Non sono più qui, la recensione: un viaggio doloroso, ma emozionante, in una realtà lontana e affascinante

La recensione di Non sono più qui, il film del regista messicano Fernando Frias de la Parra sulle gang e sulla musica di Monterrey distribuito da Netflix.

RECENSIONE di 27/05/2020
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Non sono più qui: una sequenza del film

Grazie al cinema possiamo viaggiare, possiamo scoprire culture e realtà completamente diverse dalla nostra. Netflix, con l'estrema varietà ed internazionalizzazione del suo catalogo, sopratutto in un periodo come questo in cui tutto ciò che è al di fuori dai nostri confini ci sembra così lontano, ci permette di dare uno sguardo a nuovi mondi, di sbirciare nella vita di quotidiana di persone così estranee da noi (ma forse, per certi versi, così vicine). Come vedremo in questa recensione di Non sono più qui, il film scritto e diretto dal regista messicano Fernando Frias de la Parra è una storia commuovente e coinvolgente, che spazia da temi come la necessità di appartenere a una comunità, le difficoltà dell'immigrazione forzata e quelle che dipendono dal crescere in luogo in cui povertà estrema e criminalità sono all'ordine del giorno. Il protagonista della storia è un adolescente, Ulises, che, pur essendosi costruito la propria identità come leader di un gruppo di suoi coetanei, pur essendosi meritato il rispetto di chi lo circonda, per una sfortunata coincidenza viene privato di tutto ciò che conosce, di tutto ciò che lo rende sé stesso, per essere mandato altrove.

Los Cholombianos

Ya No Estoy Aqui
Una scena di Non sono più qui

In Non sono più qui scopriamo una sottocultura fiorita nella città messicana di Monterrey, quella dei "Cholombianos", in cui si mescolano lo stile dei "cholos", nato tra gli immigrati che vivono "dall'altra parte", negli Stati Uniti, e la musica e la danza colombiana, in particolare la cumbia. Gruppi di adolescenti che si riuniscono in bande, che per loro diventano vere e proprie famiglie, e si distinguono per vestiti coloratissimi e vistosi, per le appariscenti pettinature e per il particolarissimo modo di ballare. Tutto questo ai margini del narcotraffico, una realtà diffusa in maniera capillare - ed in qualche modo "accolta" e appoggiata dalla popolazione -, con cui questi giovani convivono, a volte tenendosene lontani, altre volte facendosi attrarre ed assorbire dal loro stile di vita (che gli permette di affrancarsi dalla povertà assoluta in cui si trovano a vivere).

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Non sono più qui: un'immagine del film

La violenza estrema è una caratteristica onnipresente nel mondo che Non sono più qui ci racconta, attraverso gli occhi del protagonista la vediamo quasi in maniera distaccata, come se fosse qualcosa che normalmente fa parte della vita di tutti. Questo è ciò che forse colpisce di più di questo film: Ulises ci porta con sé in un viaggio doloroso, in cui tutto ciò che è familiare - e che non dovrebbe esserlo, come gruppi di ragazzini armati fino ai denti che massacrano per strada, in pieno giorno, dei loro coetanei - gli viene strappato in vista di una vita migliore, ma che migliore non diventa mai, proprio perché gli viene tolto tutto ciò che determinava la sua identità, tutto ciò che lo faceva sentire a "casa". La straordinaria bravura del protagonista, l'esordiente Juan Daniel Garcia Treviño, ci trascina e ci rende parte del suo mondo, viviamo con lui il dolore della perdita, e, sempre insieme a lui, sentiamo nostalgia per tutto ciò che non c'è più, per tutto ciò che non "siamo" più.

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Da Monterrey al Queens

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Non sono più qui: un momento del film

La storia del giovane protagonista si svolge su due piani temporali differenti, prima e dopo che il ragazzo venga forzatamente mandato negli Stati Uniti. Come scopriremo poi, infatti, Ulises è stato testimone di un'esecuzione tra gang, a danni di quella capitanata da un amico del suo defunto fratello, che ci viene fatto capire ne facesse parte. Per essersi trovato in mezzo a questo pareggiamento di conti, che mette in pericolo tutta la sua famiglia, viene mandato, clandestinamente, al di là della frontiera, dove è corretto ad arrabattarsi tra un lavoretto e l'altro, spesso dormendo per strada o in luoghi di fortuna. A rendere estremamente drammatica la visione è proprio il fatto che, in contrapposizione a tutte le difficoltà che è costretto ad affrontare nel nuovo paese (di cui non parla la lingua, e in cui non conosce praticamente nessuno), veniamo continuamente riportati indietro, alla sua vita di "prima". Trascorriamo con lui serate in compagnia dei suoi amici - i membri della banda dei "Los Terkos", che significa "ostinati", "irremovibili" nello slang di Monterrey - che si scatenano al ritmo sfrenato della cumbia, siamo partecipi delle sue giornate a zonzo per i vicoli della città insieme a quelli che considera fratelli e sorelle, e ci rendiamo conto di come Ulises fosse un leader responsabile e protettivo, qualcuno per cui tutti provavano rispetto.

