascita di un nuovo autore con uno sguardo lucido e coraggioso. Uno sguardo che, ovviamente, non è scevro da imperfezioni o passaggi prevedibili, ma c'è un'originalità di fondo che fa di Urchin un'opera valida che apre a una promettente carriera cinematografica dietro la macchina da presa.

Conclusioni

L'esordio alla regia di Harris Dickinson è di quelli capaci di destare stupore. Urchin è un dramma sociale che si distingue per la volontà di non scadere in facili pietismi. Merito del suo protagonista, il giovane senzatetto Mike interpretato da un grande Frank Dillane, che tenta di riabilitarsi tra dipendenze e reinserimento, errori e passi falsi. Il regista ce ne mostra il percorso a ostacoli per ritagliarsi un posto in una società che lo ha messo all'angolo. Ma nel mostrarci che Mike non è “solo” una vittima del sistema, Dickinson cala la sua carta vincente. Debitore del cinema realista sociale inglese, la pellicola mescola la crudezza della realtà con elementi di surrealismo e ironia che fanno di questo esordio un primo, validissimo, passo verso un percorso autoriale promettente.

Movieplayer.it
3.0/5
Voto medio
N/D

Perché ci piace

  • La prova attoriale di Frank Dillane
  • La regia di Harris Dickinson divisa tra realismo e sperimentazione
  • La sceneggiatura che non punta al vittimismo

Cosa non va

  • Come opera prima non mancano sbavature date da passaggi prevedibili o sequenze tagliabili