Se c'è un motivo per la quale Se solo potessi ti prenderei a calci vale la visione, questo è la prova di Rose Byrne. Respingente, pungente, oleosa nella ri-definizione di cosa voglia dire essere madre. Lontano da certe favole, vicino alla realtà. Esempio di quanto un'ottima performance abbia la capacità di spostare il centro gravitazionale, catturando il senso stesso della sceneggiatura. Oltre i buoni sentimenti, oltre lo scollato romanticismo legato a certi ideali maschio-centrici che, un certo cinema, sta finalmente sfidando, ribaltando le ultime certezze rimaste.
A scrive e dirigere c'è Mary Bronstein, capace di girare tutto in meno di un mese rinunciando anche al suo compenso pur di portare a casa due giorni in più di riprese. Facile spiegare il motivo. Se solo potessi ti prenderei a calci - in originale If I Had Legs I'd Kick You - parte da uno spunto personale: la regista ha usato il mezzo cinematografico per elaborare il trauma vissuto quando la figlia di 7 anni soffriva di gravi problemi di salute.
Se solo potessi ti prenderei a calci: lo stress di una mamma fuori sincrono
Al centro del film, dal titolo oggettivamente troppo lungo, c'è la psicoterapeuta Linda (interpretata appunto da Rose Byrne, Golden Globe per il ruolo) che vive sotto una costante botta di stress per via della malattia di sua figlia. Il marito è fuori per lavoro (fa il capitano di una nave), manca una valvola di sfogo e, come se non bastasse - come si dice, quando piove diluvia -, a causa di una perdita, si è aperta una voragione sul soffitto della camera da letto, inondando la casa d'acqua. L'appartamento è ovviamente inagibile, e in attesa della riparazione Linda e sua figlia - affetta da disturbo alimentare - sono costrette a trasferirsi in un lurido motel. Una situazione che porterà Linda fuori controllo.
Un film "salvato" dalla prova di Rose Byrne
Dicevamo di Rose Byrne, capace di aderire perfettamente allo storia e, per assurdo, provando a contenere quanto più possibile una esasperazione scenica che, alla lunga, toglie il giusto respiro e la giusta dimensione. Troppe volte sotto-utilizzata, l'attrice si muove secondo una metrica nervosa senza mai scendere nel ridondante o nel mero compiacimento. Tuttavia accade che la ridondanza estetica, legata a un racconto ovviamente mai comodo, incrina le assi di un linguaggio cinematografico che aggiunge materiale ben oltre le sue dimensioni, virando - spesso in modo discutibile - verso l'horror, il trigger e l''esperienziale', come l'ha definito la stessa regista presentando il film al Sundance.
Ed è questo il grande problema di Se solo potessi ti prenderei a calci, che sta accomunando tra l'altro diverse produzioni low budget: la sfiancante ricerca della metafora assottiglia il valore assoluto dell'opera, risultando alla lunga frustrante. E qui di metafore ce ne sono tante: il cibo come tema scardinante, declinato secondo le logiche di un junk food che non sazia bensì divora; la bambina che non si vede mai in volto, ma raccontata solo attraverso la sua voce fuori campo; l'acqua come elemento materno assoluto; finendo poi per arrivare all'enorme buco che si è aperto sulla testa di Linda: una voragine che, a guardar bene, sembra essere sospesa sopra la testa di tutti.
Perciò la definizione scelta da Mary Bronstein - che non dirigeva un film dal 2008 - appare alquanto coerente con la sua visione: Se solo potessi ti prenderei a calci è un'esperienza consumata lungo la linea instabile del tempo. Quel tempo che nel film diventa una trappola psicologica: per Linda non c'è un passato, non c'è un futuro. C'è solo il presente, e sembra durare per sempre. Un concetto spaventoso, tanto che film è segnato da orologi, scadenze e dialoghi che descrivono il tempo come una fosse una sequela di ostacoli da superare, mentre gli ingranaggi si incastrano in un nevrotico e febbricitante giro di parole.
Conclusioni
Rose Byrne è talmente brava che riesce a divorare letteralmente la scena. Mai ridondante, eppure continua evoluzione della sceneggiatura firmata da Mary Bronstein. Se solo potessi ti prenderei a calci rivede la botta di una madre portata oltre i giri, affrontando lo stress e lo spaesamento emotivo attraverso la costante ricerca della metafora. Alla lunga stride, ma la performance della protagonista riesce a salvare il risultato.
Perché ci piace
- La bravura di Rose Byrne.
- Lo spunto notevole.
- Il finale.
Cosa non va
- Una costante ed estenuante ricerca dell'allegoria.
- L'estetica a volte prende il sopravvento.