Menocchio

2018, Drammatico

Recensione Menocchio: l'urlo di Alberto Fasulo contro l'oscurantismo

Recensione di Menocchio di Alberto Fasulo unico film italiano in concorso a Locarno 2018che ricostruisce una storia antica che riflette i tempi odierni.

Il cinema di Alberto Fasulo ha un sapore antico. Sarà la tensione verso il documentario lirico, sarà l'origine friulana, che torna prepotentemente inondando le immagini dei sapori aspri della sua terra. Stavolta, però, per il suo secondo lungometraggio non prettamente documentario - il primo era Tir, anche se la distinzione, nel suo caso, è ardua - Fasulo fa letteralmente un tuffo nel passato per raccontare la storia del mugnaio Domenico Scandella, detto Menocchio, processato per eresia dall'Inquisizione.

Menocchio 5

La storia di Menocchio è stata resa nota da Carlo Ginzburg nel celebre saggio Il formaggio e i vermi. Il fornaio visse a Montereale Valcellina, Friuli, nella seconda metà del 1500. Uomo di intelletto vivace, piccolo imprenditore dell'epoca, se così si vuol chiamare, manteneva una famiglia numerosa con il ricavato di due campi e due mulini presi in affitto. Capace di leggere e scrivere, Menocchio era stato anche podestà di Montereale, ma le sue opinioni religiose non ortodosse gli attirarono presto denunce per eresia. Il mugnaio fu sottoposto a due processi da parte dell'Inquisizione, il primo si concluse nel 1584 con una condanna la carcere a vita, poi condonata in seguito a una supplica. Alla fine del secondo processo, nel 1599, Menocchio verrà condannato a morte.

Leggi anche: Genitori: Alberto Fasulo infrange un tabù e racconta l'handicap come mai prima

La storia prende forma

Menocchio 3

Menocchio è un urlo di ribellione contro l'oscurantismo. Seppur mantenendo una rispettosa distanza da questa figura, Alberto Fasulo lo fa portatore di un pensiero rivoluzionario, libero, coraggioso in un'epoca in cui opporsi ai precetti della Chiesa poteva costare la vita. Il mugnaio rude, taciturno, col volto segnato dalle rughe che si intravede nella penombra di una cella scavata nella pietra, condanna il lusso della Chiesa, la accusa di usare la propria influenza per accumulare ricchezze, impedendo ai poveri di risollevarsi dalla propria condizione e promettendogli un paradiso dopo la vita quando il paradiso "è qui adesso, è l'erba, è l'acqua, è il vento". Le sue curiose dottrine religiose suonano assai moderne, a volte strambe, ma comunque capaci di precorrere i tempi visto che in epoca moderna molte delle posizioni sostenute da Menocchio diventeranno ortodosse.

Menocchio 2

Alberto Fasulo ricostruisce le fasi del primo processo subito da Menocchio mostrando i suoi interrogatori e, in alternanza, quelli dei suoi compaesani. L'intento della Chiesa è quello di scoprire chi abbia inculcato nella testa di Menocchio le posizioni eretiche in cui crede fermamente, ma neppure la tortura sembra piegare il granitico mugnaio né vi riescono le suppliche compassionevoli della moglie, del figlio e dei compagni di credo. Nel film di Fasulo, Menocchio si erge come esempio di rigore morale, di abnegazione, di spirito di sacrifico, ma al tempo stesso l'interesse del regista è quello di suggerire le ragioni che spingeranno il mugnaio a una prima dolorosa abiura di ciò in cui crede di fronte ai concittadini.

Tableaux vivants per un film pittorico che guarda alla modernità

Menocchio 4

Notevole il lavoro sull'immagine. Guardando Menocchio, si ha la sensazione di assistere a una successione di tableaux vivants. L'illuminazione caravaggesca, l'elegante gioco di chiaroscuri, si accompagna a un'insistenza sui primissimi piani dei personaggi. In Menocchio non sono corpi a muoversi, ma volti, bocche, rughe, barbe e sguardi. In una complessa dinamica vicinanza-distanza, il regista aderisce al volto di personaggi antichi, lontani nel tempo e nelle motivazioni, per indagarne sentimenti e reazioni.

Menocchio 6

Il cast quasi totalmente composto da attori non professionisti, capitanato da Marcello Martini (Menocchio), risponde in maniera eccezionale alle sollecitazioni di Fasulo. Martini, ex dipendente dell'Enel in pensione da pochi giorni, incarna in maniera eccezionale la durezza, la cocciutaggine e la diffidenza dei suoi compaesani facendo proprie le credenze di Menocchio. Per dare al tutto maggiore autenticità, Alberto Fasulo fa parlare i suoi personaggi in dialetto friulano, mentre l'italiano e il latino sono la lingua del clero. Il regista ricrea lo spaccato di un'epoca lontana con rigore ed eleganza, ma il suo merito principale è quello di realizzare un'opera che, pur trattando temi incontrati la massimo sui banchi di scuola, risulta attuale e appassionante raccontandoci molto più di quanto si pensi sul presente.

Recensione Menocchio: l'urlo di Alberto Fasulo...
Valentina D'Amico
Redattore
3.5 3.5
Cinecittà World
Cinecittà World

Mostra i vecchi commenti

Genitori: Alberto Fasulo infrange un tabù e racconta l'handicap come mai prima
Alberto Fasulo a Locarno: "Genitori, il mio documentario rock"