La caja, la recensione: chiudere le emozioni in una cassa

La recensione de La caja, il nuovo film di Lorenzo Vigas presentato in concorso al Festival di Venezia 2021, ultimo capitolo di una trilogia tematica dedicata alla paternità.

RECENSIONE di 06/09/2021

Come vedremo nella nostra recensione de La caja, film presentato in concorso al Festival di Venezia 2021, nel nuovo film di Lorenzo Vigas, già vincitore del Leone d'Oro nel 2014 per Ti guardo, si compie una trilogia tematica che il regista venezuelano ha dedicato alla paternità. Come nel lungometraggio precedente, Vigas intende indagare un rapporto tra padri e figli basato soprattutto sull'assenza e su una ricerca di legame a senso unico. Basato sul contrasto tra bugia e verità, padre e figlio, vita e morte, La Caja si concentra sul punto di vista di un giovane ragazzino, con una storia precisa, cercando di arrivare a una potenza emotiva epifanica che possa riguardare tutti.

(Ri)trovare un padre

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La Caja: un'immagine del film

Hatzín è un giovane ragazzo orfano che vive con la nonna. Da solo compie un viaggio da Città del Messico al nord del Paese per recuperare il cadavere del padre Estéban, un desaparecido seppellito in una fossa comune, e consegnato al ragazzo in una cassa. Sembra una veloce procedura formale e Hatzín è già pronto a tornare dalla nonna con i resti del padre. Nel viaggio di ritorno, però, un uomo attira la sua attenzione. Si chiama Mario ma è incredibilmente somigliante a Esteban. Hatzín cercherà, con fatica, a instaurare un rapporto con lui, alla ricerca di una figura paterna da sempre mancante nella sua vita. Si ritroverà così invischiato negli affari di Mario mentre una domanda continuerà a tormentarlo: si tratta davvero del suo padre creduto morto? Il film, con i suoi tempi rilassati e i suoi silenzi, cerca di raccontare la necessità di un legame affettivo assente, spesso confuso con una figura predominante e autoritaria. La fotografia del Messico che ne esce da quest'opera di Vigas è un Paese in cui il sentirsi orfani sembra essere la malattia più dura. Un sentimento esistenziale che blocca e gela (come raffigura la neve al suo interno) le persone e le nuove generazioni.

Il viaggio di Hatzin

Semplice ed elegante nella messa in scena, prediligendo il gusto per le inquadrature lunghe nel quale lasciare che lo sguardo dello spettatore si posi sui volti dei personaggi per indagarne la natura emotiva, La Caja si concentra unicamente sul punto di vista del giovane Hatzín, interpretato da un ottimo Hatzín Navarrete. Sin dalle primissime immagini intraprendiamo con lui un viaggio che non è solo fisico, ma anche emotivo e formativo. La storia farà compiere ad Hatzín un'evoluzione nel suo carattere, modificandone il modo in cui vive e osserva il mondo. In bilico nel dividere ciò che è vero da ciò che è falso, Hatzín dovrà fare i conti con una risoluzione metaforica sull'elaborazione del lutto. L'incapacità di accettare la morte dei genitori, il bisogno di non sentirsi orfani e la volontà di sentirsi amati da una figura genitoriale vera sono i temi centrali del film che provano ad andare oltre il semplice racconto del singolo personaggio per rendersi universali. Dato lo stile del film, coerente con la poetica del regista ma parecchio distante da un reale coinvolgimento emotivo, nel finale non si riesce, però, a raggiungere quel senso epifanico vero, quell'esplosione emotiva che la storia richiederebbe.

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Ritrovare qualcuno, perdere se stessi

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La Caja: un'immagine dal set

La cassa che dà il titolo del film contiene i resti del padre, rappresentazione tangibile di ciò che è morto. Il rifiuto di Hatzín assomiglia a una luce di speranza a cui il giovane si autoespone, per non accettare la verità. Un conflitto, quello tra verità e bugia, che torna ciclicamente all'interno del film rappresentando un mondo adulto composto da cinismo e menzogna. Se la giovinezza, per quanto tragica, mantiene degli aspetti vitali, il percorso di crescita porta con sé il rigidismo della morte. Non a caso i due poli a cui Hatzín si pone in centro sono la figura della nonna, il femminile che lo spettatore non può vedere, mantenendone una dimensione quasi mitica e paradisiaca (se non ha forma e concretezza è un ideale, quindi ancora più importante), e la figura del padre (putativo?) di Mario, uomo capace di usare le persone a suo vantaggio nonostante le belle parole. Verità da una parte che si pone in conflitto con la menzogna. Hatzín, nel ritrovare una figura mancante, rischia di perdere sé stesso, l'ago della propria bussola interiore, oltrepassando le cinque fasi del lutto: il rifiuto, la rabbia, il patteggiamento, la depressione e l'accettazione. Destinato a un pubblico di cinephiles, non sempre La caja riesce a risultare così interessante come nelle sue premesse e chiudendosi in un simbolismo un po' freddo nonostante ci sia spazio per un trasporto maggiore.

Conclusioni

A conclusione della nostra recensione de La Caja non possiamo ritenere il nuovo film di Lorenzo Vigas insufficiente. Nel raccontare la storia di un figlio alla ricerca di un padre, La Caja affronta tematiche importanti e mette in scena alcuni conflitti interessanti sulla carta. Lo stile semplice e raffinato del film rischia, però, di depotenziarne il contenuto, procedendo con lentezza senza riuscire a costruire un percorso emotivo forte come gli argomenti che va ad affrontare. Spiace l’assenza di una vera e propria epifania emotiva nel finale, ma si rimane comunque affascinati grazie all’interpretazione di un giovane Hatzín Navarrete, a tratti davvero intenso.

Movieplayer.it

3.5/5

Voto medio

N/D

Perché ci piace

  • Gli argomenti affrontati e i conflitti messi in scena sono interessanti e donano una raffigurazione sociale ed emotiva del Messico.
  • Il giovane Hatzin Navarrete è capace di momenti di grande intensità.

Cosa non va

  • Dato lo stile semplice e disteso, non sempre il film coinvolge emotivamente come previsto.
  • Il finale non riesce a donare quell’epifania importante necessaria a chiudere in maniera forte la storia.