"Amore, pazienza, rispetto e dedizione. Il nostro documentario è un esempio per i giovani", spiega Marco Bellinelli, che incontriamo per una speciale intervista. Pochi dubbi: è stato uno dei più grandi giocatori del basket italiano e internazionale. Dalla sua San Giovanni in Persicetto - nemmeno 30mila anime - al tripudio in NBA. Prima Golden State, poi Toronto, New Orleans e ancora i Bulls - "ci manca Bellinelli", dirà un certo Barack Obama - e ovviamente i San Antonio Spurs di Gregg Popovich, con cui vincerà il titolo nella stagione '13-'14, prima di tornare a casa, nella Virtus Bologna.
La sua storia, tra sudore, lacrime, emotività e poesia, è raccontata nel documentario The Basketball Dream - Marco Bellinelli, diretto da Giorgio Testi, e al cinema in tre date evento (16, 17, 18 marzo). Centrando in pieno la potenza dello storytelling sportivo, il docu-film traccia il profilo umano e professionale del giocatore, esaltando un'epoca di sport (e di vita) irripetibile. E sì, l'ammettiamo: trovarsi davanti Marco Bellinelli fa un certo effetto.
The Basketball Dream: la poesia dello sport secondo Marco Bellinelli
Marco, cosa ti colpisce di più dello storytelling cinema e sport?
"Allora la cosa più importante, secondo me, è valutare non solamente i momenti positivi di uno sportivo, perché quelli sono già belli e importanti. Bisogna cercare di capire cosa è servito durante il percorso per fare in modo di diventare un giocatore migliore, con un trofeo, in questo caso il mio titolo NBA. Mi incuriosisce molto di più la parte fatta di sacrificio, dove bisogna lottare, dove non bisogna mollare per cercare di seguire il proprio sogno".
C'è una parola molto importante che ripeti nel film: poesia. C'è più poesia nella vittoria o nella sconfitta?
"In tutte e due le cose, perché è ovvio che la poesia quando perdi arriva dopo. Nel senso che, come ho sempre detto, mi ricordo molto di più delle partite perse o dei dispiaceri enormi che delle vittorie, ma perché poi senza i dispiaceri non sarebbe arrivata la parte più bella, legata a un'altra poesia".
L'importanza di giocare di squadra
Steve Curry dice che tutti possono essere dei GOAT. Sei d'accordo con questo? Oppure c'è bisogno di normalità sia in campo che fuori?
"Posso dire che tutti quanti possono essere GOAT nel loro mondo, tutti secondo me hanno un talento. Può essere sportivo, ma anche dal punto di vista lavorativo, e più in generale bisogna saperlo utilizzare. Bisogna saper rispettare il talento, e la forza grande è resistere nei momenti bui. Questo fa la differenza".
Sbaglio, o nessuno oggi passa più la palla?
"L'importante è essere un attaccante ma nella maniera giusta. Amo la pallacanestro, e amo fare canestro. Magari ci sono sicuramente delle volte in cui questo amore ha enfatizzato il mio egoismo, se vogliamo chiamarlo così. Un passaggio in meno per un tiro mio, perché pensavo magari a me stesso. Poi dopo alla fine cresci come giocatore, cambi, e per me è stato molto importante. Sai, Chicago, San Antonio soprattutto dove ho visto veramente la bellezza: la poesia di giocare a un basket collettivo in cui sono tutti importanti dal primo all'ultimo. E da lì ho cercato sempre di portare questa idea, anche quando sono tornato a Bologna".
C'è un film sportivo che più di altri che ha ispirato il tuo percorso?
"Da piccolo sicuramente c'è stato Space Jam. Un film che conosco a memoria. Penso all'inizio del film, con Michael Jordan da bambino che gioca fuori il campetto di casa sua. Sì, è stato sicuramente uno dei miei riferimenti per il basket".