"Non tutti i criminali nazisti hanno subito un processo a Norimberga? Cosa succede a chi sfugge al castigo? In questo momento ci sono delle guerre in atto che, prima o poi, finiranno. Come si comporteranno dopo? Per me è una questione molto interessante". Kirill Serebrennikov, cappello da baseball, t-shirt grigia, maglione rosso rubino, occhiali con lenti sfumate e una serie di collanine argentate, parla seduto sulla poltrona di un cinema del centro di Roma. Il regista russo è arrivato in Italia per presentare il suo ultimo film, La scomparsa di Josef Mengele, tra i titoli in programma al Trieste Film Festival.
Kirill Serebrennikov e un film che parla del nostro presente
Ispirato dal romanzo omonimo di Olivier Guez, il film racconta gli anni di fuga del medico nazista Josef Mengele, che trovò rifugio in Sud America alla fine della seconda guerra mondiale grazie a una rete di supporto che offrì riparo a molti criminali appartenenti alle SS. Il ritratto di un uomo che non ha mai rinnegato le sue azioni e per le quali non ha mai pagato, restando fedele all'ideologia che ha abbracciato, contribuendo alla morte di milioni di persone innocenti.
In questo la pellicola porta a riflettere sulla sua attualità. Non a caso, all'inizio del film, un personaggio pronuncia una frase che potrebbe tranquillamente riecheggiare nel nostro presente: 'Non abbiamo bisogno di democrazie, ma di una mano forte'. "Le persone tendono a perdere la memoria storica. Molti di noi leggono libri e vedono film, ma ci sono persone che credono a queste stupidaggini", riflette il regista.
"C'è gente che dice: 'Abbiamo bisogno di uno Stalin'. Credo che Putin, ascoltando questi discorsi, abbia detto: 'Volete uno Stalin? Va bene. Mi comporterò come lui'. C'è come una specie di richiesta di soluzioni semplici che non è altro che la conseguenza dell'assenza di un'educazione. E questo secondo me è il motivo principale per cui ci succede quello che ci sta succedendo".
"Il problema è che le soluzioni semplici non esistono. Passeggiando per Roma, osservando ogni monumento, viene affermata l'idea della complessità dell'essere, dell'uomo come un fenomeno", continua il regista. "Ma in questo momento le persone non vogliono la complessità. Basti pensare a quello che fa Netflix con le sceneggiature. Costringe a una semplificazione perché le persone guardano lo schermo mentre, contemporaneamente, fanno altro. Cos'altro può interessare a queste persone se non le soluzioni semplici? La responsabilità dei cineasti sta nel raccontare qualcosa di complesso - come fa Christopher Nolan -, ma di farlo in modo interessante. Non bisogna scontrarsi con il pubblico, ma trovare soluzioni su come far arrivare loro il messaggio".
Le conseguenze dell'assenza di una memoria storica
Serebrennikov, osteggiato dal governo di Putin per le sue posizioni liberali e a favore della comunità LGBTQIA+, nel 2017 è stato arrestato con una falsa accusa di appropriazione indebita di fondi statali e dal 2022 vive a Berlino. Questo vuol dire che il regista russo conosce da vicino cosa significhi subire ingiustizie da parte di chi, in teoria, dovrebbe tutelare ogni suo cittadino. Ma la storia è ciclica. Lo si vede nella cronaca attuale fatta di guerre, persecuzioni e genocidi in diretta social. La scomparsa di Josef Mengele diventa, dunque, anche una pellicola sulla memoria e la necessità di mantenerla viva in un momento storico che sembra ripetere gli stessi errori del passato.
"Tutte le cose più tremende vengono fatte da persone che non hanno una memoria storica, che non hanno una conoscenza della storia", riflette Serebrennikov. "In Russia, ancor prima dello scoppio della guerra in Ucraina, andava di moda uno slogan militarista che diceva: 'Vinceremo di nuovo'. Ma le persone non sembravano ricordare il costo di quella vittoria. Dicevamo loro: 'Volete di nuovo 20 milioni di vittime?'. La gente, purtroppo, tende a dimenticare che cos'è la guerra, e a credere che è la forza a decidere tutto. Vedono Trump come un uomo ricco, un cowboy che dice: 'Voglio la Groenlandia'. Per lui non esiste il diritto internazionale, ma solo quello che vuole. Se lo fa il leader di un Paese importante e ricco, perché non lo potrebbe fare e dire anche una persona qualsiasi?. Ciò causerebbe un crollo catastrofico di tutto un sistema di bilanciamenti. Quello a cui porta l'assenza di una memoria storica. Tutti i discorsi di grandezza di un Paese portano sempre ad Auschwitz.
La scomparsa di Josef Mengele, un film che parla del sistema
La scomparsa di Josef Mengele non si limita a mostrare la vita dell'angelo della morte dopo la fine della guerra. Serebrennikov ricostruisce anche tutta quella rete di amici, nostalgici del nazismo e corrotti che hanno permesso a lui e a tanti altri criminali di vivere una vita da uomini liberi. Come a sottolineare che i mostri non sono solo gli individui con le mani sporche di sangue.
"Il film non parla solo di Mengele. Anzi, non è neanche tanto su di lui, ma su chi ha reso possibile che diventasse chi è diventato", spiega il regista. "Se non ci fosse stata la guerra, le leggi razziali e la propaganda nazista, sarebbe stato un mediocre medico qualsiasi. E, forse, non avrebbe neppure scoperto in se stesso quei suoi tratti sadici. Dal suo punto di vista era un cittadino ideale. Ubbidiva alle leggi che dicevano di uccidere gli ebrei. Non ha fatto altro che eseguire. Anche dopo la guerra c'è stato chi l'ha coperto sapendo chi fosse. Il mio è un film che parla del sistema".
"Putin ha iniziato come il più grande ammiratore dell'Europa e dei suoi valori, come il più grande democratico. Poi, essendo il rappresentante dei servizi segreti, probabilmente capiva molto bene quale fosse la richiesta della popolazione", chiosa Serebrennikov. "Oggi, anche grazie alla propaganda, ha fatto sì che in molti sostengano la guerra. La stessa da cui molti ci guadagnano. Non posso credere di aver vissuto con queste persone nello stesso Paese".