Lavoreremo da grandi di Antonio Albanese è un film illuminante nella sua decadente ma bellissima parabola umana, in un riflesso che diventa metafora di una "generazione sconfitta". In mezzo, la ricerca esatta dell'assurdo, bagnata (anzi, inzuppata) nell'acqua dolce - la citazione al suo esordio registico, datato 1997, è notevole - di una provincia che diventa perfetto palcoscenico in cui tutto cambia pur restando uguale, generando quel perfetto cortocircuito che ha fatto grande la commedia all'italiana.
Un film matto, mattissimo, che sfrutta l'architrave di una "fatalità" per generare una storia letteralmente "fuori controllo", nonché inaspettata nella visione naif del regista, in cui il ridicolo "dilaga" fino a diventare un'esplosione di assurda e originalissima comicità.
Lavoreremo da grandi: quattro miserabili e teneri protagonisti
Come spiega Albanese, che ha scritto il film insieme a Piero Guerrera, Lavoreremo da grandi parte da quella provincia bellissima "dove non accade nulla di nulla": il lago d'Orta, che bagna diversi piccoli comuni. Al centro della storia Umberto, musicista fallito con troppe ex moglie; il figlio Toni, appena uscito da galera; Beppe, idraulico con una madre fin troppo premurosa; poi Gigi, sbronzo fin su alla parrucca bionda lasciatagli in eredità da una zia ricchissima. A interpretarli, con sincerità e incanto, lo stesso Albanese, e poi rispettivamente Niccolò Ferrero, Giuseppe Battiston e Nicola Rignanese. Correndo sul filo dell'ineluttabile, i quattro - miserabili, teneri, impacciati - si ritrovano a vivere una notte scombinata e imprevedibile.
Un film divertente, struggente, inaspettato
Dietro Lavoreremo da grandi, fin dal titolo, l'elogio che commisera il fallimento, umanizzando ed esaminando - senza presunzione alcuna - gli anfratti di una vita a metà, vissuta senza essere compresa a pieno (con una domanda: l'istinto è meglio della ragione?), onorando però l'indolenza, la dolcezza e la pigrizia ancora prima che l'azione. Di contro al precedente - e notevole - Cento domeniche, e chiaramente più vicino a Un uomo d'acqua dolce (appunto), Albanese non si tira indietro e anzi avanza plasmando una follia narrativa in cui il senso del comico e del tragico sbracciano, rubandosi a vicenda la scena, come a teatro.
Sì, perché Lavoreremo da grandi, anche grazie alla scenografia di Marco Belluzzi e Anna Ranci Ortigosa, sembra una pièce dell'Off-Broadway, radicata però nel più profondo degli immaginari italiani, dove i personaggi, i dialoghi, i toni si mescolano diventando specchio di un modo che conosciamo e riconosciamo, declinato secondo un approccio cinematografico che riprende gli echi delle commedie anni Sessanta (ma dentro ci sono pure Marco Ferreri, Dino Risi) finendo per citare indirettamente Luis Buñuel o i Fratelli Coen (e scusate se è poco).
Se i quattro personaggi che giocano in scena - perché di un gioco si tratta - sfuggono alle responsabilità, girando (e aggirando) attorno a una colpa che diventa pretesto e contesto, Albanese con coraggio e passione (doti non scontate, soprattutto nel nostro cinema) si imbarca - letteralmente - in un intermezzo comico (e quindi umano) che non ha paura di esagerare, puntando a un divertimento dal mozzico amaro, e quindi ancora più vero, colorato e struggente. Affidando il senso esatto del film, in fine, alle note e alle parole di Marracash: "Avevamo solamente il sogno di una vita diversa, tanto noi la pace l'abbiamo già persa". Applausi.
Conclusioni
Antonio Albanese torna ai toni stralunati e fuori scala degli esordi (con tanto di indiretta citazione a Uomo d'acqua dolce), puntellando senza egocentrismo una "generazione" sfinita, sconfitta e impigrita. Una sorta di pièce teatrale di provincia, che vive grazie a un cast sincero e appassionato, e dosato nell'umore e nei toni, generando un cortocircuito capace di "dilagare" in un film inaspettato, matto e irresistibile.
Perché ci piace
- Un potenziale comico di forte impatto.
- Una commedia che non ha paura di essere "matta".
- Una perfetta miscela tra divertimento e amarezza.
- Il cast, appassionato e sincero.
Cosa non va
- Per assurdo, dura poco.