"Non abbiamo bisogno di democrazia, ma di una mano forte". La voce di un uomo qualunque in un bar di una Buenos Aires filmata in bianco e nero pronuncia questa frase mentre lo Josef Mengele di August Diehl si muove nervoso, come braccato, in cerca di una via di fuga che troverà in un taxi. È una delle primissime immagini de La scomparsa di Josef Mengele, il nuovo film di Kirill Serebrennikov.
Un dramma storico che guarda all'oggi
Poco prima, in una sequenza ambientata ai giorni nostri, un gruppo di studenti di medicina osserva il suo scheletro conservato all'Istituto di medicina legale di San Paolo. In quello stesso Sud America dove l'angelo della morte di Auschwitz è riuscito a vivere in incognito fino alla sua morte avvenuta nel 1979. Uno scherno simile a quello che lui e gli altri ufficiali delle SS riservavano agli uomini, donne e bambini rinchiusi nei campi di concentramento e scelti per i suoi esperimenti medici. Una scena che racchiude la riflessione sulla memoria che attraversa un film in cui convivono i toni del dramma e del thriller (e con una seconda parte meno compiuta).
Non a caso per giustificare le sue azioni, in un altro passaggio del film, Mengele afferma che: "Il passato non esiste". È proprio in questi continui parallelismi che La scomparsa di Josef Mengele si attesta quasi più come un film che parla dell'oggi. Un mondo che ha permesso l'ascesa al potere a uomini come Putin, Trump, Netanyahu, Khamenei, Erdoğan o Lukašenko. Un mondo che guarda al genocidio del popolo Palestinese, all'arresto di bambini innocenti o all'uccisione di migliaia di persone che scendono in strada per protestare contro il regime. A chi si indigna fa da contraltare chi rimane indifferente, giustifica o, persino, loda determinate azioni.
La scomparsa di Josef Mengele e l'impossibilità di spiegare il male
Dopo Limonov, Petrov's Flu, La moglie di Tchaikovsky, Serebrennikov torna a confrontarsi con un'altra figura storica adattando il romanzo omonimo di Olivier Guez. Lo fa giocando su più piani temporali, mostrandoci come è stato possibile che uno dei più brutali criminali del '900 vivesse indisturbato grazie a una rete di protezione che aiutò svariati nazisti a trovare rifugio in America del Sud lungo la cosiddetta rotta dei ratti. Anni trascorsi sotto falso nome dal '49 al '79 e che, proprio verso la fine della sua vita, lo portarono a ritrovare suo figlio Rolf. Un giovane uomo in cerca di risposte e spiegazioni. Ma come si può spiegare il male? Specie se chi l'ha commesso non prova un briciolo di rimorso e, anzi, si considera lui stesso la vittima?
August Diehl fa un lavoro eccezionale nell'incarnare una figura mostruosa incapace di cambiare prospettiva, rabbioso e in attesa che il mondo torni all'ordine che conosceva e contribuiva a mantenere. Un uomo impunito, mai giudicato da un tribunale e, molto probabilmente, destinato a una modesta carriera medica se non si fosse arruolato tra le fila naziste. Serebrennikov non si limita a mostrarci la sua esistenza post Auschwitz.
In una delle poche parentesi a colori del film, in un filmino amatoriale girato dalle SS, ci porta nel campo di concentramento, facendoci osservare il suo operato spietato. Un documento raccapricciante che si inserisce in un film dove il cineasta russo indugia più di una volta in una regia che sfocia nell'autocompiacimento.
Mengele, un uomo mediocre come quelli che popolano il nostro presente
Una pagina di Storia portata sul grande schermo innumerevoli volte, ma che guarda ai fatti dal punto di vista di chi li ha commessi e che, come per La zona di interesse o L'agente segreto, riflette sul concetto di memoria. La stessa che alcuni vorrebbero cancellare o riscrivere. Non c'è riscatto, redenzione o espiazione ne La scomparsa di Josef Mengele. C'è solo un essere umano qualunque, come potremmo esserlo noi, che si è macchiato di atrocità in nome di un'ideologia nella quale non ha mai smesso di credere. La banalità del male di un uomo mediocre come quelli che popolano il nostro presente. Non ha caso, forse, è per questo che il film è disseminato di specchi e riflessi.
Conclusioni
Il regista russo Kirill Serebrennikov conosce in prima persona cosa significhi vivere sotto un regime autocratico. Per questo La scomparsa di Josef Mengele sembra suggerirci come una delle pagine più oscure del Novecento sia un pretesto per parlare dell'oggi e riflettere sul concetto di memoria. Il cineasta adatta per il grande schermo il romanzo di Olivier Gue lasciando che sia il punto di vista dell'angelo della morte di Auschwitz con il volto di un grande August Diehl ad affiorare. È grazie a lui, alla sua impunità e mancanza di rimorsi che vengono tracciati dei parallelismi con la nostra attualità e l'ascesa di nuovi autoritarismi. Filmato in bianco e nero con solo sporadiche parentesi a colori, il film ha una prima parte più riuscita e una tendenza all'autocompiacimento. Ma, nonostante questo, la pellicola ha dalla sua la capacità di ritrarre l'assoluta mediocrità di un uomo qualsiasi che ha scelto il male. Una sorta di monito per ricordarci che i mostri spesso sono come noi.
Perché ci piace
- La prova di August Diehl
- La scelta di raccontare una storia nota da un punto di vista inedito
- Il parallelo con il presente
- La fotografia di Vladislav Opelyants
Cosa non va
- La seconda parte del film appare meno compita
- La regia di Serebrennikov, seppur raffinata, tende all'autocompiacimento