L'intelligenza artificiale è ormai tra noi. Invadente, prepotente, onnipresente. Scrolliamo i nostri feed social e siamo incerti della verità o meno di ciò che vediamo, tale è il livello ormai raggiunto dai contenuti prodotti dai diversi tool di IA.
Al punto che un'ondata di proteste in quel di Hollywood, da Disney a Paramount, ha travolto il nuovo strumento emerso dal mercato orientale, Seedance 2.0 lanciato dall'azienda che controlla anche TikTok, colpevole di aver generato in poche ore video iperrealistici con protagonisti personaggi protetti da copyright come quelli Marvel o di Star Wars o d'animazione.
Un'invasione di contenuti prodotti anche dai singoli utenti in tutto il mondo, anche qui da noi, ormai smaliziati al punto da usare quotidianamente ChatGPT, Gemini e gli altri tool più comuni per conoscere e capire, produrre immagini, presentazioni o banalmente soltanto chiacchierare. Uno nuovo strumento che è anche una nuova tendenza, che non poteva passare inosservata a uno dei principali eventi mediatici del nostro paese: il Festival della canzone italiana di Sanremo, che ci si è dedicato insieme a uno dei suoi sponsor e partner.
Papaveri, papere e tanto imbarazzo
Martedì sera, durante la prima serata, siamo rimasti perplessi, imbarazzati, addirittura scossi nel vedere il siparietto con l'ai immaginato dagli autori e realizzato in collaborazione con TIM, ma abbiamo aspettato di guardare anche la seconda serata per capire se e quanto Sanremo 2026 avrebbe insistito su questo punto. Per fortuna non c'è stato seguito, ma un commento è doveroso, perché abbiamo visto in quella parentesi di Intelligenza Artificiale in quel dell'Ariston tutte le criticità di un paese, ancor prima che di uno spettacolo.
Ma andiamo con ordine: cosa è successo nella prima serata di Sanremo 2026? Ricollegandosi a un classico della canzone italiana come Papaveri e papere di Nilla Pizzi, si è realizzato un breve segmento di programma con supporto di un tool di intelligenza artificiale per trasformare la platea intera dell'Ariston e lo stesso Carlo Conti in papere, ottenendo un effetto attaccato da tutti nell'immediato e all'indomani della trasmissione. Una sconfitta su tutta la linea, perché va a incasellarsi in un discorso più ampio che va oltre il mero uso dell'AI.
Sanremo come specchio dell'Italia
Come spettacolo nazional popolare per eccellenza, il Festival di Sanremo catalizza, per i cinque giorni della sua programmazione ma anche nelle settimane precedenti e successive, non solo tutta l'attenzione del pubblico nostrano, ma anche il cuore pulsante del paese, sul piano dell'intrattenimento e non solo. Una vetrina, con le dovute proporzioni come il Super Bowl in USA, sfruttata anche dagli inserzionisti per promuoversi, spesso realizzando uno spettacolo nello spettacolo, come è il caso del riuscito spot di Netflix.
Uno specchio che riflette l'attualità del nostro paese, che in quanto tale ha restituito con il fail della trovata legata all'AI, anche il peggio che riusciamo a dare quando ci confrontiamo con realtà che corrono molto velocemente, facendo emergere tutta l'arretratezza e incapacità di sentire il polso del momento che l'Italia dimostra in troppi ambiti, in particolare quelli tecnologici. Le papere sanremesi sono state brutte, inquietanti, preoccupanti. Apparse vecchie e superate da chiunque le abbia viste in televisione, col rischio di urlare al mondo chi siamo e quanto (poco) sappiamo fare.
Una incompresa cifra stilistica?
Possibile che in tutta la filiera di approvazioni che sicuramente hanno dovuto attraversare nessuno se ne sia accorto e lo abbia sottolineato? Possibile, invece, che ci fosse un intento artistico non riuscito come sperato, non compreso nella sua essenza? Essendo coinvolta la TIM che ha invece stupito con l'ottima campagna che ha riportato in tv e ha ripreso l'iconico spot Sip con Massimo Lopez, possibile che fosse voluto l'intento di ammiccare a un passato non così lontano delle produzioni realizzate con l'intelligenza artificiale? Che la cifra artistica non sia emersa per un mero errore di valutazione sulle aspettative e le abitudini del pubblico in tal senso?
Possiamo giudicare solo il risultato e non possiamo che reputarlo discutibile, ma abbracciamo la speranza che ci fosse alle spalle un'intenzione e un'idea ben più intrigante, profonda e stimolante del semplice effetto da filtro da app social. Che fosse, insomma, troppo brutto per essere vero. Si è forse voluto fare di più, ma sottovalutando la portata del fenomeno e le aspettative degli spettatori. Noi compresi, colpevoli di adagiarci sull'ordinario di una post-realtà fredda e tutta uguale.