Recensione Un marito a metà: le nuove frontiere comiche del poliamore

La recensione di Un marito a metà: un racconto farsesco di un ménage a trois; Alexandra Leclère realizza una commedia sfrontata e divertente con ottimi interpreti.

Se non va sempre come in Un marito a metà di Alexandra Leclère, il tradimento che mette in crisi una coppia sposata è un evento comune nella vita come al cinema, e non è mai stato ad appannaggio esclusivo dei drammi; anzi, è da sempre un argomento fecondo per la commedia. Perché è uno di quei fatti della vita che hanno un impatto diverso su di noi a seconda di come ci poniamo di fronte ad essi. Nella società contemporanea, che inizia a intravedere la possibilità di un'affettività e di una sessualità non monogamica o monandrica, la relazione extraconiugale è sempre più accettata, o almeno non è più considerata imperdonabile. Sono sempre di più i coniugi che ammettono di chiudere un occhio, pensando che per la coppia sia più salutare qualche scappatella di una fedeltà forzata, innaturale e vissuta come un'imposizione.

Un marito a metà: Valérie Bonneton e Didier Bourdon in una scena del film
Un marito a metà: Didier Bourdon e Laurent Stocker in una scena del film

Non è facile, però, imbattersi in un arrangement come quello messo in atto dai protagonisti di Un marito a metà, commedia decisamente divertente e magnificamente recitata firmata da Alexandra Leclère. Quando Sandrine, musicista e insegnante di violino, scopre che il marito e padre dei suoi due figli ha un'appassionata relazione da quasi un anno con la deliziosa libraia Virginie, concepisce un piano decisamente audace: Jean andrà in "affidamento congiunto", e alternerà una settimana con la moglie e una con l'amante. La cosa ovviamente non è semplice come appare. Quali sono le reali intenzioni di Sandrine? La passione di Virginie resisterà ad un accordo che la trasforma in "amante ufficiale"? E quali insidie per Jean cela un mènage che sembra troppo bello per essere vero?

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Affidamento congiunto di marito fedifrago

Un marito a metà: Valérie Bonneton e Isabelle Carré in una scena del film

Alexandra Leclère è una cineasta versatile e irriverente che, pur inserendosi in un filone ben avviato della commedia transalpina, riesce a proporre opere spiazzanti grazie a soggetti scomodi e originali (in questo caso lo spunto è autobiografico). Ed è così anche con Un marito a metà, un film che riesce a mantenersi sempre sul filo dell'ambiguità e a lasciare intuire una certa complessità di pensiero e di sentimenti, pur essendo nel complesso una farsa a tratti anche piuttosto riuscita. Se la scrittura in qualche versante manca di coerenza, il lavoro sui personaggi è solido e gli attori, tutti bravissimi, fanno il resto.

Un marito a metà: Valérie Bonneton in una scena del film

Valérie Bonneton e Isabelle Carré sono impegnate in una gara di fascino e bravura, oltre a competere per il dimesso e pasciuto Didier Bourdon, ma probabilmente a spuntarla è la prima che, districandosi tra le ellissi e le contraddizioni dello script, regala un ritratto complesso, accattivante e tenero di una donna intelligente e realizzata alle prese con una crisi personale che la induce a fare ricorso a soluzioni e risorse inedite.

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Due principesse e un ranocchio

Un marito a metà: Didier Bourdon in una scena del film

Forse l'aspetto che lascia più perplessi di Un marito a metà è proprio questo: due donne intelligenti, belle e affascinanti che si accapigliano per un uomo che, oltre che non particolarmente avvenente - con tutto l'affetto possibile per Bourdon - ci sembra anche piuttosto privo di spina dorsale, facile preda com'è delle strategie e della seduzione delle due maliarde.
Ma forse è proprio sulla battaglia senza esclusione di colpi che le donne sono capaci di ingaggiare per tenersi un uomo - un qualsiasi uomo - quando in realtà spesso starebbero meglio per conto proprio che Leclère vuole ironizzare? Nel dubbio, la ringraziamo per il divertimento e per il punto di vista provocatorio e anticonformista.

Recensione Un marito a metà: le nuove frontiere...
Alessia Starace
Redattore
3.0 3.0
Cinecittà World
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