L'estate sta finendo, ma visto che le temperature non accennano a scendere, è ancora il periodo giusto per rifugiarsi al cinema e cercare qualche brivido. Dal 2 settembre è arrivato infatti in sala The Mortuary Assistant, lungometraggio diretto da Jeremiah Kipp che tenta di adattare sul grande schermo l'omonimo videogioco indie di Brian Clarke, diventato nel 2022 un piccolo cult del survival horror. Per farlo, Kipp si avvale di un cast contenuto ma ben noto, composto da Willa Holland (Gossip Girl, The O.C., Arrow) e Paul Sparks (The Greatest Showman, House of Cards). I due sono i protagonisti di una vicenda in cui fantasmi del passato e possessioni demoniache la fanno da padrone, regalando un'ora e mezza di verità sovrannaturali da svelare ed enigmi da risolvere.
Tra demoni, lutto e un'oscura routine
Rebecca Owens ha appena terminato il tirocinio come assistente mortuaria dell'enigmatico Raymond Delver presso la River Fields Mortuary. La donna sta cercando di riprendere in mano la propria vita dopo un anno di disintossicazione e un passato segnato da dolore e lutto. Per un po' tutto sembra scivolare in una consolidata routine, finché non iniziano ad accadere eventi inspiegabili: allucinazioni e fenomeni inquietanti le fanno scoprire che dietro le mura dell'obitorio si nasconde qualcosa di molto più oscuro. Quella che doveva essere una semplice nottata di lavoro si diventa ben presto una lotta contro il proprio passato e contro oscure presenze che la perseguitano, spingendola a compiere atti di cui lei stessa inizialmente non si rende conto.
Dal gameplay allo spettatore passivo: i limiti dell'adattamento
The Mortuary Assistant si muove tra alti e bassi, intrecciando elementi del thriller psicologico con quelli del classico horror sovrannaturale. Rebecca è il personaggio chiave che porta avanti la vicenda su due fronti: quello interiore, legato a ciò che accade nella sua mente, e quello fisico, che comprende minacce tangibili ed enigmi da risolvere manipolando oggetti. Da questo punto di vista il film attinge a piene mani dal videogioco, riproducendone i meccanismi di indagine. Il limite principale risiede però nel cambio di medium: chi impugna un pad è protagonista attivo delle azioni, mentre lo spettatore al cinema resta inevitabilmente passivo difronte agli eventi.
A pagarne le spese è la tensione che, pur cercando di mantenere un ritmo crescente, viene a tratti smorzata da momenti "riflessivi" ed esplicativi non sempre gestiti al meglio. Poco approfondita risulta anche la psicologia dei personaggi. Di Rebecca sappiamo che ha sofferto di dipendenze, che si è disintossicata dopo il trauma della morte del padre e che sta cercando di ricostruirsi una vita, ma con questi elementi scalfiamo solo la superficie e c'è poco altro a caratterizzarla: la sceneggiatura non fornisce abbastanza dettagli per delineare la sua indole e renderla un personaggio davvero complesso con cui empatizzare. Stessa sorte, se non peggiore, spetta al suo datore di lavoro, figura enigmatica di cui apprendiamo qualche dettaglio strada facendo senza che venga mai indagata a sufficienza.
Regia e stile visivo: l'eredità di Autopsy
Dal punto di vista della regia, The Mortuary Assistant cerca di dosare le inquadrature tipiche dell'horror commerciale e i classici jumpscare con soluzioni visive più oniriche e personali. L'ambientazione generale richiama un classico del genere come Autopsy (The Autopsy of Jane Doe), pellicola del 2016 diretta da André Øvredaal che ha impostato uno standard per i film ambientati tra le mura claustrofobiche di un obitorio. Jeremiah Kipp trae spunto da questo modello ma trova comunque intuizioni originali per creare inquadrature dal forte impatto visivo, funzionali a una storia rapida che punta a spaventare prima di tutto attraverso la forza delle immagini.
Conclusioni
The Mortuary Assistant fonde l’horror psicologico con quello sovrannaturale. Nato come adattamento dell’omonimo videogioco soffre il passaggio al grande schermo: senza la componente interattiva, la tensione cala e la scrittura dei personaggi resta superficiale. Il film funziona però sul piano visivo e nelle atmosfere, regalando brividi efficaci e un'ottima ambientazione claustrofobica sulla scia del cult Autopsy.
Perché ci piace
- L’impatto visivo e l’atmosfera claustrofobica.
- Un cast esile ma ben scelto.
- La riproposizione di alcune dinamiche videoludiche…
Cosa non va
- … che però sono responsabili del calo della tensione in alcuni momenti.
- Una caratterizzazione dei personaggi superficiale.