Cinema e serialità si sono serviti spesso dell'immaginario legato alle isole deserte e distanti dalla civiltà come luoghi di ambientazione ideale per coniugare trame survival con tematiche politiche e metafisiche. Spazi misteriosi e ostili dove poter rimescolare ruoli sociali, riscoprire gli istinti più umani, ricostruire le identità e mettere in scena rivoluzioni o costruzioni di nuove collettività.
Da questo presupposto, divenuto classico nel corso del tempo, parte anche Sam Raimi nel suo Send Help con protagonista Rachel McAdams, ed è alla base della serie Sky Il Signore delle Mosche, tratto dal romanzo di Golding. L'idea nel suo caso è quella di porre due personaggi in uno scenario in cui operare un ribaltamento delle posizioni di potere legate anche alla sfera sessuale, giocando con generi e possibilità. Nello specifico Il regista newyorkese pone il focus sul maschile e il femminile nel malato contesto lavorativo del XXI secolo.
Uno spunto azzeccato e suggestivo, che da una parte segna a suo modo un inedito tra i titoli di questo sottofilone narrativo e dall'altra invoglia a riscoprire le pellicole che hanno mostrato come utilizzare l'isola deserta per renderla una piattaforma credibile nella quale indagare l'elemento umano e la società. Ne abbiamo selezionati cinque, cercando di pescare film in grado di essere rappresentativi di altrettante diverse espressioni.
Il signore delle mosche (1963)
Tratto dal romanzo omonimo del Premio Nobel per la letteratura William Golding datato 1954, molto prima della serie, l'adattamento de Il signore delle mosche di Peter Brook è tutt'ora riconosciuto come il più riuscito tra le numerose trasposizioni tra quelle su piccolo e grande schermo. La pellicola presentata in concorso a Cannes 16 è anche la prima traduzione audiovisiva del racconto.
Il regista teatrale arriva alla sua terza pellicola dando prova di come la sua sia una visione cinematografica salda soprattutto perché riesce a rievocare le atmosfere letterarie e a gestire un ensemble giovanissimo e in pratica debuttante in tutte le sue componenti in modo da provare la tesi di Hobbes riassumibile nella famosa espressione: homos homini lupus.
La rappresentazione del male sta nella regressione delle nuove generazioni ad una logica primitiva di uomo mangia uomo nel momento in cui ci sarebbe invece la necessità di ricominciare da capo. Un saggio che dimostra come la violenza e la contrapposizione diventino quasi naturalmente - e quindi inquietantemente - l'unica prospettiva possibile per la Natura umana.
Duello nel Pacifico (1968)
Le suggestioni geopolitiche degli anni '60 si concentravano sulle rivalità che vedevano gli Stati Uniti contrapposti quando all'Unione Sovietica e quando al Giappone. Il secondo sottomesso e controllato dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, ma comunque visto come temibile potenza revanscista ancora ammantata dall'aura di pericolosità dovuta al conflitto.
In questo contesto storico - anche se nella sua epoca più tarda - esce Duello nel Pacifico di John Boorman con protagonista la coppia inedita e indubbiamente di grande prestigio composta da Lee Marvin e Toshiro Mifune. I due sono rispettivamente un pilota statunitense e un capitano della marina imperiale ritrovatisi loro malgrado entrambi su un'isola deserta.
La pellicola racconta come gli echi dello scontro bellico ancora in essere regolino, anche in un microcosmo a parte, la relazione tra i due uomini, che però nel corso del tempo trovano il modo di collaborare perché posti di fronte alla necessità di unire le forze per sopravvivere. Questo fino ad un finale rivelatore in cui l'impossibilità di comunicare tornerà a farsi presente.
Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto (1974)
L'utilizzo dell'isola deserta come mondo parallelo in cui poter operare uno scambio nei ruoli di potere è stato utilizzato anche Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto di Lina Wertmüller con Giancarlo Giannini e Mariangela Melato. Film che ebbe un'onda così lunga da essere stato oggetto nel 2002 del rifacimento Travolti dal destino, diretto da Guy Ritchie con Madonna a far coppia di nuovo con Giannini.
Lo scontro di classe tra i due - lei ricca e borghese, lui povero e comunista - viene filtrato attraverso le lenti della commedia romantica, tant'è che non è tanto la sopravvivenza a legarli, ma il sentimento che nasce tra i due. Esso diviene infatti, dopo un primo momento di normale adattamento, il nuovo - severissimo - arbitro della loro relazione.
Il film finisce per diventare quindi un'altra cosa, cioè quasi una sorta di variazione sul tema melò, salvo poi tornare a rievocare le differenze sociali verso lo scioglimento della trama, quando i due tornano alla civiltà. Lontani dall'isola dove possono lasciar affiorare le loro emozioni, i ruoli riprendono infatti il sopravvento.
Cast away (2000)
Proprio all'inizio del nuovo millennio Tom Hanks e Robert Zemeckis uniscono ancora una volta le forze dopo Forrest Gump per farsi narratori della ribellione operata dal cittadino moderno contro i ritmi che la società capitalista gli impone, riprendendo lo scontro viscerale dell'uomo contro il tempo e, quindi, contro la morte.
Cast Away assume così la forma di una sorta di parabola da anti- Robinson Crusoe in cui un ingegnere della Fedx fissato con l'orario si ritrova a non avere più bisogno di misurare niente. La domanda sorge spontanea, allora di cosa può vivere il cittadino moderno? Cos'è quando si trova privato della corsa contro qualcosa?
Attraverso la trovata tipica del cinema nordamericano in cui si riesce a prendere l'uomo comune per porlo in modo credibile davanti ad una sfida eccezionale, Robert Zemeckis organizza una seduta psicanalitica collettiva. L'isola deserta diventa un luogo in cui si è costretti a ripensare se stessi, scontrandosi con tutte le enormi difficoltà del caso.
Triangle of Sadness (2022)
Per chiudere prendiamo un film nato dall'onda lunga di immaginari raccontati proprio da titoli come Il signore delle mosche e simili, ovvero quelli in cui è centrale il tentativo di costruzione di una mini società su un'isola deserta, quando esaltando le qualità umane e quando rivelando le sue miserie. In ogni caso operando una minuziosa vivisezione.
A questo filone si aggancia Ruben Östlund per Triangle of Sadness, la sua seconda Palma d'oro al Festival di Cannes. Il regista svedese si spinge però in un certo senso ancora oltre, costruendo prima del naufragio una sorta di simposio della società dei consumi in cui raccogliere simbolicamente ogni esponente di spicco e qualche rappresentante tra gli invisibili perdenti.
L'arrivo tragico all'isola risulta così ancora di più un ribaltamento, in cui i rapporti di forza si rovesciano, ma i desideri e le pulsioni umane rimangono i medesimi. La decisione di Östlund è infatti quella di raccontare il fallimento umano in un senso più generalizzato, perché anche nel momento della cooperazione e dell'annullamento di ogni divisione sociale, vince la violenza e l'invidia verso l'altro.