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Non sono più qui: una scena del film

La sua permanenza negli Stati Uniti non è solo fatta di stenti, ma l'amicizia con la sedicenne Lin (Angelina Chen), che Ulises conosce mentre svolge alcuni lavori sul tetto del palazzo in cui vive, riesce a farlo sentire, brevemente, accolto ed accettato. I momenti in cui lei, aiutandosi con il suo spagnolo scolastico, prova a comunicare con lui, interessandosi del suo stile e del suo modo di ballare, sono forse tra i più toccanti dell'intera pellicola. La nostalgia di casa, il senso di sradicamento, lo porteranno comunque ad allontanarsi, a perdersi nella ricerca di qualcosa che non c'è più. Ulises non riesce più a riconoscersi in niente e le scene in cui, vagando tra le strade del Queens, osserva la pettinatura di un ebreo ortodosso in cui vede somiglianze con la propria, o quando parla di musica con una ballerina colombiana in un night club, che ricorda alcune delle sue canzoni ma non ne riconosce il ritmo, sono tra quelle che più ci colpiscono dell'intero film, perché scopriamo quanto, nella situazione in cui si trova il protagonista, la linea tra comprensione e contatto, ed incomunicabilità e malinteso, sia sottile.

Un finale forse un po' affrettato

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Una scena di Non sono più qui

Il film, che mette comunque alla prova lo spettatore con le sue sequenze lente ed estremamente dilatate, trova forse il suo punto più debole nel finale, in cui tutto sembra accadere in maniera troppo rapida, in cui avremmo sperato in un approfondimento maggiore. Nelle sequenze finali di Non sono più qui ci viene accennato che la guerra alla droga esplode con forza proprio tra le strade di Monterrey, vediamo il nostro protagonista osservarla da lontano, con distacco, ma forse ci sarebbe stato bisogno di saperne di più, di scoprire di più di un'area di frontiera che come ci viene detto è vittima "del più grande consumatore di stupefacenti ed esportatore di armi da fuoco", gli Stati Uniti. È chiaro che non era nell'interesse del film e del suo autore soffermarsi sul contesto, sulla storia del suo paese, perché la vicenda è vista dagli occhi di qualcuno che si trova comunque sempre ai margini, che la vive in maniera parziale; ma per noi spettatori che guardiamo il film dalle nostre case, dall'altra parte del mondo, forse ce ne sarebbe stato bisogno.

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Una scena di Non sono più qui
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Una scena di Non sono più qui

La forza dell'interpretazione del giovane Juan Daniel Garcia Treviño, che regge tranquillamente sulle sue spalle (e con i suoi silenzi) l'intera pellicola, l'incredibile fotografia di Damian Garcia, fatta di colori accesi che si mescolano alla desolazione e al grigio delle degradate location urbane, e il talento di De la Parra, capace di raccontarci una storia semplice ma al tempo stesso così ricca di tematiche e significati, fanno di questo Non sono più qui un'imperdibile aggiunta al catalogo Netflix.

Conclusioni

Concludiamo questa recensione di Non sono più qui sottolineando quando questo film del regista messicano Fernando Frias de la Parra sia stato una piacevole scoperta. Attraverso la storia del diciassettenne Ulises, il bravissimo Juan Daniel Garcia Treviño, esploriamo temi come la necessità di appartenere ad una comunità per definire la propria identità, le difficoltà dell’immigrazione forzata e quelle che dipendono dal crescere in luogo in cui povertà estrema e criminalità sono all’ordine del giorno. Un film a tratti forse troppo lento e dilatato, ma comunque un’ottima aggiunta al catalogo Netflix.

Movieplayer.it

4.0/5

Voto medio

3.6/5

Perché ci piace

  • L’incredibile interpretazione del protagonista, l’esordiente Juan Daniel Garcia Treviño.
  • Una storia toccante che cattura lo spettatore, che lo trasporta nel mondo di Ulises, il protagonista.
  • La fotografia vibrante, fatta di colori accesi che si contrappongono al grigio delle degradate location urbane.

Cosa non va

  • Un finale forse un pò troppo affrettato, che avrebbe meritato spazi e tempi diversi.
  • Non si tratta di un film per tutti i palati, ma merita di certo una possibilità.