Uno sbirro in Appennino, recensione: la fiction RAI è ambiziosa (ma ancora imperfetta)

Claudio Bisio torna in TV nei panni del commissario Vasco Benassi, tra poliziesco e commedia, con l'Appennino emiliano a fare da co-protagonista. Una serie originale e ambiziosa, che convince soprattutto per il cast e le atmosfere, ma inciampa sulla scrittura e sui dialoghi

Claudio Bisio con il cast principale della serie

C'è aria di novità su Rai 1, ed è quella portata da Uno sbirro in Appennino, la fiction con Claudio Bisio che mescola indagine, commedia e racconto umano, puntando tutto sul carisma del suo protagonista e su un'ambientazione piuttosto insolita per i nostri schermi.

Al centro della storia un protagonista inquieto, fallibile e così profondamente umano. Anche perchè per questo commissario, il cui nome è un chiaro omaggio a uno degli emiliani più famosi al mondo, Vasco Rossi, la "professione della legge" non è soltanto un lavoro. É più che altro un bisogno che nasce tra i pezzi di una tragica storia familiare in cui è arrivato il momento di mettere ordine.

Il risultato, almeno nei primi due episodi, è però meno positivo del previsto: se da un lato la serie colpisce per atmosfera e interpretazioni, dall'altro mostra alcune fragilità nella scrittura che ne limitano l'efficacia.

Uno sbirro in Appennino è un racconto di ritorno alle origini

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Valentina Lodovini e Claudio Bisio hanno condiviso diversi progetto, tra cui Benvenuti al Sud e Benvenuti al Nord

Il commissario Vasco Benassi, interpretato da Claudio Bisio, è uno dei migliori nel suo lavoro ma un errore nella sua carriera investigativa lo costringe in quello che sembrerebbe un incarico punitivo. Da Bologna deve infatti fare ritorno nel piccolo paesino in cui è cresciuto, quell'immaginario Muntagò arroccato sull'Appennino emiliano. A seguirlo ci sono solo ricordi, rimpianti e Fosco (Michele Savoia), quel giovane agente pugliese che gli riconosce integrità e umanità fuori dal comune.

Poco è cambiato in quel piccolo borgo: Vasco ritrova subito la cugina Gaetana (Elisa D'Eusanio), ispettrice del commissariato locale, e il marito Bruno (Ivan Zerbinati) con cui condivide un rapporto d'amicizia fin dall'infanzia

Soprattutto: tornare a Muntagò significa anche incrociare nuovamente la strada di Nicole Poli, interpretata da Valentina Lodovini, amore mai davvero vissuto in gioventù e oggi prima sindaca donna di Bologna. Accanto alla facciata istituzionale, però, Benassi capirà presto che esiste quella privata tutt'altro che risolta, segnata da esperienze sentimentali difficili e dal rapporto conflittuale con suo figlio, Il Magico (Michele Minutillo).

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Un primo piano di Chiara Celotto

Un incredibile incrocio di destini è quello che si prospetta all'orizzonte nel piccolo borgo emiliano, dove tutti si conoscono, e dove infatti il nipote di Benassi, Macchio (Jacopo Dei), figlio di Gaetana e Bruno, è non solo amico del figlio di Nicole, ma finisce per diventare anche suo rivale in amore quando a Muntagò arriva Amaranta. Giovane poliziotta napoletana, interpretata da Chiara Celotto, sceglie volontariamente di prestare servizio al commissariato del piccolo comune quando scopre che sarà la destinazione di Vasco, che ammira segretamente da anni.

Dotata di grande determinazione e di intuito investigativo, Amaranta paga un passato difficile con il carattere impulsivo e scontroso. Restìa alle regole quanto Benassi, avrà con lui rapporto complesso, a metà tra guida professionale e legame personale, difficile da definire ma centrale nello sviluppo della storia.

Tra indagini, casi criminali e relazioni personali, la serie intreccia dimensione investigativa e racconto umano, con il ritorno alle radici come elemento chiave del percorso del protagonista.

L'Appennino emiliano come co-protagonista della fiction

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Claudio Bisio in campo lungo nello scenario dell'Appennino Emiliano

La regia, affidata a Renato De Maria (che quest'anno ha diretto anche il film su Franco Battiato, disponibile su RaiPlay), pone al centro non solo il protagonista umano dell'intera vicenda ma anche il territorio.

