Noi due, la recensione: Un padre, un figlio

La recensione di Noi due, un dramma israeliano struggente e di infinita grazia: la storia di un padre e di un figlio speciali, in fuga dalla vita. Dirige il creatore di In Treatment.

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Noi due: Shai Avivi, Noam Imber in una scena del film

C'è una tenerezza antica nei silenzi di un film muto, in quei pochi gesti essenziali dei corpi in scena e nella comicità elementare dello slapstick incorniciata dal bianco e nero di rito. C'è un'ordinarietà di infinita dolcezza ed è la stessa, come leggerete in questa recensione di Noi due, che lo spettatore più incline all'incanto puerile, ritroverà nel film di Nir Bergman in sala dal 5 maggio con Tucker Film. A qualcuno il nome del regista israeliano non dirà nulla, ma nell'immaginario collettivo troverà una collocazione immediata se pensiamo a In Treatment, la serie HBO che ha scritto e diretto. Qui lavora su una sceneggiatura di Dana Idisis, ispirata in parte alle vicende personali dell'autrice, e si muove nel solco del racconto intimo. Bergman si immerge nella quotidianità della relazione speciale tra un padre e un figlio affetto da un disturbo dello spettro autistico e usando l'escamotage del road movie parla di genitorialità, dell'inevitabile separazione tra padri e figli e di quanto a volte questo amore, se incapace di fare i conti con gli strappi naturali della vita, rischi di trasformarsi in puro egoismo.

Tra la poesia di Chaplin e il road movie contemporaneo

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Noi due: Shai Avivi, Noam Imber posano per una foto con il pescato della giornata

Le suggestioni de Il monello di Charlie Chaplin campeggiano in ogni inquadratura di Noi due: nel peregrinare dei due straordinari protagonisti chapliniani nei gesti e nello sguardo, nei silenzi di Uri, il ragazzo affetto da autismo, o sul lettore portatile dove questo adulto bambino, che con il padre ha sviluppato una relazione di quasi totale dipendenza, è costantemente impegnato a vederlo e rivederlo. Ma veniamo alla storia: a Tel Aviv Aharon, un ex graphic designer di successo, ha sacrificato carriera e legami per dedicarsi completamente al figlio Uri, colpito da un disturbo dello spettro dell'autismo. Quella che ha costruito con abnegazione ostinata è una dimensione parallela, un microcosmo rassicurante fatto di piccoli incrollabili rituali quotidiani, complicità e giornate sempre identiche.

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Noi due: Shai Avivi, Noam Imber in un'immagine del film

Nella bolla governata da regole tutte loro (disegnare interruttori per aprire delle porte automatiche, camminare evitando di calpestare le lumache che Uri è convinto di vedere strisciare sulla strada) Uri e suo padre ci si muovono bene e con disinvoltura, sul filo di un equilibrio che però rischia di rivelare tutta la propria fragilità: per Ahron suo figlio è ancora un bambino a cui piacciono le stelline di pasta, che ama i pesci del suo acquario e si diverte a guardare Charlot e ad ascoltare Gloria di Umberto Tozzi. Tamara, sua madre ed ex moglie di Ahron, è consapevole invece che è tempo per Uri di uscire fuori da quell'illusorio e confortevole guscio e di aprirsi a un mondo di condivisione di nuovi spazi e nuovi protagonisti. L'idea che Uri entri in un centro specializzato è una prospettiva che non convince il padre e che spaventa il figlio; così a bordo di un treno che dovrebbe portarli verso la nuova casa, Ahron comincia a pensare di fuggire verso gli Stati Uniti.

Una storia universale

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Noi due: Shai Avivi, Noam Imber in una scena

Con queste premesse inizia il rocambolesco viaggio dei due protagonisti, l'uno preoccupato di proteggere quel rapporto padre-figlio a tutti i costi, spaventato all'idea di una separazione imminente a cui probabilmente non è affatto preparato; l'altro impegnato invece a misurare la propria realtà sulla base del mondo disegnato da Chaplin, che continua a guardare compulsivamente e a decifrare a modo suo ("I cattivi nel film hanno la barba, ma noi siamo rasati"). Tanti gli incontri in cui Ahron trascina Uri nel girovagare da un posto all'altro nel tentativo di dare una direzione a questa fuga sgangherata, che in fondo serve più a lui che a suo figlio.

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Noi due: Shai Avivi, Noam Imber in bicicletta

Un pellegrinaggio attraverso Israele tra hotel, dimore di fortuna e letti improvvisati in casa di amici, che costringerà Ahron a rimettere in discussione se stesso e accettare una verità diversa da quella che si era raccontato fino a quel momento, perché anche Uri ha il diritto come i suoi coetanei di diventare grande. È nello smarrimento di un padre e nella difficoltà di doversi costruire un'identità fuori da quel rapporto simbiotico, che lo spettatore potrà intravedere una storia universale aldilà della malattia. Il resto è il frutto della straordinaria performance degli interpreti (Shai Avivi e Noam Imber), superba e spietatamente naturale al punto da portare il pubblico a vedere il mondo solo attraverso gli occhi dei loro personaggi.

Conclusioni

La recensione di Noi due si chiude con una riflessione sul carattere universale di questa storia, che nonostante le sue specificità diventa emblematica di qualsiasi rapporto simbiotico padre-figlio. Il regista Nir Bergman, il creatore di In Treatment, dirige un film spesso struggente, fatto di silenzi e infinita tenerezza e per farlo sceglie il road movie contemporaneo. Poi incornicia la fuga rocambolesca di padre e figlio in un racconto d’altri tempi, citando Charlot e evocando atmosfere da film in bianco e nero.

Movieplayer.it
3.0/5
Voto medio
3.0/5

Perché ci piace

  • Una storia universale sul rapporto padre-figlio.
  • La presenza di atmosfere e suggestioni da film muto a partire dalle citazioni di Chaplin.
  • I due intrepreti sono credibili a ogni inquadratura, scena dopo scena lo spettatore imparerà a vedere il mondo attraverso i loro occhi.

Cosa non va

  • Il film potrebbe in certi momenti dare la sensazione di perdere ritmo.