La camera di consiglio, recensione: la guerra alla mafia in un ‘dramma teatrale’

Il film corale di Fiorella Infascelli ricostruisce il lungo dibattimento dei giurati che nel 1987 portò alle condanne della cupola di Cosa Nostra. Su Sky.

Sergio rubini in una scena de La camera di consiglio

Un film lineare, teatrale, geometrico come la porzione di aula bunker destinata alla camera di consiglio del Maxiprocesso contro Cosa Nostra del 1987. Fiorella Infascelli ripercorre i 35 giorni che videro gli otto giudici, due togati e sei popolari, chiusi a deliberare nell'ala del carcere a loro riservata senza poter uscire né poter comunicare con l'esterno. Alla fine vennero emesse 346 condanne, inclusi 19 ergastoli, e 141 assoluzioni.

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Seergio Rubini e Massimo Popolizio in una scena di La camera di consiglio

L'esperienza viene ricostruita ne La camera di consiglio, lungometraggio dalla doppia anima: quella di Infascelli è un'opera rigorosa, da cui trapela l'impegno civile, ma al tempo stesso è un film poetico, che si concede attimi di tregua attraverso confessioni e riflessioni intime, frutto dell'intimità forzata dei sei protagonisti, unici personaggi presenti nel film. Gli altri, gli oltre 400 imputati che compaiono nell'incipit, a partire dal boss Michele Greco, che augura la pace (eterna) alla giuria, ma anche i giornalisti, i familiari, i detenuti e l'intera città di Palermo, vengono relegati al fuori campo. Un fuori campo che incombe, visto che la pressione sui giurati a tratti si fa insopportabile.

La camera di consiglio: la forza della dimensione corale

Dopo dieci anni di silenzio, Fiorella Infascelli riprende un discorso che nella sua testa non si è mai interrotto, tornando a parlare di lotta alla mafia. Il suo lavoro precedente, Era d'estate, raccontava la parentesi di Falcone e Borsellino all'Asinara per bloccare il Maxiprocesso. A confermare il fil rouge tra le opere è il ritorno di Massimo Popolizio nel cast di nuovo con una toga indosso anche se non è più quella di Giovanni Falcone. Al suo giudice mite, ma coraggioso e dotato di senso pratico si contrappone il presidente della giura che ha il volto di Sergio Rubini. Rigoroso, disciplinato, dai gusti raffinati, ma afflitto da una paura del tutto umana che lo porterà a tentennare a lavoro quasi concluso.

Camera Consiglio Roberta Rigano
Un primo piano di Roberta Rigano

E mentre la telecamera percorre in su e in giù i nudi corridoi di cemento dell'aula bunker - ricostruita interamente a Cinecittà - in cui la condizione dei giurati non differisce granché da quella dei detenuti, la regista tratteggia con pochi tocchi la personalità di ogni personaggio. L'intento è duplice: far emergere le motivazioni che li hanno spinti a correre questo rischio e far entrare lo spettatore in sintonia coi personaggi. Si passa dalla levatrice esperta che ha aderito alla giuria per curiosità (Betty Pedrazzi) alla moglie e madre che ha subito l'ingerenza della mafia nella sua famiglia (Roberta Rigano), dal giurato eccentrico e pavido (Claudio Bigagli) a quella organizzata e decisa (Anna Della Rosa), dalla madre che scalpita per partecipare al matrimonio della figlia (Stefania Blandeburgo) a quello che si sente realizzato in un ruolo che lo ripaga da un'esistenza anonima (Rosario Lisma).

La teatralità per raccontare il Maxiprocesso a Cosa Nostra

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Betty Pedrazzi passeggia in cortile

In una situazione drammaturgica come quella alla base de La camera di consiglio, le interazioni tra i personaggi diventano la linfa vitale del film. Mentre la grande Storia preme fuori dalla finestre e al di là delle mura dell'angusto cortile, Fiorella Infascelli indaga le reazioni di un gruppo di personaggi diversi per età e background calati in una situazione limite. La regia ci restituisce tutta la tensione di questa situazione claustrofobica simulando lo sguardo di uno spettatore invisibile che osserva silenziosamente i giurati da angoli privilegiati per spiarne le mosse, ma di fronte a momenti particolarmente ispirati - le scaramucce tra i giudizi di Rubini e Popolizio, in primis - molti dialoghi risultano troppo innaturali e aulici per la situazione dipinta creando un effetto vagamente straniante che ci riporta ancora una volta con la mente al palcoscenico.

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Sergio Rubini e Claudio Bigagli in una scena de La camera di consiglio

Le sbavature e l'eccesso di teatralità sembrano derivare da un'urgenza civile, dalla voglia di costruire personaggi capaci di accettare fino in fondo i rischi che corrono per un bene superiore. La camera di consiglio soffre questa necessità didattica, il che lo allontana da precedenti illustri come il classico La parola ai giurati o il più recente La giuria, tratto da John Grisham, tutto suspence e colpi di scena. Ma lo scopo di Fiorella Infascelli è chiaro e guardando il film non si può non sposarne gli intenti.

Conclusioni

Pellicola corale claustrofobica, La camera di consiglio si concentra sui giurati del Maxiprocesso contro Cosa Nostra indagandone motivazioni e stati d'animo. Il film si consuma all'interno del maxi-bunker a prova d'assalto, ma l'intento didattico della regista tende a enfatizzare la dimensione teatrale a scapito della naturalezza dei dialoghi.

Movieplayer.it
3.0/5
Voto medio
N/D

Perché ci piace

  • La chimica tra il cast, in cui spiccano le performance di Massimo Popolizio e Sergio Rubini.
  • La ricostruzione degli ambienti, claustrofobica al punto giusto.
  • L'approfondimento psicologico dei personaggi, calati in una situazione limite.

Cosa non va

  • Alcuni dialoghi suonano troppo aulici, tanto da risultare innaturali.