L'Appennino diventa così un vero e proprio co-protagonista del racconto, fin dal titolo. L'ambientazione non è infatti un semplice sfondo, ma un elemento narrativo identitario, capace di definire tono, ritmo e atmosfera.

Rappresentato come uno spazio ancora intatto, lontano dalla trasformazione aggressiva della città, caratterizzato da una bellezza naturale ampia e incontaminata, l'Appennino, con i suoi piccoli borghi, è qui il custode silenzioso di tradizioni e storie che resistono nel tempo.

Un'attenzione che si riflett nelle scelte registiche, che mettono sullo stesso piano il percorso umano del commissario e la dimensione paesaggistica, costruendo un equilibrio tra racconto investigativo e valorizzazione (non solo visiva) dell'ambiente.

Suggestioni da "cinema di frontiera", elaborate anche in chiave ironica, si riflettono nel lavoro della fotografia, con i suoi campi larghi e le sue tonalità calde.
Ad accompagnare la colonna sonora country, affidata a Pivio e Aldo De Scalzi, gli stessi che hanno già accompagnato con le note un altro protagonista assoluto del poliziesco all'italiana in giro per Bologna e dintorni: L'Ispettore Coliandro.

I limiti di una fiction ancora imperfetta

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Claudio Bisio e la co-protagonista Chiara Celotto, interprete dell'agente Amaranta Palomba

Dove la serie casca piuttosto rumorosamente, però, è sulla scrittura. Creata da Fabio Bonifacci, Uno sbirro in Appennino, nelle prime due puntate fin qui viste, non riesce sempre a spiegare chiaramente al suo pubblico quello che sta accadendo. Soprattutto nelle interazioni tra i personaggi, si ha spesso la sensazione che manchino dei nessi tra ciò che viene detto e ciò che accade. Un esempio su tutti siano le scene di confronto, soprattutto nei momenti privati, tra Amaranta e Vasco.

Gli stessi dialoghi non sono sempre brillanti (grande peccato per un poliziesco), ragion per cui anche l'aspetto da 'commedia' della fiction deve essere cercato più nelle situazioni (e nelle intenzioni) che nelle battute.

In questo senso, il caso di questa serie riapre una spinosa questione del panorama (non soltanto) televisivo italiano: quella legata a scelte e gusti autorali.
In una TV che ormai sembra vivere solo di trasposizioni e remake (e non solo in Italia), le idee originali, come Uno sbirro in Appennino (e come Roberta Valente - Notaio in Sorrento, da domenica su Rai 1), sono sempre una boccata d'aria fresca.
Il problema però nasce comunque in fase di sceneggiatura, ovvero quando sembra non esserci una completa corrispondenza tra intenzioni e ambizioni del soggetto e resa effettiva sullo schermo.

Conclusioni

Uno sbirro in Appennino è un progetto con delle ambizioni che trova i suoi punti di forza soprattutto nell’interpretazione, di Claudio Bisio e della co-protagonista Chiara Celotto, e nei panorami dell’Appennino emiliano, trasformato in un co-protagonista identitario. La serie, accompagnata da un'insolita colonna sonora "country", funziona quando riesce a mantere un equilibrio tra dimensione investigativa e racconto personale. Allo stesso tempo, però, la scrittura mostra dei limiti: alcune dinamiche risultano poco chiare, i dialoghi non sono sempre incisivi e la componente "comedy" non risulta sempre brillante. Il risultato è una fiction che alterna intuizioni efficaci a passaggi meno convincenti, lasciando la sensazione di un potenziale solo parzialmente espresso. Molto dipenderà quindi dall’evoluzione delle prossime puntate: per conquistare davvero il pubblico di Rai 1 potrebbe servire una marcia in più.

Movieplayer.it
2.5/5
Voto medio
N/D

Perché ci piace

  • la colonna sonora di Pivio e De Scalzi
  • le interpretazioni di Bisio e Celotto
  • l'ambientazione dell'Appennino Emiliano

Cosa non va

  • la scrittura discontinua e non sempre efficacemente chiara
  • le interpretazioni di alcuni personaggi secondari