Se i film sono fatti per parlare alle persone, Il Maestro di Andrea Di Stefano riesce a stabilire una connessione diretta con lo spettatore, capace di ritrovare parti di sé. Frammenti e colori sparsi qua e là, scena dopo scena, smorfia dopo smorfia. Al centro della storia una scintilla che accende l'incontro tra due sconfitti che, insieme "producono una vittoria". Una specie di "boccata d'ossigeno" secondo il regista, che abbiamo incontrato in occasione della presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia (l'uscita in sala è fissata al 13 novembre).
Il Maestro: video intervista ad Andrea Di Stefano, Pierfrancesco Favino, Tiziano Menichelli

Scritto da Di Stefano insieme a Ludovica Rampoldi - "una bozza di sceneggiatura esiste dal 2005", confessa l'autrice in conferenza -, Il Mastro è il migliore dei "feel good movie", ma anche la ritrovata traccia della "commedia all'italiana". Protagonisti, Pierfrancesco Favino (non è una notizia la sua bravura, ma qui siamo ai livelli de Il Traditore) affiancato alla giovane rivelazione Tiziano Menichelli. Il primo interpreta Raul Gatti, Stan Smith ai piedi, tutta e allure da scalcinato ex (mezzo) campione di tennis; il secondo è Felice, un tredicenne aspirante tennista spedito dal padre in tour (sotto gli insegnamenti irregolari di Gatti), convito sia una promessa sportiva. Eppure, secondo Favino, "si può stare al mondo anche senza essere i numeri 1. Oggi c'è l'ossessione della vittoria, di dare un'immagine di sé iper vittoriosa, come se ci dovessimo vergognare di non essere all'altezza".
In qualche modo, è la fallibilità, esaltante e bellissima, che lega il viaggio di Raul e Felice. "Abbiamo lavorato sull'idea che il maestro sia è una persona talmente fallibile che possa alla fine essere lui a poter dare una direzione ai personaggi. Uno senza sogni, uno con dei sogni che non sembrano neanche i suoi", e prosegue, "Raoul lo aiuta nella possibilità di stare al mondo col sorriso sulle labbra e ad accettare le proprie mancanze. Il fatto di non essere su un podio penso che possa essere una delle chiavi di lettura. Non penso che il film pretenda di dare lezioni, però possiamo perdonare anche con delle cose che non sappiamo fare".
Il Sorpasso e la commedia all'italiana

Addentrandoci in un paragone magari scomodo ma indubbiamente onesto, Il maestro è un'evoluzione concettuale de Il Sorpasso di Dino Risi. A legger bene, nell'Italia degli anni Ottanta, in cambiamento come quella dei Sessanta, Raul e Felice sono come Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant. "Il film di Risi è stato centrale come un po' tutte le commedie italiane di quegli anni", spiega Andrea Di Stefano, "Tuttavia, credo che Pierfrancesco non avesse bisogno di dimostrare il suo valore, ma non so quanti attori al mondo avrebbero potuto portare questo personaggio ad una certa temperatura".
L'eroismo del fallimento

Il Maestro esalta la figura dell'underdog, riletto attraverso una narrazione di grande impatto, in equilibrio (anzi, in disequilibrio) tra sorriso e lacrima. Punto e appunto di un personaggio già cult, esaltazione dell'istinto e della normalità, ben lontano dalla tossicità della performance e del risultato. "La chiave è riconoscere le proprie emozioni", dichiara Pierfrancesco Favino nella nostra intervista. "In questo il cinema svolge un ruolo importante. Soprattutto, credo fortemente, ed è uno dei motivi per cui amo molto il mio mestiere, che le cose si facciano insieme. Amo il fatto di arrivare sul set la mattina tutti presto, circondato da 80 persone. Ognuno di loro farà una cosa che io non posso fare da solo".

Per questo, Il Maestro, come rafforza il regista, altro non è che "L'eroismo del fallimento". Un fallimento che porta alla catarsi, e forse ad una vita migliore. "Se siamo qua, è perché attorno a noi c'è una comunità di persone che vuol fare vedere i propri fallimenti, provando a fare la cosa migliore", continua Pierfrancesco Favino. "Tutto però parte dalla scuola. Mi permetto di dire di aver ho partecipato ad un incontro di donne che lottano contro la violenza di genere, e tra le finalità c'è quella di imporre una legge per l'educazione sentimentale a scuola. Tutto sta nell'insegnare a riconoscere le proprie emozioni, saperle affrontare e sapersi accettare per ciò che siamo".