Sirat, la musica come religione e il pensiero di Oliver Laxe: "Non credo in un Dio che non sa ballare"

Musica, religione, colori. Il regista cita Nietzsche per raccontare com'è stato girare il film. La nostra intervista. In sala dall'8 gennaio.

Sul set di Sirat

Sirat di Oliver Laxe si muove sul confine tra esperienza sensoriale e ricerca spirituale. Al centro, un'idea densa di cinema in cui la musica, il colore e la narrazione diventano strumenti di connessione con qualcosa di più grande - la storia racconta di un padre alla ricerca di sua figlia, unitosi ad una carovana di raver. Nella nostra intervista, il regista riflette sul ruolo centrale del suono, sull'uso dei colori e sul lavoro collettivo che sta alla base del suo cinema.

Sirat, intervista a Oliver Laxe: la musica come religione

La musica composta da Kangding Ray guida lo spettatore, fin dall'inizio. Sincopata, estrema, ossessiva. Non come semplice accompagnamento, ma come vera protagonista. Chiediamo a Oliver Laxe se la musica possa essere considerata una forma di religione. "Sì, assolutamente", risponde il regista, collegato via Zoom. "Tutto è una questione di proporzioni. Vale per l'architettura, per il cinema, per la musica. Esistono proporzioni equilibrate e proporzioni sbilanciate. Quando la musica è composta secondo proporzioni giuste, può metterci in contatto con il trascendente".

Sirat Sergi Lopez Sequenza
Sirat: Sergi López, Bruno Núñez Arjona in una sequenza

Per Laxe, il concetto di religione va inteso nel suo senso originario: religare, unire. "La musica può evocare l'idea che le cose non siano separate come pensiamo. Può mostrarci che l'essere umano è connesso alla totalità. In quel momento avviene una dissoluzione: ci si perde nella totalità". E citando Nietzsche, aggiunge: "Non crederei in un Dio che non sa ballare".

Il colore come esperienza spirituale

Un altro elemento centrale di Sirat è il lavoro sui colori. Alla domanda su come abbia costruito la palette visiva del film, Laxe rivela un approccio profondamente intuitivo. "Io sono un regista di immagini. Per me è fondamentale il livello del gusto", spiega. "In arabo esiste la parola dhawq, che indica proprio il gusto come categoria spirituale. Quando ho un'immagine in testa, tutto passa da lì. Sono ossessionato dal gusto dell'immagine".

Sirat Sergi Lopez Scena Del Film
Una scena di Sirat

Il colore non è solo una scelta estetica, ma un'esperienza interiore, almeno secondo l'autore: "A volte i colori li ho già dentro di me. Poi, ovviamente, c'è il lavoro sulla pellicola. La pellicola è argento, un materiale nobile, influenzato dalla luce. Se ci pensi, è qualcosa di magico. Il cinema ha a che fare con l'alchimia".

La pellicola, gli anni Settanta e il rischio del feticismo

In Sirat i colori sono saturati, spinti oltre il realismo (la fotografia è di Mauro Herce). Una scelta che richiama il cinema americano indipendente degli anni Settanta, un riferimento importante per il regista. Ma Laxe mette in guardia da un rischio preciso: "Il pericolo è diventare feticisti", afferma. "Girare in pellicola non deve essere un feticcio. È un limite da non superare".

Fondamentale, in questo equilibrio, è il lavoro con il direttore della fotografia. "Mauro ha un talento straordinario. Non è solo un direttore della fotografia, è un artista. È una persona estremamente delicata, e segue anche la color correction". Nonostante una visione forte e personale, Oliver Laxe rivendica il valore del cinema come lavoro collettivo. "Nel mio team ci sono sei registi. Quando ho un dubbio, quando mi sento perso, chiedo a loro. Mi danno idee, e io scelgo la migliore. Questo è il mio metodo".