In Between Dying, la recensione: alla ricerca dell’amore nella valle della morte

La recensione di In Between Dying, il film azerbaijano di Hilal Baydarov e co-prodotto da Carlos Reygadas e Danny Glover, presentato in concorso a Venezia 77.

RECENSIONE di 11/09/2020
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In Between Dying: una scena del film

Nel momento in cui ci accingiamo a scrivere la nostra recensione di In Between Dying sappiamo che abbiamo già perso in partenza. Impossibile riuscire a trasformare in parole un film che, invece, si basa completamente sulla composizione dell'immagine e sui tempi dilatati che invitano lo spettatore a perdersi dentro al quadro, a notare la nebbia che lentamente si sposta da un bordo all'altro dell'inquadratura, assaporare i silenzi e i panorami desolati su cui si muove il protagonista. Il film di Hilal Byadarov, presentato in concorso al Festival di Venezia 2020, è quanto di più canonico ci si può aspettare da un film festivaliero. Si capisce benissimo perché un'idea del genere abbia Carlos Reygadas tra i produttori (un po' più sorprendente la presenza di Danny Glover nei crediti, invece): è un film composto da atmosfere e tableaux vivants, dove l'inquadratura cerca di racchiudere l'essenza stessa dell'esistenza e dove una voce fuori campo, che ricorda una composizione poetica, cerca di dare risposte alle domande più universali: perché viviamo, cosa significa amare, cosa significa morire, perché esistiamo. Una vera e propria esperienza sensoriale che permette al linguaggio cinematografico di trascendere e dar vita a un'opera universale capace di cambiare lo spettatore e farlo sentire diverso una volta arrivato ai titoli di coda? Non proprio.

Portatore di morte

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In Between Dying: un momento del film

La trama del film si concentra su un uomo, Davud, che, passa le giornate a casa, malvolentieri, con una madre malata. Un giorno, mentre le sta andando a prendere le medicine, dopo aver ucciso una persona quasi casualmente è costretto a fuggire da tre sicari non troppo pericolosi attraverso i paesaggi desolati dell'Azerbaijan. Durante questa fuga lunga un'intera giornata, Davud farà la conoscenza di diverse persone, ognuna di loro legata alla morte (c'è chi suicida, chi uccide, chi diventa motore della morte di un'altra persona). In Between Dying è diviso in cinque capitoli, ognuno rappresenta un diverso quadro con una nuova situazione e un nuovo episodio mortifero. Più il viaggio esistenziale di Davud procede, più aumenta la sua consapevolezza: il mondo è regolato dalla morte, presenza costante e inevitabile, ed è solo quando si riesce a comprenderlo che è possibile vedere, con occhi nuovi, tutta la bellezza e l'amore, talvolta nascosti, presenti nel mondo. La fuga di Davud diventa quindi una ricerca della vita, un tentativo di scappare dal destino che prima o poi coglierà tutti, un girotondo esistenziale che può terminare solo chiusi in una bara.

L'arte di dipingere

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In Between Dying: una foto del film

Se abbiamo usato il termine tableaux vivants in apertura di questa recensione è proprio perché lo stile di regia di Baydarov richiama un certo cinema che si prefigge di narrare la storia attraverso pochissime e dosate inquadrature molto lunghe, fisse, capaci di accogliere al loro interno tutti gli elementi indispensabili (solitamente due o tre figure umane, qualche elemento di sfondo, uno o due oggetti in primo piano). Pochissimi movimenti di macchina e pochissimi movimenti delle figure: la sensazione è quella di assistere a un quadro animato. Anche se le immagini il più delle volte danno vita a momenti di rara bellezza nel suo insieme, molto evocativi e rarefatti, tutta l'assenza di movimento risulta alla lunga parecchio stancante. Ci sono minuti interi in cui la nebbia che lentamente si sposta da destra verso sinistra è l'unico movimento presente nell'inquadratura e nonostante le intenzioni siano quelle di creare dei momenti poetici, far sentire il tempo che scorre, portare la storia in una dimensione universale e "atmosferica" per sottolineare al meglio la tematica esistenziale del protagonista, la sensazione finale è quella di un racconto bloccato, troppo focalizzato alla bellezza estetica da mettere in secondo piano il contenuto.

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Cadere restando immobili

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In Between Dying: una sequenza del film

Perché se è vero che visivamente il film regala alcuni momenti ben riusciti, è altrettanto vero notare come questa ossessiva ricerca della perfezione dell'immagine risulta alla lunga priva di mordente e di significato. Più interessato a catturare un qualche tipo di esistenzialità, il regista paga dazio nel caricare più del previsto di simbologie, metafore e significati poetici l'intero corpus filmico. Nonostante l'esigua durata del film (poco meno di novanta minuti) l'opera sembra incredibilmente più lunga, si adagia su alcune idee visive che vengono continuamente ripetute depotenziando sempre più il valore delle stesse. All'ennesimo inizio di capitolo con la radura, un cavallo bianco, un uomo che si accascia per terra o cammina in mezzo alla nebbia, vorremmo qualcosa di diverso e tutto lo stimolo emotivo che dovrebbe legare i vari quadri del film si perde. Perché la conseguenza più pesante di un film che tenta i tutti i modi di farsi notare è quello di risultare pretenzioso, sembra farsi portavoce delle risposte filosofiche che mette in scena, ma alla fine dei conti il risultato è quello di un contenuto piuttosto banale e semplice reso poco sostenibile da una forma fin troppo elevata. Nel creare un film dai ritmi dilatati e in cui ci dovrebbe essere il piacere della visione, oltre che la voglia di perdersi all'interno dell'atmosfera rarefatta e onirica che mette in scena, Baydarov si dimentica di supportare il tutto con un contenuto originale e profondo.

Conclusioni

Concludiamo la nostra recensione di In Between Dying con, in cuor nostro, parecchia delusione. Il film vorrebbe, tra bellezza e poesia, costituire un viaggio esistenziale e atmosferico attraverso la ricerca del senso della vita e il superamento della paura della morte. Ma senza risposte originali e ben a fuoco, il risultato è un film dalla forma impeccabile, seppur a tratti ripetitiva e troppo autoindulgente, con la volontà di essere più di quello che realmente è. Così si dà vita a un’opera pretenziosa dove sembra che si sia voluto mettere in scena più il talento del regista che la storia stessa.

Movieplayer.it

2.5/5

Voto medio

N/D

Perché ci piace

  • L’atmosfera funziona e denota il film, tra paesaggi desolati e la costante presenza della morte.
  • Le inquadrature assomigliano a dei dipinti su cui riflettere e perdersi, lasciandosi catturare dal piacere della visione.

Cosa non va

  • Il contenuto, a prima vista complesso e filosofico, si risolve in in poche e ripetute banalità.
  • Il ritmo rarefatto del film, seppur a tratti affascinante, non regge per tutta la durata.