Paul Sturges è l'ispettore di sicurezza di una compagnia petrolifera che opera al largo delle coste messicane che decide di combinare un viaggio di lavoro con una vacanza familiare portando con sé la moglie Ines, originaria proprio di tali latitudini, e i due figli Audrey e Tommy. La metà è la cittadina costiera di Bahía Negra, che dovrebbe essere una perla turistica ma è invece ridotta a una sorta di città fantasma, con pochi abitanti e da un senso di generale abbandono.
In The Black Demon i locali temono la minaccia di "El Demonio Negro", un mostro marino di proporzioni divine evocato, secondo le leggende, dal dio azteco della pioggia Tlāloc per punire chi ha profanato le acque sacre. Paul ovviamente ignora gli avvertimenti e si fa accompagnare alla piattaforma petrolifera offshore sulla quale dovrebbe completare il suo incarico. Ma ben presto si imbatterà nel gargantuesco megalodonte del titolo e anche le persone a lui più vicine si troveranno in grave pericolo.
The Black Demon: mostri e dei, la trama
Il filone degli shark-movie è ben lungi dal morire, con decine e decine di produzioni che ogni anno infestano il mercato dei direct-to-video, con produzioni spesso imbarazzanti dove gli squali vengono sfruttati nei modi più assurdi possibili.
The Black Demon, terzo lavoro del regista messicano Adrian Grünberg dopo l'esordio con Viaggio in paradiso (2012) e il divisivo tassello finale della saga di Sly Rambo: Last Blood (2019), si inserisce in questa tradizione con un'ambizione dichiarata: contaminare il classico survival di ambientazione acquatica con elementi appartenenti al folklore mesoamericano, trasformando il predatore in una specie di manifestazione soprannaturale della vendetta sovrannaturale.
Un film con molti bassi e pochi alti, da mal di mare
Il risultato è un film profondamente sbilanciato, incapace di scegliere se cedere completamente alla sua anima trash oppure cercare di offrire contaminazioni drammatiche più introspettive, con tanto di dinamiche da eco-vengeance inserite in maniera alquanto forzata. Un pasticcio narrativo che a tratti si fa anche divertente quando non si prende troppo sul serio, ma che nei suoi cento minuti di visione si ritrova spesso a fare i conti con tutti i propri limiti concettuali.
Si intende trasformare il mostro marino in mostruosa personificazione della vendetta ecologica, strumento della natura per punire lo sfruttamento predatorio delle risorse ambientali. Lo script stabilisce chiaramente che la piattaforma di Paul è responsabile dell'inquinamento che ha devastato l'economia locale: le spiagge sono ricoperte di rifiuti plastici, la fauna marina è collassata, le acque sono putride. Ma il tutto viene affrontato in maniera ovviamente farsesca, come nella peggior tradizione dei b/z-movie a tema.
Soldi al vento: un budget spropositato
Il basso budget è evidente soprattutto nella gestione della creatura: l'enorme pescecane, reduce di un tempo preistorico e "collega" dell'altrettanto vendicativa bestia di Shark - Il primo squalo (2018), compare infatti a malapena nel corso dei cento minuti di visione. Le sequenze d'attacco sono ridotte ai minimi termini e quel finale sacrificale, molto alla Armageddon (1998), non fa che confermare i limiti di un'operazione che laddove non può con la messa in scena cerca di colmare con citazioni più o meno marcate, strizzando l'occhio al grande pubblico.
Come survival The Black Demon è troppo lento e privo di momenti di reale pericolo, con la tensione schiava sempre e comunque di logiche archetipiche. Come dramma familiare, liti coniugali incluse, è assai schematico e prevedibile, tra confessioni sorprendenti e abbracci consolatori. E quando deve mostrare denti e muscoli nella sua anima horror l'impressione è quella di un'eccessiva timidezza, dovuta sicuramente anche ai valori di produzione ma che la mancanza di idee affossa ulteriormente.
Conclusioni
Il regista Adrian Grünberg dimostra una discreta competenza tecnica di base e alcuni frangenti sono girati con una certa eleganza, superiore ai molti mockbuster a tema, ma The Black Demon pecca quando cerca di essere quello che non è, ovvero un b-movie riciclante il babau squalesco per l'ennesima volta. Le dinamiche familiari e i rimandi al folklore locale sono una sorta di patina superflua alla classica resa dei conti di stampo eco-vengeance, con il gargantuesco megalodonte che minaccia l'incolumità dei protagonisti, pur colpevoli di quell'inquinamento che sta devastando i mari un tempo incontaminati. E inoltre la nemesi marina si vede troppo poco e male per incutere un effettivo e palpabile timore.
Perché ci piace
- A tratti può divertire se approcciato senza troppe pretese.
Cosa non va
- Verve drammatica e dinamiche eco-vengeance mal integrate.
- Effetti speciali ai minimi.
- Soluzioni derivative da classico b/z-movie a tema.